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LA CRISI DELL’AMOC E LA CORRENTE DEL GOLFO (1/4)

luglio 13, 2026

Prologo: dalla fantascienza alla scienza

Nel 2004 il regista Roland Emmerich portò nelle sale cinematografiche The Day After Tomorrow, un film destinato a diventare uno dei più celebri disaster movie della storia del cinema. Lo spettatore assisteva ad una spettacolare successione di eventi estremi: la Corrente del Golfo rallentava improvvisamente, gigantesche celle atmosferiche superconvettive si sviluppavano sull’emisfero settentrionale e, nel volgere di pochi giorni, vaste regioni del pianeta precipitavano in una nuova glaciazione.

Il successo del film fu enorme, ma altrettanto immediate furono le critiche provenienti dal mondo scientifico. Molti climatologi fecero giustamente osservare che una trasformazione di tale portata non avrebbe potuto svilupparsi con la rapidità rappresentata sullo schermo. Le dinamiche dell’atmosfera e degli oceani obbediscono a tempi fisici molto diversi da quelli richiesti dalla narrazione cinematografica. Emmerich aveva volutamente compresso processi che, nella realtà, richiederebbero decenni o addirittura secoli, privilegiando l’effetto spettacolare rispetto al rigore scientifico. Quelle critiche erano corrette. Del resto Emmerich è un regista, non un climatologo, e il suo obiettivo era costruire una narrazione cinematografica, non rappresentare con rigore i tempi della fisica dell’atmosfera. Sarebbe tuttavia un errore trarre da questo una conclusione opposta e altrettanto semplicistica, ossia, poiché il film esaspera il fenomeno, allora il problema non esiste.

La spettacolarizzazione cinematografica non annulla infatti la realtà fisica del fenomeno dal quale trae ispirazione. Al contrario, il progressivo indebolimento della Circolazione Meridionale Atlantica (AMOC), della quale la Corrente del Golfo rappresenta la componente superficiale più nota, costituisce oggi uno dei temi maggiormente studiati dalla climatologia contemporanea. Satelliti, boe oceanografiche, reti di monitoraggio e modelli numerici sempre più sofisticati stanno consentendo di osservare un sistema naturale di importanza fondamentale per l’equilibrio climatico dell’emisfero boreale.

Ciò non significa che gli scenari immaginati dal film siano destinati a realizzarsi, né che sia possibile stabilire con certezza tempi e modalità dell’evoluzione futura del sistema. La scienza procede con maggiore prudenza. Essa distingue i dati osservati dalle simulazioni, le evidenze sperimentali dalle ipotesi interpretative e le probabilità dalle certezze.

Lo scopo di questa serie di articoli non è dimostrare una tesi precostituita, né alimentare timori o facili allarmismi. L’obiettivo è assai più semplice e, allo stesso tempo, più ambizioso: ricostruire, sulla base delle conoscenze scientifiche oggi disponibili, il funzionamento di uno dei più complessi meccanismi naturali del nostro pianeta e comprendere perché la comunità scientifica gli dedichi una crescente attenzione.

Per riuscirci sarà necessario partire dall’inizio. Prima di domandarsi se la Corrente del Golfo stia davvero rallentando, occorre comprendere che cosa essa sia realmente. Solo conoscendo il funzionamento di questo immenso sistema di circolazione oceanica sarà possibile valutare il significato delle osservazioni raccolte negli ultimi decenni e distinguere ciò che appartiene ai fatti da ciò che appartiene ai modelli previsionali.

PARTE I: il motore nascosto del clima terrestre

Vista dallo spazio, la Terra appare come un sistema in continuo movimento. Le masse d’aria si spostano da un emisfero all’altro, gli oceani trasportano enormi quantità di calore, i ghiacci accumulano e restituiscono acqua dolce, mentre l’energia proveniente dal Sole è incessantemente redistribuita tra atmosfera, continenti e mari.

Ogni elemento partecipa a un equilibrio dinamico che, da milioni di anni, rende il nostro pianeta un ambiente favorevole alla vita. Un equilibrio delicato, costruito sull’interazione continua fra processi fisici, chimici e biologici che agiscono su scala globale.

Tra tutti questi meccanismi ve n’è uno che, per dimensioni e importanza, può essere considerato il vero motore della circolazione oceanica dell’Atlantico settentrionale. È il sistema di circolazione termoalina, oggi conosciuto con l’acronimo AMOC (Atlantic Meridional Overturning Circulation), del quale la Corrente del Golfo costituisce soltanto la componente superficiale più nota.

Nell’immaginario collettivo la Corrente del Golfo è spesso rappresentata come un grande “fiume caldo” che attraversa l’Oceano Atlantico. L’immagine, pur efficace, è però riduttiva. In realtà, essa rappresenta soltanto la parte visibile di un sistema immensamente più complesso: una gigantesca circolazione tridimensionale che collega i tropici alle regioni polari e che coinvolge l’intero Atlantico.

Per comprenderne il funzionamento è necessario osservare non soltanto ciò che accade in superficie, ma anche ciò che avviene nelle profondità oceaniche. È proprio lì che si trova il vero motore dell’intero sistema.

Nelle regioni tropicali il Sole riscalda continuamente le acque superficiali dell’Atlantico. Queste, divenute più calde e quindi meno dense, scorrono lentamente verso nord trasportando un’enorme quantità di energia termica. È il ramo superficiale del sistema, quello che comunemente identifichiamo con la Corrente del Golfo.

Giunta alle alte latitudini, quest’acqua cede progressivamente il proprio calore all’atmosfera. È anche grazie a questo continuo trasferimento di energia che vaste regioni dell’Europa occidentale godono di un clima molto più mite rispetto ad altre aree poste alle medesime latitudini.

Raffreddandosi, l’acqua aumenta la propria densità. Se fosse composta soltanto da acqua dolce, questo processo sarebbe già sufficiente ad avviare una lenta discesa verso le profondità oceaniche. Nell’Atlantico settentrionale interviene però un secondo fattore, altrettanto importante: la salinità.

Il sale disciolto nell’acqua marina ne aumenta ulteriormente la densità. È la combinazione fra bassa temperatura ed elevata salinità che rende queste masse d’acqua sufficientemente pesanti da sprofondare lentamente fino a migliaia di metri di profondità. Questo immenso movimento verticale rappresenta il vero motore dell’AMOC.

Ogni volta che una grande massa d’acqua sprofonda nelle profondità dell’Atlantico settentrionale, nuove acque superficiali vengono richiamate dai tropici per sostituirla. Il sistema si autoalimenta in modo continuo, come un gigantesco nastro trasportatore che, da migliaia di anni, redistribuisce il calore tra le regioni tropicali e quelle polari.

Tutto questo, però, continua a funzionare soltanto finché l’acqua che raggiunge il Nord Atlantico mantiene una caratteristica fondamentale: deve essere sufficientemente salata da poter sprofondare. È proprio questo delicato equilibrio che, secondo numerose osservazioni raccolte negli ultimi decenni, sembra mostrare segnali di cambiamento.

Fine della prima parte

Prossimamente: Quando il motore comincia a perdere efficienza

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