AMOC – Aggiornamento n. 3 (2/2)
4. Il problema degli orizzonti climatici
Le proiezioni sull’AMOC sono spesso comunicate attraverso l’orizzonte del 2100. Questo può generare l’impressione che gli effetti più gravi appartengano a un futuro lontano e che vi sia ancora molto tempo per intervenire, ma il 2100 non è una scadenza fisica; è soltanto un orizzonte temporale utilizzato per confrontare scenari climatici.
Se le emissioni restano elevate, se il riscaldamento globale prosegue e se i sistemi naturali reagiscono più rapidamente del previsto, condizioni considerate nei modelli come caratteristiche della fine del secolo possono manifestarsi prima.
Il rischio non consiste necessariamente nel verificarsi improvviso di un unico evento catastrofico. È più plausibile, e forse più pericoloso, un processo cumulativo nel quale diversi sistemi perdono progressivamente margine di sicurezza:
- gli oceani accumulano calore;
- le calotte glaciali perdono massa;
- aumenta l’apporto di acqua dolce nell’Atlantico settentrionale;
- l’AMOC si indebolisce (cfr. Aggiornamento n. 2);
- cambiano le temperature superficiali marine;
- si modificano le circolazioni atmosferiche;
- aumentano le ondate di calore e gli episodi siccitosi;
- diminuisce la capacità degli ecosistemi e delle società di assorbire nuovi shock.
L’AMOC potrebbe quindi essere considerata una delle possibili “vittime” del riscaldamento globale, ma il suo indebolimento potrebbe, a sua volta, introdurre nuove perturbazioni regionali, sovrapponendosi agli effetti già in corso e complicando ulteriormente la gestione del rischio climatico.
Non sarebbe corretto affermare che ciò determinerà automaticamente un’accelerazione del riscaldamento globale in senso planetario. L’AMOC redistribuisce energia: può amplificare alcuni rischi regionali e stagionali, mentre ne attenua o modifica altri. Il problema è la crescente complessità di un sistema già sottoposto a una pressione antropica senza precedenti.
5. Il bilancio di carbonio residuo compatibile con 1,5 °C
Il concetto di carbon budget, o bilancio di carbonio residuo, indica la quantità complessiva di CO₂ che l’umanità può ancora emettere per mantenere una determinata probabilità di contenere il riscaldamento globale entro una soglia (Lamboll et al., 2023).
Non si tratta di una soglia-catastrofe precisa e universale. Il valore dipende da:
- probabilità considerata;
- stato iniziale del sistema climatico;
- evoluzione delle emissioni;
- comportamento dei pozzi naturali di carbonio;
- risposta climatica;
- emissioni di gas diversi dalla CO₂;
- eventuale ricorso futuro alla rimozione della CO₂ dall’atmosfera.
Le stime, inoltre, sono aggiornate nel tempo perché il bilancio residuo diminuisce con ogni ulteriore emissione.
Una precedente valutazione aveva indicato un bilancio residuo centrale di circa 130 GtCO₂ (miliardi di tonnellate di CO₂) (cfr. Forster et al., 2025) a partire dall’inizio del 2025, associato a una probabilità del 50% di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C, assumendo un percorso di progressiva riduzione delle emissioni fino a raggiungere emissioni nette pari a zero nel 2050 (cfr. Forster et al., 2025; IPCC, 2018). A un livello di emissioni globali dell’ordine di 40 GtCO₂ all’anno, tale quantità sarebbe però consumata in poco più di 3 anni.
La successiva edizione del Global Carbon Budget 2025 ha stimato invece un bilancio residuo di circa 170 GtCO₂ dall’inizio del 2026 (Friedlingstein et al., 2025), sempre riferito a una probabilità del 50% di limitare il riscaldamento a 1,5 °C. Anche questa quantità equivale, approssimativamente, a circa 4 anni di emissioni ai livelli del 2025.
Il passaggio da 130 a 170 GtCO₂ non deve essere interpretato come un miglioramento della situazione climatica; è il risultato di una diversa valutazione aggiornata del bilancio, delle emissioni e delle incertezze. Il dato fondamentale rimane invariato: il margine residuo è estremamente ridotto.
Il risultato è che il bilancio di carbonio residuo compatibile con una probabilità del 50% di limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C è ormai praticamente esaurito e, ai livelli attuali di emissione, potrebbe essere consumato entro pochi anni.
Il dato non consente di fissare la data certa di una catastrofe climatica, ma consente di affermare che la finestra temporale per mantenere l’obiettivo di 1,5 °C si è ridotta drasticamente.
6. Nuove estrazioni e contrazione del margine residuo
In questo contesto, ogni nuova espansione della produzione di combustibili fossili deve essere valutata non soltanto in rapporto alla redditività economica o alla sicurezza energetica immediata, ma anche alla quantità di carbonio che aggiunge a un bilancio globale già quasi esaurito.
Le potenziali nuove attività estrattive, comprese quelle prospettate in aree come le Falkland o il Venezuela, non possono essere considerate eventi climaticamente neutri. Il loro contributo deve essere valutato lungo l’intero ciclo:
- esplorazione;
- estrazione;
- trasporto;
- raffinazione;
- consumo finale;
- emissioni indirette e infrastrutturali.
Il problema non è soltanto il volume di petrolio o gas estratto da un singolo progetto. È la somma delle decisioni prese mentre il bilancio globale residuo si restringe rapidamente.
Un nuovo progetto fossile può apparire marginale se osservato isolatamente. Ma, moltiplicato per decine o centinaia di progetti, contribuisce a mantenere in vita un sistema energetico incompatibile con la riduzione delle emissioni richiesta dagli obiettivi climatici più ambiziosi.
La contraddizione è evidente: da un lato la ricerca scientifica segnala che il margine residuo per 1,5 °C è dell’ordine di poche centinaia di miliardi di tonnellate, ormai ridotto a circa 170 GtCO₂ secondo l’aggiornamento più recente; dall’altro, continuano a essere progettate nuove infrastrutture destinate a produrre e consumare combustibili fossili per decenni.
7. La vera emergenza: la sovrapposizione dei rischi
Il rischio climatico non dipende da un solo indicatore.
Non basta osservare l’aumento della temperatura media globale. Occorre considerare anche:
- il contenuto di calore degli oceani;
- l’evoluzione delle calotte glaciali;
- la disponibilità d’acqua dolce;
- la stabilità delle correnti oceaniche;
- le anomalie delle temperature superficiali marine;
- la frequenza delle ondate di calore;
- la durata delle siccità;
- la riduzione delle portate fluviali;
- la perdita di produttività agricola;
- la vulnerabilità delle infrastrutture;
- la capacità politica di reagire.
Questi fattori possono interagire fra loro. Una stagione calda e siccitosa può ridurre le riserve idriche; la riduzione delle riserve può compromettere l’agricoltura e la produzione energetica; la perdita di vegetazione può accentuare il riscaldamento del suolo; le anomalie oceaniche possono influenzare la circolazione atmosferica; l’indebolimento dell’AMOC può modificare ulteriormente la distribuzione regionale del calore.
La minaccia, quindi, non è necessariamente un singolo “punto di non ritorno” (Tipping Point) collocabile in una data precisa ma è la progressiva perdita di resilienza di un sistema complesso.
Conclusione
Le osservazioni disponibili continuano a indicare che l’AMOC è sottoposta a pressioni crescenti. Le nuove analisi basate su vincoli osservativi suggeriscono che il suo indebolimento futuro potrebbe essere significativamente più forte di quanto indicato dalla media dei modelli CMIP6.
Le anomalie climatiche europee del 2026 non possono essere attribuite automaticamente all’AMOC. Esse si collocano soprattutto nel quadro del riscaldamento globale antropogenico e della variabilità atmosferica e oceanica. Tuttavia, l’AMOC rimane un elemento decisivo da monitorare perché il suo indebolimento potrebbe modificare la distribuzione regionale dell’energia e aggiungere nuove perturbazioni a un sistema già instabile.
Il dato più allarmante non è l’esistenza di una data certa nella quale si verificherà una catastrofe climatica ma la riduzione progressiva del tempo disponibile per evitare che diversi rischi si sommino.
Il bilancio di carbonio residuo compatibile con 1,5°C, stimato più recentemente in circa 170 GtCO₂, equivale soltanto a pochi anni di emissioni ai livelli attuali. Questo non rappresenta una soglia magica, ma un indicatore della rapidità con cui il margine di manovra si sta esaurendo.
Il 2100, pertanto, non deve essere interpretato come il momento in cui inizieranno necessariamente le conseguenze più gravi. È possibile che molte di esse si manifestino molto prima, attraverso una successione di anomalie, amplificazioni e crisi regionali.
La questione decisiva non è più soltanto quanto il clima cambierà entro la fine del secolo ma quanto rapidamente le interferenze sul sistema climatico stiano consumando, già oggi, il tempo necessario per evitare gli scenari peggiori.
FINE



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