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LA CRISI DELL’AMOC E LA CORRENTE DEL GOLFO (2/4)

luglio 16, 2026

Quando il motore comincia a perdere efficienza

Che cosa può alterare un meccanismo naturale che, da migliaia di anni, mantiene in movimento una delle più imponenti circolazioni oceaniche del pianeta?

La risposta non si trova nelle profondità dell’Atlantico, ma molto più a nord, dove il clima sta modificando progressivamente uno dei parametri fondamentali dell’intero sistema: la salinità delle acque superficiali.

Come abbiamo visto, l’inabissamento delle masse d’acqua nel Nord Atlantico dipende dalla loro densità, determinata principalmente dalla combinazione di due fattori: la temperatura e la concentrazione di sali disciolti.

Finché entrambe rimangono sufficientemente elevate, il meccanismo continua a funzionare. Se però uno di questi elementi viene progressivamente meno, anche il motore della circolazione oceanica perde efficienza.

Non esiste una sola causa responsabile della diminuzione della salinità nel Nord Atlantico, ma la progressiva convergenza di più fenomeni, tutti riconducibili al riscaldamento climatico.

Il contributo più evidente è rappresentato dall’accelerazione dello scioglimento della calotta glaciale della Groenlandia. Ogni estate enormi volumi di acqua dolce raggiungono l’oceano, andando a diluire gli strati superficiali delle acque marine.

A questo fenomeno si aggiunge l’aumento delle precipitazioni alle alte latitudini. Un’atmosfera più calda è infatti in grado di trattenere una maggiore quantità di vapore acqueo e di redistribuirlo successivamente sotto forma di pioggia o neve, incrementando ulteriormente l’apporto di acqua dolce al bacino nord-atlantico.

Infine, anche i grandi sistemi fluviali dell’Artico contribuiscono al medesimo processo. L’aumento delle temperature e la fusione più precoce delle nevi determinano portate sempre maggiori verso il mare, completando un quadro nel quale sorgenti differenti producono lo stesso effetto fisico.

Considerati singolarmente, questi fenomeni potrebbero apparire di importanza limitata. Osservati nel loro insieme, essi descrivono invece un processo continuo di progressiva diluizione delle acque superficiali del Nord Atlantico.

È proprio questa convergenza di cause indipendenti che conferisce particolare rilevanza alle osservazioni raccolte dalla comunità scientifica.

Negli ultimi decenni le tecniche di osservazione hanno consentito di seguire l’evoluzione dell’Atlantico con una precisione impensabile fino a pochi anni fa. Satelliti, boe oceanografiche, reti di misura distribuite lungo l’oceano e modelli numerici sempre più accurati consentono oggi di osservare il comportamento dell’AMOC con continuità e di confrontarlo con ricostruzioni climatiche che si estendono nel passato. Per la prima volta nella storia della climatologia non disponiamo soltanto di ipotesi teoriche, ma di osservazioni indipendenti che possono essere confrontate tra loro.

Una delle più importanti serie osservative è costituita dalle misure effettuate lungo il parallelo 26,5° Nord, dove una rete permanente di strumenti consente di seguire nel tempo l’intensità della circolazione atlantica. Per la prima volta è stato possibile osservare direttamente le variazioni della forza dell’AMOC, anziché dedurle esclusivamente da modelli teorici.

Nel loro insieme, le osservazioni indicano una progressiva diminuzione della forza complessiva della circolazione. Una singola serie di osservazioni, naturalmente, non è sufficiente per trarre conclusioni definitive. Per questo motivo i risultati sono continuamente confrontati con altre osservazioni indipendenti, ottenute con metodi differenti.

Le ricostruzioni paleoclimatiche, ricavate dall’analisi dei sedimenti oceanici, delle carote di ghiaccio e di altri indicatori naturali, consentono infatti di estendere lo sguardo ben oltre il periodo delle osservazioni strumentali. Anche queste ricostruzioni descrivono un sistema che, nel suo insieme, appare progressivamente meno vigoroso.

Alcuni lavori, pubblicati anche sulla rivista Nature, suggeriscono che l’intensità attuale dell’AMOC potrebbe essere la più debole registrata nell’ultimo millennio.

A conclusioni analoghe giungono numerosi gruppi di ricerca internazionali. In particolare, gli studi sviluppati dal Woods Hole Oceanographic Institution, pubblicati sulle principali riviste scientifiche, convergono sostanzialmente con le osservazioni dirette e con le ricostruzioni paleoclimatiche.

Uno studio pubblicato all’inizio del 2026 ha inoltre integrato dati satellitari raccolti tra il 1993 e il 2024, evidenziando che, nei pressi di Capo Hatteras, la Corrente del Golfo tende a spostarsi verso nord in misura anomala. Secondo gli autori, questa variazione della traiettoria potrebbe rappresentare uno degli indicatori osservabili di una progressiva perdita di stabilità dell’AMOC e, nel lungo periodo, di una possibile transizione verso uno stato profondamente diverso del sistema.

Naturalmente, nessun singolo studio può essere considerato definitivo. È però significativo osservare come misure dirette, ricostruzioni del passato e modelli interpretativi ottenuti con metodi indipendenti tendano progressivamente a convergere verso lo stesso quadro generale. È proprio questa convergenza, più ancora del singolo risultato, ad aver richiamato l’attenzione della comunità scientifica internazionale.

Se tale interpretazione dovesse essere confermata dalle osservazioni future, il problema non riguarderebbe più soltanto il rallentamento della circolazione oceanica.

La figura mostra il declino della salinità della Corrente del Golfo nel periodo indicato. Come si vede, nel tratto finale l’andamento è passato da una discesa pressoché lineare ad uno parabolico, segno che il processo di decadimento sta probabilmente subendo un’accelerazione.

La questione diventa dunque assai più delicata: comprendere se il sistema stia avvicinandosi a una soglia critica oltre la quale il suo comportamento potrebbe cambiare in modo sostanziale.

Fine della seconda parte

Prossimamente: Verso una soglia critica

 

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