LA CRISI DELL’AMOC E LA CORRENTE DEL GOLFO (3/4)
Verso una soglia critica
Nelle pagine precedenti abbiamo visto come numerose osservazioni indipendenti convergano nel descrivere un progressivo indebolimento della circolazione atlantica. Rimane però una domanda fondamentale: fino a che punto un sistema naturale può rallentare senza modificare il proprio comportamento?
La fisica dei sistemi complessi suggerisce che molti fenomeni naturali non evolvono in modo continuo. Per lunghi periodi sembrano cambiare lentamente, quasi impercettibilmente, fino a raggiungere una soglia oltre la quale anche una variazione apparentemente modesta può produrre una trasformazione improvvisa dell’intero sistema. È ciò che gli studiosi definiscono Tipping Point, il punto di non ritorno.
Applicato all’AMOC, questo concetto assume un significato preciso. Finché le acque superficiali del Nord Atlantico mantengono una densità sufficiente, il meccanismo di sprofondamento continua ad alimentare la circolazione oceanica. Se però l’afflusso di acqua dolce dovesse superare una determinata soglia critica, la formazione delle acque profonde potrebbe ridursi drasticamente o interrompersi del tutto.
È proprio questa possibilità che i modelli climatici più avanzati stanno cercando di valutare.
Fra gli studi più discussi degli ultimi anni, quello pubblicato da Peter e Susanne Ditlevsen nel 2023 ha proposto, sulla base di un’analisi probabilistica, una possibile finestra temporale compresa fra il 2030 e il 2060 nella quale il sistema potrebbe avvicinarsi a una transizione critica. Come ogni modello previsionale, anche questo non costituisce una previsione certa, ma uno scenario che la comunità scientifica considera sufficientemente plausibile da meritare particolare attenzione.
Il paradosso del freddo
Se un simile scenario dovesse realmente verificarsi, l’effetto più sorprendente sarebbe anche il più controintuitivo.
Mentre il riscaldamento globale continuerebbe ad aumentare la temperatura media del pianeta, vaste regioni dell’Europa settentrionale potrebbero andare incontro a un marcato raffreddamento.
Il motivo è semplice.
La Corrente del Golfo non trasporta soltanto acqua: trasporta enormi quantità di calore accumulate nei tropici. Se questo trasporto diminuisse drasticamente, il Nord Atlantico perderebbe una delle principali sorgenti di energia che oggi mitigano il clima europeo.
Le simulazioni più accreditate descrivono un raffreddamento che potrebbe raggiungere valori dell’ordine di 5-15 °C nelle regioni nordiche, mentre gran parte dell’Europa centrale subirebbe una sensibile diminuzione delle temperature medie. Il clima dell’Europa occidentale assumerebbe caratteristiche oggi tipiche delle regioni subartiche del Canada.
Ma il raffreddamento rappresenterebbe soltanto uno degli effetti.
La ridistribuzione del calore fra oceano e atmosfera modificherebbe profondamente l’intera circolazione atmosferica dell’emisfero boreale.
La climatologia contemporanea non prevede un’evoluzione tanto rapida né tanto semplice. Tuttavia, il principio fisico dal quale The Day After Tomorrow trae ispirazione è reale: una profonda alterazione della circolazione atlantica potrebbe modificare radicalmente la distribuzione del calore nell’emisfero boreale, producendo effetti climatici che, pur molto diversi da quelli rappresentati sullo schermo, meritano oggi tutta l’attenzione della comunità scientifica.
L’energia che per migliaia di anni la Corrente del Golfo ha trasportato verso le alte latitudini continua a essere prodotta dal Sole, ma non è più redistribuita nello stesso modo, non scompare; rimane accumulata nelle acque tropicali dell’Atlantico e del Mar dei Caraibi, dove la temperatura superficiale continua ad aumentare.
Il risultato è un oceano che tende a dividersi in due enormi serbatoi di energia: uno progressivamente raffreddato, l’altro sempre più caldo. Mai, nell’epoca delle osservazioni strumentali, questo contrasto è apparso con tale evidenza.
È proprio questo principio fisico che Roland Emmerich portò all’estremo nel suo film. Per esigenze narrative, il regista condensò in pochi giorni processi che, nella realtà, richiederebbero tempi incomparabilmente più lunghi, trasformando una possibile evoluzione del sistema climatico in una spettacolare catastrofe cinematografica.
L’oceano e l’atmosfera costituiscono infatti un unico sistema fisico integrato. Quando cambia il modo in cui il mare redistribuisce il calore, anche la circolazione atmosferica è costretta a riorganizzarsi.
L’energia accumulata nelle basse latitudini alimenta un Atlantico tropicale sempre più caldo. Le acque superficiali, che in alcune aree possono superare i 30 °C, rappresentano il combustibile ideale per gli uragani.
In fisica ogni forte differenza di temperatura genera inevitabilmente una differenza di pressione. L’atmosfera reagisce cercando di riequilibrare questo contrasto.
Fra i principali meccanismi coinvolti in questa riorganizzazione atmosferica vi è il Jet Stream, un intenso fiume d’aria che scorre ad alta quota lungo l’emisfero settentrionale. Alimentato dal contrasto termico tra le masse d’aria polari e quelle tropicali, esso agisce come una vera autostrada atmosferica, guidando il percorso delle perturbazioni. Se quel contrasto cambia, anche il Jet Stream è costretto a modificare il proprio comportamento: in alcuni tratti il getto accelera violentemente (Jet Streak); in altri perde regolarità, formando ampie ondulazioni (Onde di Rossby). Quando queste ondulazioni diventano particolarmente accentuate possono bloccarsi per settimane nella stessa posizione, dando origine ai cosiddetti Blocking atmosferici.
Quando un blocco atmosferico persiste, le perturbazioni non seguono più il loro normale percorso. Alcune regioni rimangono per settimane sotto l’influenza di masse d’aria subtropicali sempre più calde e secche; altre sono investite da ripetute irruzioni di aria polare. Per l’Europa mediterranea ciò potrebbe tradursi nell’alternanza di lunghi periodi di siccità e improvvise irruzioni di aria polare, capaci di generare contrasti termici estremi, precipitazioni eccezionali e fenomeni meteorologici sempre più intensi.
Nessuno è oggi in grado di affermare se e quando questo scenario si realizzerà. Ciò che la climatologia contemporanea sta mostrando con crescente chiarezza è però un fatto fondamentale: tutti questi fenomeni non rappresentano eventi indipendenti; sono le possibili manifestazioni di uno stesso processo fisico, originato dall’alterazione di un equilibrio che, per migliaia di anni, ha regolato la distribuzione dell’energia sull’intero Atlantico.
Fine della terza parte
Prossimamente: il Mediterraneo e l’Italia dentro il nuovo equilibrio climatico e la Conclusione
LA CRISI DELL’AMOC E LA CORRENTE DEL GOLFO (2/4)
Quando il motore comincia a perdere efficienza
Che cosa può alterare un meccanismo naturale che, da migliaia di anni, mantiene in movimento una delle più imponenti circolazioni oceaniche del pianeta?
La risposta non si trova nelle profondità dell’Atlantico, ma molto più a nord, dove il clima sta modificando progressivamente uno dei parametri fondamentali dell’intero sistema: la salinità delle acque superficiali.
Come abbiamo visto, l’inabissamento delle masse d’acqua nel Nord Atlantico dipende dalla loro densità, determinata principalmente dalla combinazione di due fattori: la temperatura e la concentrazione di sali disciolti.
Finché entrambe rimangono sufficientemente elevate, il meccanismo continua a funzionare. Se però uno di questi elementi viene progressivamente meno, anche il motore della circolazione oceanica perde efficienza.
Non esiste una sola causa responsabile della diminuzione della salinità nel Nord Atlantico, ma la progressiva convergenza di più fenomeni, tutti riconducibili al riscaldamento climatico.
Il contributo più evidente è rappresentato dall’accelerazione dello scioglimento della calotta glaciale della Groenlandia. Ogni estate enormi volumi di acqua dolce raggiungono l’oceano, andando a diluire gli strati superficiali delle acque marine.
A questo fenomeno si aggiunge l’aumento delle precipitazioni alle alte latitudini. Un’atmosfera più calda è infatti in grado di trattenere una maggiore quantità di vapore acqueo e di redistribuirlo successivamente sotto forma di pioggia o neve, incrementando ulteriormente l’apporto di acqua dolce al bacino nord-atlantico.
Infine, anche i grandi sistemi fluviali dell’Artico contribuiscono al medesimo processo. L’aumento delle temperature e la fusione più precoce delle nevi determinano portate sempre maggiori verso il mare, completando un quadro nel quale sorgenti differenti producono lo stesso effetto fisico.
Considerati singolarmente, questi fenomeni potrebbero apparire di importanza limitata. Osservati nel loro insieme, essi descrivono invece un processo continuo di progressiva diluizione delle acque superficiali del Nord Atlantico.
È proprio questa convergenza di cause indipendenti che conferisce particolare rilevanza alle osservazioni raccolte dalla comunità scientifica.
Negli ultimi decenni le tecniche di osservazione hanno consentito di seguire l’evoluzione dell’Atlantico con una precisione impensabile fino a pochi anni fa. Satelliti, boe oceanografiche, reti di misura distribuite lungo l’oceano e modelli numerici sempre più accurati consentono oggi di osservare il comportamento dell’AMOC con continuità e di confrontarlo con ricostruzioni climatiche che si estendono nel passato. Per la prima volta nella storia della climatologia non disponiamo soltanto di ipotesi teoriche, ma di osservazioni indipendenti che possono essere confrontate tra loro.
Una delle più importanti serie osservative è costituita dalle misure effettuate lungo il parallelo 26,5° Nord, dove una rete permanente di strumenti consente di seguire nel tempo l’intensità della circolazione atlantica. Per la prima volta è stato possibile osservare direttamente le variazioni della forza dell’AMOC, anziché dedurle esclusivamente da modelli teorici.
Nel loro insieme, le osservazioni indicano una progressiva diminuzione della forza complessiva della circolazione. Una singola serie di osservazioni, naturalmente, non è sufficiente per trarre conclusioni definitive. Per questo motivo i risultati sono continuamente confrontati con altre osservazioni indipendenti, ottenute con metodi differenti.
Le ricostruzioni paleoclimatiche, ricavate dall’analisi dei sedimenti oceanici, delle carote di ghiaccio e di altri indicatori naturali, consentono infatti di estendere lo sguardo ben oltre il periodo delle osservazioni strumentali. Anche queste ricostruzioni descrivono un sistema che, nel suo insieme, appare progressivamente meno vigoroso.
Alcuni lavori, pubblicati anche sulla rivista Nature, suggeriscono che l’intensità attuale dell’AMOC potrebbe essere la più debole registrata nell’ultimo millennio.
A conclusioni analoghe giungono numerosi gruppi di ricerca internazionali. In particolare, gli studi sviluppati dal Woods Hole Oceanographic Institution, pubblicati sulle principali riviste scientifiche, convergono sostanzialmente con le osservazioni dirette e con le ricostruzioni paleoclimatiche.
Uno studio pubblicato all’inizio del 2026 ha inoltre integrato dati satellitari raccolti tra il 1993 e il 2024, evidenziando che, nei pressi di Capo Hatteras, la Corrente del Golfo tende a spostarsi verso nord in misura anomala. Secondo gli autori, questa variazione della traiettoria potrebbe rappresentare uno degli indicatori osservabili di una progressiva perdita di stabilità dell’AMOC e, nel lungo periodo, di una possibile transizione verso uno stato profondamente diverso del sistema.
Naturalmente, nessun singolo studio può essere considerato definitivo. È però significativo osservare come misure dirette, ricostruzioni del passato e modelli interpretativi ottenuti con metodi indipendenti tendano progressivamente a convergere verso lo stesso quadro generale. È proprio questa convergenza, più ancora del singolo risultato, ad aver richiamato l’attenzione della comunità scientifica internazionale.
Se tale interpretazione dovesse essere confermata dalle osservazioni future, il problema non riguarderebbe più soltanto il rallentamento della circolazione oceanica.

La figura mostra il declino della salinità della Corrente del Golfo nel periodo indicato. Come si vede, nel tratto finale l’andamento è passato da una discesa pressoché lineare ad uno parabolico, segno che il processo di decadimento sta probabilmente subendo un’accelerazione.
La questione diventa dunque assai più delicata: comprendere se il sistema stia avvicinandosi a una soglia critica oltre la quale il suo comportamento potrebbe cambiare in modo sostanziale.
Fine della seconda parte
Prossimamente: Verso una soglia critica
LA CRISI DELL’AMOC E LA CORRENTE DEL GOLFO (1/4)
Prologo: dalla fantascienza alla scienza
Nel 2004 il regista Roland Emmerich portò nelle sale cinematografiche The Day After Tomorrow, un film destinato a diventare uno dei più celebri disaster movie della storia del cinema. Lo spettatore assisteva ad una spettacolare successione di eventi estremi: la Corrente del Golfo rallentava improvvisamente, gigantesche celle atmosferiche superconvettive si sviluppavano sull’emisfero settentrionale e, nel volgere di pochi giorni, vaste regioni del pianeta precipitavano in una nuova glaciazione.
Il successo del film fu enorme, ma altrettanto immediate furono le critiche provenienti dal mondo scientifico. Molti climatologi fecero giustamente osservare che una trasformazione di tale portata non avrebbe potuto svilupparsi con la rapidità rappresentata sullo schermo. Le dinamiche dell’atmosfera e degli oceani obbediscono a tempi fisici molto diversi da quelli richiesti dalla narrazione cinematografica. Emmerich aveva volutamente compresso processi che, nella realtà, richiederebbero decenni o addirittura secoli, privilegiando l’effetto spettacolare rispetto al rigore scientifico. Quelle critiche erano corrette. Del resto Emmerich è un regista, non un climatologo, e il suo obiettivo era costruire una narrazione cinematografica, non rappresentare con rigore i tempi della fisica dell’atmosfera. Sarebbe tuttavia un errore trarre da questo una conclusione opposta e altrettanto semplicistica, ossia, poiché il film esaspera il fenomeno, allora il problema non esiste.
La spettacolarizzazione cinematografica non annulla infatti la realtà fisica del fenomeno dal quale trae ispirazione. Al contrario, il progressivo indebolimento della Circolazione Meridionale Atlantica (AMOC), della quale la Corrente del Golfo rappresenta la componente superficiale più nota, costituisce oggi uno dei temi maggiormente studiati dalla climatologia contemporanea. Satelliti, boe oceanografiche, reti di monitoraggio e modelli numerici sempre più sofisticati stanno consentendo di osservare un sistema naturale di importanza fondamentale per l’equilibrio climatico dell’emisfero boreale.
Ciò non significa che gli scenari immaginati dal film siano destinati a realizzarsi, né che sia possibile stabilire con certezza tempi e modalità dell’evoluzione futura del sistema. La scienza procede con maggiore prudenza. Essa distingue i dati osservati dalle simulazioni, le evidenze sperimentali dalle ipotesi interpretative e le probabilità dalle certezze.
Lo scopo di questa serie di articoli non è dimostrare una tesi precostituita, né alimentare timori o facili allarmismi. L’obiettivo è assai più semplice e, allo stesso tempo, più ambizioso: ricostruire, sulla base delle conoscenze scientifiche oggi disponibili, il funzionamento di uno dei più complessi meccanismi naturali del nostro pianeta e comprendere perché la comunità scientifica gli dedichi una crescente attenzione.
Per riuscirci sarà necessario partire dall’inizio. Prima di domandarsi se la Corrente del Golfo stia davvero rallentando, occorre comprendere che cosa essa sia realmente. Solo conoscendo il funzionamento di questo immenso sistema di circolazione oceanica sarà possibile valutare il significato delle osservazioni raccolte negli ultimi decenni e distinguere ciò che appartiene ai fatti da ciò che appartiene ai modelli previsionali.
PARTE I: il motore nascosto del clima terrestre
Vista dallo spazio, la Terra appare come un sistema in continuo movimento. Le masse d’aria si spostano da un emisfero all’altro, gli oceani trasportano enormi quantità di calore, i ghiacci accumulano e restituiscono acqua dolce, mentre l’energia proveniente dal Sole è incessantemente redistribuita tra atmosfera, continenti e mari.
Ogni elemento partecipa a un equilibrio dinamico che, da milioni di anni, rende il nostro pianeta un ambiente favorevole alla vita. Un equilibrio delicato, costruito sull’interazione continua fra processi fisici, chimici e biologici che agiscono su scala globale.
Tra tutti questi meccanismi ve n’è uno che, per dimensioni e importanza, può essere considerato il vero motore della circolazione oceanica dell’Atlantico settentrionale. È il sistema di circolazione termoalina, oggi conosciuto con l’acronimo AMOC (Atlantic Meridional Overturning Circulation), del quale la Corrente del Golfo costituisce soltanto la componente superficiale più nota.
Nell’immaginario collettivo la Corrente del Golfo è spesso rappresentata come un grande “fiume caldo” che attraversa l’Oceano Atlantico. L’immagine, pur efficace, è però riduttiva. In realtà, essa rappresenta soltanto la parte visibile di un sistema immensamente più complesso: una gigantesca circolazione tridimensionale che collega i tropici alle regioni polari e che coinvolge l’intero Atlantico.
Per comprenderne il funzionamento è necessario osservare non soltanto ciò che accade in superficie, ma anche ciò che avviene nelle profondità oceaniche. È proprio lì che si trova il vero motore dell’intero sistema.
Nelle regioni tropicali il Sole riscalda continuamente le acque superficiali dell’Atlantico. Queste, divenute più calde e quindi meno dense, scorrono lentamente verso nord trasportando un’enorme quantità di energia termica. È il ramo superficiale del sistema, quello che comunemente identifichiamo con la Corrente del Golfo.
Giunta alle alte latitudini, quest’acqua cede progressivamente il proprio calore all’atmosfera. È anche grazie a questo continuo trasferimento di energia che vaste regioni dell’Europa occidentale godono di un clima molto più mite rispetto ad altre aree poste alle medesime latitudini.
Raffreddandosi, l’acqua aumenta la propria densità. Se fosse composta soltanto da acqua dolce, questo processo sarebbe già sufficiente ad avviare una lenta discesa verso le profondità oceaniche. Nell’Atlantico settentrionale interviene però un secondo fattore, altrettanto importante: la salinità.
Il sale disciolto nell’acqua marina ne aumenta ulteriormente la densità. È la combinazione fra bassa temperatura ed elevata salinità che rende queste masse d’acqua sufficientemente pesanti da sprofondare lentamente fino a migliaia di metri di profondità. Questo immenso movimento verticale rappresenta il vero motore dell’AMOC.
Ogni volta che una grande massa d’acqua sprofonda nelle profondità dell’Atlantico settentrionale, nuove acque superficiali vengono richiamate dai tropici per sostituirla. Il sistema si autoalimenta in modo continuo, come un gigantesco nastro trasportatore che, da migliaia di anni, redistribuisce il calore tra le regioni tropicali e quelle polari.
Tutto questo, però, continua a funzionare soltanto finché l’acqua che raggiunge il Nord Atlantico mantiene una caratteristica fondamentale: deve essere sufficientemente salata da poter sprofondare. È proprio questo delicato equilibrio che, secondo numerose osservazioni raccolte negli ultimi decenni, sembra mostrare segnali di cambiamento.
Fine della prima parte
Prossimamente: Quando il motore comincia a perdere efficienza
Tracce geologiche e conclusioni
Se una gigantesca inondazione avesse realmente investito la pianura mesopotamica all’inizio del Neolitico, quali segni avrebbe lasciato sul territorio?
È una domanda fondamentale, perché ogni ipotesi storica deve confrontarsi con le evidenze fisiche. I miti possono conservare ricordi antichi, ma solo la geologia può dirci se un evento di tale portata sia compatibile con il paesaggio che osserviamo oggi.
Dopo il ritiro delle acque
Immaginiamo la Mesopotamia alcuni mesi dopo la catastrofe.
Le acque si sono ritirate lentamente verso il mare, lasciando dietro di sé una pianura completamente trasformata. I corsi del Tigri e dell’Eufrate risultano modificati, vaste aree sono ricoperte da sedimenti e il terreno appare sterile per lunghi periodi.
Per le popolazioni sopravvissute sulle alture circostanti, il ritorno nelle pianure avrebbe significato l’ingresso in un mondo irriconoscibile: una distesa di fango, sale e detriti, dove la precedente organizzazione del territorio era stata cancellata.
Le depressioni naturali dell’Iraq
La geologia moderna mostra che la pianura irachena contiene numerose depressioni chiuse, prive di sbocchi naturali verso il mare.
In caso di una grande inondazione, queste conche avrebbero funzionato come enormi bacini di raccolta, trattenendo l’acqua per tempi molto lunghi.
Tra gli esempi più significativi vi sono le depressioni di Tharthar e Razzaza, vaste aree che ancora oggi presentano caratteristiche compatibili con antichi bacini evaporitici.
In particolare, la stessa denominazione tradizionale di Razzaza richiama l’idea di un “mare di sale”, testimonianza di una lunga storia geologica legata all’accumulo e all’evaporazione delle acque.
Le Sabkha: le pianure di sale
Un altro elemento interessante è rappresentato dalle cosiddette sabkha, estese superfici pianeggianti ricoperte da croste saline.
Queste formazioni sono diffuse in molte regioni aride del Medio Oriente e costituiscono il risultato dell’evaporazione di grandi quantità d’acqua in bacini poco profondi.
Nei loro strati geologici si osservano frequentemente:
- depositi di sale e gesso;
- fessure da disseccamento prodotte dall’essiccazione del fango;
- sedimenti poveri di vegetazione e materia organica.
Tali caratteristiche non dimostrano l’esistenza di un Diluvio Universale, ma mostrano come vaste aree della regione abbiano effettivamente ospitato grandi masse d’acqua stagnante nel corso della loro storia.
La cronologia
Le analisi geomorfologiche collocano la formazione e l’evoluzione di molte di queste strutture nel corso dell’Olocene, cioè proprio nell’epoca in cui si svilupparono le prime comunità agricole della Mezzaluna Fertile.
Questo dato non costituisce una prova diretta di un impatto cosmico, ma indica che il quadro cronologico generale è compatibile con i periodi storici e preistorici nei quali nacquero le più antiche tradizioni sul Diluvio.
Mito e fenomeno naturale
La ricerca di un’origine storica del Diluvio incontra spesso due errori opposti.
Il primo consiste nel considerare il racconto esclusivamente come una favola priva di qualsiasi fondamento reale.
Il secondo consiste nel cercare una corrispondenza letterale con eventi impossibili, continenti perduti o civiltà dotate di tecnologie fantastiche.
Esiste però una terza possibilità: che il mito rappresenti la memoria deformata di una catastrofe naturale realmente avvenuta.
In questa prospettiva, il valore dei racconti antichi non risiede nell’esattezza dei dettagli, ma nella capacità di conservare il ricordo di fenomeni eccezionali attraverso le generazioni.
Ricapitolazione
Nei testi più antichi il Diluvio non inizia con una semplice pioggia. Le acque emergono dagli abissi, il mare invade la terra e le pianure vengono sommerse.
Questa immagine risulta difficile da spiegare con normali precipitazioni atmosferiche.
Al contrario, richiama scenari compatibili con grandi tsunami, collassi costieri o impatti oceanici capaci di mobilitare immense masse d’acqua.
Un terremoto sottomarino può certamente generare uno tsunami devastante, ma difficilmente spiega da solo l’insieme degli elementi presenti nelle tradizioni: l’oscuramento del cielo, le piogge persistenti, il lungo ritiro delle acque e la profonda trasformazione del paesaggio.
Un grande impatto oceanico, almeno dal punto di vista fenomenologico, offre invece un modello capace di integrare tutti questi aspetti in un unico evento.
Conclusione
L’ipotesi proposta in “La Settima Piramide” non pretende di fornire una prova definitiva dell’origine del “Diluvio Universale”; propone però una chiave di lettura che collega geologia, archeologia, climatologia e tradizioni antiche in un quadro coerente.
Se il Diluvio fu davvero il ricordo di una grande catastrofe naturale, la sua traccia non va cercata in continenti perduti o civiltà leggendarie, o in qualsiasi evento possa giustificare una parte degli effetti ma senzza rispettare le cronologie, ma nell’incontro tra la memoria dei popoli e le testimonianze lasciate dalla Terra stessa, perché se è vero che la Magia ha preceduto la Scienza deve essere vero anche che i Miti molto spesso conservano l’eco di qualcosa che davvero è accaduta ma sotto il linguaggio simbolico ed escludere questo dalla ricerca ci espone al rischio di farci perdere molto più di quello che la Scienza e i suoi sistemi sono in grado di offrire ma solo nei tempi richiesti dalla sperimentazione.
La simulazione fisica di una catastrofe
Nelle due puntate precedenti abbiamo visto come il cratere di Burckle presenti problemi cronologici e geologici che rendono difficile identificarlo con il Diluvio delle tradizioni antiche. Abbiamo inoltre osservato come i racconti mesopotamici, indiani e iranici sembrino convergere verso una comune origine marina dell’evento.
Rimane però una domanda fondamentale: un grande impatto oceanico sarebbe realmente in grado di produrre fenomeni compatibili con quelli descritti dai miti?
Per verificarlo, ho chiesto all’intelligenza artificiale di simulare gli effetti di un asteroide ferroso di circa un chilometro di diametro (ca 7.800 kg/m^3, ca 4MldTon), in collisione con il Mare Arabico settentrionale (ca 300 m.n. a sud della costa pakistana),
Un corpo di questo tipo, viaggiando a circa 20 chilometri al secondo, libererebbe un’energia immensa (quasi 200 Gton), sufficiente a collocare l’evento nella categoria delle grandi catastrofi planetarie.
L’impatto perforerebbe la crosta oceanica creando una vasta depressione sul fondale (15-20 km di larghezza e profonda diversi km) e vaporizzando istantaneamente enormi quantità d’acqua marina.
La fusione istantanea delle rocce del fondale crea un lago di magma sottomarino che rimarrà incandescente a contatto con l’oceano per anni.
Nel giro di pochi secondi il mare verrebbe letteralmente sollevato e proiettato verso l’esterno.
Ci sarebbero effetti sismici (8.5-9.0 Richter) ed atmosferici devastanti, radiazione termica e un’onda d’urto termobarica con venti che viaggiano a oltre 700 km/h, peggiori fi un tornado di classe F5. Imoltre, black-out atmosferico e alteraioni globali per anni.
Il megatsunami
La conseguenza più immediata sarebbe la formazione di un megatsunami completamente diverso da quelli generati dai terremoti.
L’onda investirebbe le coste dell’attuale Pakistan, Oman e Iran nel giro di pochi minuti, raggiungendo altezze tali da superare molti rilievi costieri.
Una parte dell’energia si propagherebbe inoltre attraverso lo Stretto di Hormuz, trasformando il Golfo Persico in un gigantesco canale di amplificazione.
Le pianure costiere verrebbero sommerse e l’acqua penetrerebbe profondamente nell’entroterra.
La grande inondazione della Mesopotamia
L’aspetto più interessante riguarda però la geografia della pianura mesopotamica.
Oggi come allora, l’area compresa tra il Tigri e l’Eufrate presenta pendenze minime e quote molto basse rispetto al livello del mare. Una massa d’acqua proveniente dal Golfo Persico incontrerebbe pochissimi ostacoli naturali.
Secondo la simulazione, il fronte dell’inondazione potrebbe avanzare per centinaia di chilometri verso nord, trasformando gran parte dell’attuale Iraq in un immenso mare interno temporaneo.
L’onda perderebbe progressivamente energia fino ad arrestarsi solo ai piedi delle montagne del Tauro e dell’altopiano armeno.
Si tratta di un dettaglio sorprendente, perché proprio quelle montagne compaiono frequentemente nei racconti del Diluvio come luoghi di salvezza.
Perché l’Iran sarebbe sopravvissuto
L’altopiano iraniano presenta una situazione completamente diversa.
Protetto dai monti Zagros e posto a quote elevate, avrebbe costituito una barriera naturale contro la propagazione delle acque.
Anche un evento estremo avrebbe avuto enormi difficoltà a superare rilievi di migliaia di metri.
Questo scenario risulta coerente con la presenza, nelle tradizioni iraniche, di comunità sopravvissute al cataclisma.
Il cielo che si oscura
Le conseguenze non si limiterebbero all’inondazione.
L’impatto solleverebbe nell’atmosfera enormi quantità di polveri, vapore acqueo e materiale vaporizzato proveniente dal fondale oceanico.
Per mesi o anni il pianeta potrebbe sperimentare una significativa riduzione della luce solare.
Temperature più basse, raccolti compromessi e precipitazioni anomale costituirebbero effetti prevedibili di una simile perturbazione climatica.
Anche questo elemento richiama numerose tradizioni antiche, nelle quali il Diluvio è accompagnato da oscurità, tempeste persistenti e un cielo che sembra spegnersi.
Il ritorno della terra emersa
Una delle caratteristiche più interessanti dei racconti antichi riguarda la durata dell’evento.
Nei testi mesopotamici, indiani e biblici le acque non si ritirano in pochi giorni. Al contrario, il ritorno alla normalità richiede molti mesi.
La simulazione mostra che una gigantesca inondazione della pianura mesopotamica avrebbe effettivamente bisogno di tempi molto lunghi per drenare verso il mare.
L’acqua dovrebbe ritirarsi lentamente, lasciando dietro di sé vaste distese di fango, laghi temporanei e terreni devastati.
Si tratta di una dinamica sorprendentemente compatibile con la cronologia riportata nei racconti del Diluvio.
Un ricordo trasformato in mito?
Naturalmente una simulazione non dimostra che l’evento sia realmente accaduto.
Tuttavia mostra che un impatto oceanico di grande portata sarebbe in grado di produrre quasi tutti gli elementi ricorrenti nelle tradizioni antiche:
- un’inondazione proveniente dal mare;
- la devastazione delle pianure;
- la sopravvivenza delle popolazioni rifugiate sulle montagne;
- l’oscuramento del cielo;
- piogge persistenti;
- una lunga fase di ritiro delle acque.
Se un simile cataclisma avesse colpito il Vicino Oriente all’inizio del Neolitico, avrebbe lasciato un segno profondo nella memoria collettiva delle popolazioni sopravvissute.
La tempistica fisica vs la tempistica dei miti
Se sommiamo il lento deflusso gravitazionale (rallentato dalla pendenza quasi nulla) e il tasso di evaporazione, i modelli fisici indicano che per vedere le prime terre asciutte e calpestabili nella bassa pianura occorrerebbero tra i 7 e i 10 mesi.
Il confronto con i testi antichi rivela una precisione cronologica impressionante, impossibile da inventare senza aver vissuto l’esperienza di un vero drenaggio alluvionale:
- Nell’Epopea di Gilgamesh / Atrahasis: Dopo i 6 giorni di tempesta, l’arca si arena sul monte. Il testo specifica che passano diverse settimane prima che la colomba e il corvo siano liberati e che la terra torna abitabile solo dopo che il sole ha asciugato il fango profondo.
- Nel mito indiano di Manu: Dopo che la nave si è legata alle vette dell’Himalaya, il re Manu deve attendere la lenta transizione delle acque (Pralaya) che decrescono verso l’oceano. Il testo descrive un lungo periodo di isolamento sulla montagna prima di poter scendere nuovamente a valle.
- In Genesi (eredità dei testi sumeri): La cronologia è matematicamente esplicita. Le acque rimangono alte sulla terra per 150 giorni, e l’intero processo – dall’inizio del cataclisma al momento in cui la terra è perfettamente asciutta – dura esattamente poco più di un anno (circa 370 giorni).
La domanda successiva è allora inevitabile: esistono tracce geologiche che possano aver conservato l’impronta di una simile catastrofe?
Nell’ultima puntata: il paesaggio della Mesopotamia e alcune strutture geologiche che potrebbero rappresentare la memoria fisica di quell’antico evento.
Dalla Mesopotamia all’India passando per l’Iran
Se il Diluvio Universale fosse realmente il ricordo di una catastrofe naturale, dovremmo aspettarci di trovarne tracce nelle tradizioni dei popoli che vivevano nelle regioni coinvolte.
È proprio ciò che emerge confrontando i racconti mesopotamici, indiani e iranici. Pur appartenendo a culture differenti, questi testi conservano una sorprendente serie di elementi comuni.
Manu e il Diluvio dell’India
Nella tradizione indiana il protagonista del Diluvio è il re Manu.
Nel Shatapatha Brahmana e nei Purana, il cataclisma non viene descritto come una semplice pioggia torrenziale. L’evento inizia invece con l’insorgere degli oceani, che superano i loro confini e sommergono le terre emerse.
Le acque avanzano dal mare aperto e non dal cielo.
Avvertito dall’avatar divino Matsya, rappresentato come un gigantesco pesce, Manu costruisce una nave e si mette in salvo. Guidato dalla divinità, raggiunge infine le alte montagne dell’Himalaya, dove attende il lento ritiro delle acque.
Il tema centrale è evidente: un’inondazione proveniente dal mare e una salvezza affidata alle grandi catene montuose del nord.
Il racconto iranico
Elementi analoghi compaiono nella tradizione iranica, in particolare nel Bundahishn, uno dei principali testi cosmologici dello Zoroastrismo.
Qui il disastro inizia con un’aggressione cosmica che colpisce il cielo. Il testo parla di una sostanza simile a ferro fuso introdotta nel mondo materiale da Ahriman, il principio distruttore.
Successivamente la divinità Tishtar scatena un Diluvio destinato a purificare la Terra.
Le descrizioni risultano particolarmente suggestive: il cielo viene oscurato, cadono piogge gigantesche per trenta giorni e trenta notti e le acque si mescolano a polveri e sostanze che rendono il mare salato e amaro.
Pur utilizzando un linguaggio mitologico, il racconto richiama alcuni fenomeni che oggi assoceremmo a una grande catastrofe atmosferica: oscuramento del cielo, precipitazioni anomale e alterazioni dell’ambiente.
La tradizione mesopotamica
Nel racconto sumero e accadico, conservato nell’Epopea di Gilgamesh e nel mito di Atrahasis, il Diluvio è accompagnato da eventi altrettanto drammatici.
Le acque degli abissi irrompono sulla terra, il cielo si oscura e una tempesta devastante dura per diversi giorni.
Anche in questo caso il sopravvissuto si salva grazie a un’imbarcazione che alla fine si arena sulle montagne del nord, nell’area compresa tra il Kurdistan e l’altopiano armeno.
Un modello ricorrente
Le tre tradizioni utilizzano linguaggi religiosi differenti, ma sembrano descrivere una sequenza sorprendentemente simile:
- una catastrofe collegata al mare;
- un improvviso oscuramento del cielo;
- piogge eccezionali;
- la devastazione delle pianure;
- la sopravvivenza di gruppi umani rifugiati sulle montagne.
Le differenze riguardano gli attori del racconto — divinità, demoni, eroi o pesci sacri — ma la struttura dell’evento rimane sostanzialmente invariata.

Dove convergono le testimonianze?
Se si osservano le direzioni geografiche implicite nei racconti, emerge un dettaglio interessante. I testi mesopotamici indicano una catastrofe proveniente da sud-est. Le tradizioni indiane parlano di un evento originato nelle acque del Mare Arabico. I racconti iranici descrivono un fenomeno che interessa l’area dell’Oceano Indiano e dei mari meridionali.

Proiettando queste direttrici su una mappa, esse convergono tutte verso una regione compresa tra il Mare Arabico e l’accesso al Golfo Persico.

Si tratta della stessa area che, nella mia ipotesi sviluppata in La Settima Piramide, potrebbe aver ospitato un grande impatto oceanico capace di generare un megatsunami diretto verso la pianura mesopotamica.
Naturalmente una convergenza mitologica non costituisce una prova scientifica. Tuttavia rappresenta un indizio interessante: popoli separati da migliaia di chilometri sembrano aver conservato il ricordo di un evento caratterizzato dagli stessi elementi fondamentali.La domanda diventa allora inevitabile: cosa accadrebbe realmente se un grande corpo celeste colpisse il Mare Arabico?
Nella prossima parte: modelli fisici moderni per simulare gli effetti di un impatto di questo tipo e verificare se possa produrre scenari compatibili con quelli descritti dai miti antichi.
Sulle “Pietre dell’Incavallicata”, ovvero i “Giganti di Campana”
Essendo un tentativo di ricostruzione antropologica, “La Settima Piramide” ha molto a che fare con gli Antichi: da quelli genericamente antidiluviani fino alle civiltà delle Piramidi e del mondo greco, senza trascurare le interazioni culturali tra il Mediterraneo e ciò che oggi definiamo Vicino e Lontano Oriente. In ogni fase dell’analisi, la mia bussola è stata un principio che la ricerca scientifica tende ormai sempre più a confermare: gli Antichi non erano dei bruti privi di introspezione o di capacità di osservazione. Al contrario, possedevano spesso una conoscenza profonda dell’ambiente naturale, dei cicli astronomici e delle dinamiche che regolano il rapporto tra Uomo e Cosmo. Da questa prospettiva, la Rivoluzione Neolitica, la metallurgia, l’urbanizzazione e la progressiva complessità delle strutture sociali non rappresentano necessariamente un progresso lineare dello spirito umano. Possono essere lette anche come un progressivo allontanamento da quell’equilibrio originario che caratterizzava molte culture arcaiche.
Ogni tentativo di recuperare tale prospettiva è quindi legittimo e persino auspicabile. Tuttavia, quando la ricerca storica lascia il posto alla ricerca dello stupore, il rischio è quello di sconfinare nell’eccesso: vedere tecnologie impossibili dove non esistono evidenze, trasformare Atlantide in qualunque regione abbia bisogno di un mito fondativo, spostare l’Antartide in fascia tropicale per adattarla a una teoria, collocare il Diluvio universale in epoche incompatibili con le evidenze disponibili, trasferire le Colonne d’Ercole dove risultano più funzionali a una narrazione, oppure attribuire agli extraterrestri opere che potrebbero essere state realizzate dall’ingegno umano.
Paradossalmente, questa tendenza finisce per produrre l’effetto opposto rispetto a quello dichiarato: invece di valorizzare l’uomo antico, ne riduce le capacità e la statura culturale e insieme umilia anche noi stessi, trasformando la storia in una forma di intrattenimento spettacolare.
Questa premessa era necessaria per comprendere quel che segue.Senza alcuna intenzione ipercritica, esiste una differenza sostanziale tra la tutela di un geosito e la costruzione di una narrazione sensazionalistica attorno alle cosiddette “Pietre dell’Incavallicata”, o “Giganti di Campana” nella Sila.
Il contrasto tra l’evidenza geomorfologica e il mito mediatico costruito negli ultimi anni offre uno spunto interessante per riflettere su come il marketing territoriale possa talvolta superare il rigore metodologico.
I principali elementi di criticità sono i seguenti.
• Natura delle rocce. I blocchi sono costituiti da arenarie modellate dall’erosione, un contesto geologico nel quale forme insolite e suggestive sono tutt’altro che rare. Le interpretazioni antropomorfe o zoomorfe possono essere favorite dal fenomeno della pareidolia, cioè dalla naturale tendenza della mente umana a riconoscere forme familiari in configurazioni casuali.
• Anacronismi archeologici. Le interpretazioni proposte oscillano tra cronologie incompatibili tra loro: popolazioni neolitiche, Pelasgi, eserciti di Pirro, soldati cartaginesi di Annibale e persino comunità paleolitiche. La varietà stessa delle attribuzioni evidenzia l’assenza di un consenso fondato su prove archeologiche condivise.
• Il cortocircuito del Cecita. Il ritrovamento di resti di Palaeoloxodon antiquus nel Lago Cecita costituisce un dato paleontologico reale e importante. Tuttavia il passaggio dalla presenza documentata dell’animale alla conclusione che la figura di Campana rappresenti necessariamente una scultura intenzionale dello stesso animale non è dimostrato dai dati oggi disponibili.
• Costruzione mediatica. Definizioni come “Stonehenge calabrese” o formule analoghe risultano efficaci dal punto di vista promozionale, ma rischiano di oscurare il reale valore storico, paesaggistico e geologico del territorio, che non necessita di paragoni forzati per risultare interessante, laddove giganti esistono davvero in Calabria e nella zona silana e sono alberi maestosi siti nel nel “Parco Nazionale della Sila” sull’Appennino calabrese.

Le rocce di Campana, qualora si volesse attribuire loro un’origine antropica, apparterrebbero comunque alla categoria delle raffigurazioni o delle sculture rupestri, non a quella dei monumenti megalitici propriamente detti. Dolmen, Menhir, Cromlech e allineamenti megalitici sono infatti strutture costituite da grandi blocchi intenzionalmente trasportati, eretti e organizzati nello spazio dall’uomo. Stonehenge rappresenta una delle massime espressioni di questa tradizione monumentale. Il parallelismo tra i due siti risulta pertanto improprio già sul piano tipologico, prima ancora che su quello cronologico o culturale.
Resta poi la questione delle proporzioni, un argomento raramente discusso: da una parte abbiamo una figura interpretata come un elefante sostanzialmente compatibile con le dimensioni dell’animale rappresentato, mentre dall’altra una figura più o meno antropomorfa che, secondo alcune ricostruzioni, dovrebbe aver raggiunto dimensioni colossali (> 8m).
L’asimmetria non costituisce una prova contro l’origine artificiale del complesso, ma rappresenta certamente un elemento problematico per chi sostiene l’esistenza di un unico programma monumentale. Se infatti le due figure fossero parte di un medesimo progetto, sarebbe ragionevole attendersi una maggiore coerenza nelle proporzioni e nelle finalità rappresentative. L’incoerenza dimensionale non invalida automaticamente alcuna ipotesi, ma rende più difficile sostenere l’esistenza di una concezione artistica unitaria.
Anche l’ipotesi che collega il sito alle campagne di Pirro o Annibale incontra evidenti difficoltà. Risulta infatti poco plausibile immaginare la realizzazione di monumenti colossali in arenaria friabile nel contesto logistico di operazioni militari caratterizzate da esigenze ben diverse.
Rimane inoltre il problema fondamentale della cronologia.
Il Carbonio-14 non può essere applicato direttamente alla roccia in assenza di materiale organico associato. Altre tecniche potenzialmente utilizzabili non risultano essere state applicate e pubblicate in modo sistematico in sedi scientifiche riconosciute. Il risultato è che il sito rimane sostanzialmente privo di una datazione condivisa.
In definitiva, il problema non consiste nell’esistenza di ipotesi differenti, ma nella tendenza a trasformare alcune di esse in certezze.
Le Pietre dell’Incavallicata rappresentano un luogo affascinante, ma in realtà non abbiamo bisogno di inventare “Stonehenge calabresi”, come non abbiamo bisogno di inventare “Svizzere abruzzesi”. La penisola italiana possiede già una straordinaria varietà di paesaggi, tradizioni e testimonianze storiche che non necessitano di paragoni forzati per risultare interessanti: dalla leggenda del vino “Est! Est!! Est!!!” di Montefiascone, che ancora oggi conserva la memoria del viaggio del Vescovo tedesco Johannes Defuk e del servo Martino, fino agli eremi rupestri della Valle dell’Orta alla Maiella, esistono innumerevoli esempi di identità culturali nate e sviluppatesi sul territorio senza bisogno di fare eco a miti celebri.
Dall’inizio dell’Olocene la penisola italiana è stata un crocevia di popoli, commerci e influenze culturali provenienti da tutto il Mediterraneo e oltre, fino a contribuire alla formazione di una delle più originali sintesi culturali della storia: Roma e il suo Impero.
La tutela del patrimonio passa anzitutto attraverso il rispetto dei fatti. Le ipotesi sono il motore della ricerca; il sensazionalismo raramente lo è
Nel 2006 il gruppo multidisciplinare Holocene Impact Working Group avanzò un’ipotesi destinata a suscitare grande interesse: alcune particolari dune costiere a forma di “V” (chevron), osservate sulle coste del Madagascar e dell’Australia, potrebbero essere state generate da un gigantesco tsunami prodotto da un impatto cometario nel sud dell’Oceano indiano, nel punto di coordinate 30°51’54” latitudine Sud e 61°21’54” longitudine Est, dove la profondità reale è di 4.144 metri, un fondale che non è una pianura liscia, ma è caratterizzato da enormi fratture, creste vulcaniche e scarpate sottomarine, una linea di frattura tettonica.

Il cratere di Burckle; problemi della cronologia e fisici
Il luogo dell’ipotetico impatto fu identificato in una vasta depressione sottomarina successivamente denominata Cratere di Burckle.
Secondo le ricostruzioni proposte dal gruppo, la struttura sarebbe stata prodotta dall’impatto di un grande corpo celeste avvenuto tra il 3000 e il 2800 a.C., una data sorprendentemente vicina all’epoca in cui compaiono le prime redazioni dei racconti mesopotamici del Diluvio.
Le simulazioni indicano che il responsabile avrebbe potuto essere una grande cometa, o il frammento principale di una cometa frammentata, con un diametro complessivo di alcuni chilometri. L’energia liberata dall’impatto sarebbe stata enorme, sufficiente a scavare sul fondale oceanico una depressione larga circa 29 chilometri e a generare tsunami di proporzioni eccezionali.
Per verificare l’età dell’evento, i ricercatori utilizzarono diversi indicatori indiretti:
- carotaggi dei sedimenti marini nelle vicinanze della struttura;
- datazioni al Carbonio-14 di materiali organici rinvenuti nei depositi costieri del Madagascar;
- analisi geologiche delle dune considerate possibili tracce di megatsunami.
I risultati collocarono l’evento entro gli ultimi 5-6 mila anni, in una finestra temporale compatibile con il 2800 a.C.
Tuttavia esistono importanti problemi fisici.e interpretativi.
- Burckle non è mai stato perforato né campionato direttamente. Mancano quindi le prove definitive normalmente richieste per classificare una struttura come cratere da impatto.
- La posizione geologica della depressione: essa si trova in prossimità della Dorsale Medio Indiana, una regione caratterizzata da intensa attività tettonica. Molti geologi ritengono che la struttura possa essere il risultato di processi geologici naturali piuttosto che di una collisione cosmica.
- Nei carotaggi sono stati inoltre identificati minerali profondi tipici della crosta oceanica e del mantello terrestre, un elemento che gli studiosi scettici considerano compatibile con fenomeni tettonici.
- Lo scudo di oltre 4.000 metri di profondità dell’Oceano Indiano avrebbe smorzato l’energia a tal punto da rendere impossibile la generazione di un’onda capace di mantenere un’altezza di 180 metri fino all’Oman, situato a oltre 5.000 chilometri di distanza.
Un’obiezione ancora più significativa è legata non alla geologia bensì alla cronologia dei testi antichi.
Nell’Epopea di Gilgamesh il Diluvio è già presentato come un evento appartenente a un passato remoto e quasi mitico. Quando Gilgamesh intraprende il suo viaggio alla ricerca di Utnapishtim, il sopravvissuto al Diluvio, quest’ultimo è descritto come una figura appartenente a un’epoca lontanissima, separata dal presente da generazioni e generazioni.
Se Gilgamesh visse realmente intorno al 2700-2600 a.C., un cataclisma avvenuto nel 2800 a.C. sarebbe stato troppo recente per trasformarsi in una leggenda collocata in un passato indistinto. Sarebbe equivalso, per lui, a un avvenimento vissuto dai propri nonni.
Le obiezioni scientifiche e questa discrepanza temporale rendono estremamente difficile identificare il Diluvio sumero con l’ipotetico impatto di Burckle.
L’evento di Burckle potrebbe rappresentare un evento catastrofico reale ma niente a che fare col Diluvio primordiale conservato nella memoria delle grandi Tradizioni antiche.
Nel mio libro La Settima Piramide proposi un’ipotesi differente, basata sui Testi e sulle evidenze scientifiche: secondo la mia ricostruzione, la storia umana dal 10° millennio a.C. avrebbe conosciuto almeno due grandi eventi cosmici:
- un primo impatto in Oceano Atlantico intorno al 9650 a.C., associato alla crisi climatica dello Younger Dryas e alla distruzione di una precedente civiltà atlantica oggi presente solo nel Mito ma in modo errato;
- un secondo impatto, quasi 2 millenni più tardi e di intensità minore, localizzato stavolta nell’Oceano Indiano, o meglio nel Mare Arabico, capace di generare un’immensa inondazione della pianura mesopotamica e di lasciare il ricordo di quello che molte culture avrebbero tramandato come il Diluvio Universale.
Di questa ipotesi parlai anche in due precedenti articoli di questo Blog: il 5 ottobre del 2019, quando pochi giorni prima fu pubblicata una ricerca di un team dell’Evolutionary Studies Institute dell’Università del Witwatersrand a Johannesburg su dei reperti in Sud-Africa; il 24 agosto del 2017 in occasione di una ricerca pubblicata il 7 novembre del 2016 su Göbekli Tepe.
Se la mia ipotesi è corretta il Diluvio non sarebbe dunque il ricordo di un evento avvenuto nel III millennio a.C., bensì la memoria deformata di una catastrofe molto più antica, risalente agli inizi della rivoluzione neolitica.
Nella prossima parte: come le tradizioni mesopotamiche, indiane e iraniche descrivono il Diluvio e perché, nonostante le differenze religiose e culturali, sembrano conservare sorprendenti elementi comuni.
Emersa nuova prova che 10.800 anni a.e.v. un asteroide potrebbe aver colpito la Terra
Nel mio libro “La Settima piramide” pubblicato nel 2014 come seconda edizione di “Oltre Eden” del 1998, sulla base di Crizia e Timeo di Platone, di Esiodo, di Genesi, che, a sua volta, riprende Sumer, nonché di reperti dal ghiaccio della Groenlandia, sostenni l’idea che nel 9650 a.e.v. nell’Atlantico centrale potrebbe essersi verificato un impatto cosmico molto importante, in pratica quello che spazzò via una Cultura atlantica fondamentale (la “Isola continente di Atlantide” del Mito), portando distruzione anche nel bacino del Mediterraneo.
[“L’analisi del rapporto isotopico dell’ossigeno e della velocità d’accumulo del ghiaccio ha mostrato ad esempio che in Groenlandia le temperature si sono innalzate rapidamente nell’arco di una decade alla transizione climatica fra la fine dell’intervallo freddo dello Younger Dryas e l’inizio del più caldo Olocene, cioè circa 11.600 anni prima del 1950, anno che è usato convenzionalmente come riferimento. Questa datazione corrisponde al 9650 a.e.v.”; “La Settima piramide”, pag. 192]
Inoltre, le principali fonti classiche mi indussero a pensare che quasi 2.000 anni dopo (8000÷7650 a.e.v.) un secondo impatto di categoria inferiore sarebbe avvenuto, ma stavolta nell’Oceano Indiano, determinando la memoria storica del cosiddetto “Diluvio universale” (tra virgolette perché “Diluvio” è effetto secondario di un impatto oceanico con un asteroide di diametro 300-1.000 mt in quel caso).”
Orbene, il 3 ottobre u.s. “notiziescientifiche.it” ha titolato:
“12.800 anni fa un asteroide potrebbe aver colpito la Terra, trovata nuova prova”
(cfr. https://notiziescientifiche.it/12-800-anni-fa-asteroide-potrebbe-aver-colpito-la-terra-trovata-nuova-prova/)
.. e scritto
“Nuove prove dell’impatto di un asteroide o di un meteorite che potrebbe essere avvenuto sulla Terra 12.800 anni fa sono state trovate da un team dell’Evolutionary Studies Institute dell’Università del Witwatersrand a Johannesburg, guidato da Francis Thackeray. … I ricercatori hanno infatti ritrovato un notevole picco per quanto riguarda la quantità di Platino in un sito della provincia di Limpopo, In Sudafrica. […]”

Lo scarto di meno del 9% tra le due datazioni, le mie prevalentemente basate sui testi classici, le altre solo sui reperti fisici, è reso irrilevante dalla periodicità degli impatti di categoria estintiva; infatti, 2.000 anni sono un tempo impossibile per eventi con periodo di circa 120.000 anni e di più rispetto a impatti come quello che provocò l’estinzione dei grandi Rettili, mentre sono compatibili con 2 eventi di diversa classe e con le differenti dinamiche descritte dai testi.
Questo dimostrerebbe ancora una volta che se i vantaggi del metodo scientifico stanno tutti nei “riscontri strumentali” oggettivi, che rendono il dato certo entro gli errori di misura; il difetto, di gran lunga più importante del vantaggio, sta nel ritardo delle conclusioni scientifiche anche oltre la durata di molte vite, sì che ciò che già si sapeva da migliaia d’anni, per le moltitudini resta a lungo confinato/dimenticato come Leggenda, o Mito, o peggio come Religione, con una perdita di conoscenza catastrofica; ma, come si dice: “meglio tardi che mai!”


