LA CRISI DELL’AMOC E LA CORRENTE DEL GOLFO (3/4)
Verso una soglia critica
Nelle pagine precedenti abbiamo visto come numerose osservazioni indipendenti convergano nel descrivere un progressivo indebolimento della circolazione atlantica. Rimane però una domanda fondamentale: fino a che punto un sistema naturale può rallentare senza modificare il proprio comportamento?
La fisica dei sistemi complessi suggerisce che molti fenomeni naturali non evolvono in modo continuo. Per lunghi periodi sembrano cambiare lentamente, quasi impercettibilmente, fino a raggiungere una soglia oltre la quale anche una variazione apparentemente modesta può produrre una trasformazione improvvisa dell’intero sistema. È ciò che gli studiosi definiscono Tipping Point, il punto di non ritorno.
Applicato all’AMOC, questo concetto assume un significato preciso. Finché le acque superficiali del Nord Atlantico mantengono una densità sufficiente, il meccanismo di sprofondamento continua ad alimentare la circolazione oceanica. Se però l’afflusso di acqua dolce dovesse superare una determinata soglia critica, la formazione delle acque profonde potrebbe ridursi drasticamente o interrompersi del tutto.
È proprio questa possibilità che i modelli climatici più avanzati stanno cercando di valutare.
Fra gli studi più discussi degli ultimi anni, quello pubblicato da Peter e Susanne Ditlevsen nel 2023 ha proposto, sulla base di un’analisi probabilistica, una possibile finestra temporale compresa fra il 2030 e il 2060 nella quale il sistema potrebbe avvicinarsi a una transizione critica. Come ogni modello previsionale, anche questo non costituisce una previsione certa, ma uno scenario che la comunità scientifica considera sufficientemente plausibile da meritare particolare attenzione.
Il paradosso del freddo
Se un simile scenario dovesse realmente verificarsi, l’effetto più sorprendente sarebbe anche il più controintuitivo.
Mentre il riscaldamento globale continuerebbe ad aumentare la temperatura media del pianeta, vaste regioni dell’Europa settentrionale potrebbero andare incontro a un marcato raffreddamento.
Il motivo è semplice.
La Corrente del Golfo non trasporta soltanto acqua: trasporta enormi quantità di calore accumulate nei tropici. Se questo trasporto diminuisse drasticamente, il Nord Atlantico perderebbe una delle principali sorgenti di energia che oggi mitigano il clima europeo.
Le simulazioni più accreditate descrivono un raffreddamento che potrebbe raggiungere valori dell’ordine di 5-15 °C nelle regioni nordiche, mentre gran parte dell’Europa centrale subirebbe una sensibile diminuzione delle temperature medie. Il clima dell’Europa occidentale assumerebbe caratteristiche oggi tipiche delle regioni subartiche del Canada.
Ma il raffreddamento rappresenterebbe soltanto uno degli effetti.
La ridistribuzione del calore fra oceano e atmosfera modificherebbe profondamente l’intera circolazione atmosferica dell’emisfero boreale.
La climatologia contemporanea non prevede un’evoluzione tanto rapida né tanto semplice. Tuttavia, il principio fisico dal quale The Day After Tomorrow trae ispirazione è reale: una profonda alterazione della circolazione atlantica potrebbe modificare radicalmente la distribuzione del calore nell’emisfero boreale, producendo effetti climatici che, pur molto diversi da quelli rappresentati sullo schermo, meritano oggi tutta l’attenzione della comunità scientifica.
L’energia che per migliaia di anni la Corrente del Golfo ha trasportato verso le alte latitudini continua a essere prodotta dal Sole, ma non è più redistribuita nello stesso modo, non scompare; rimane accumulata nelle acque tropicali dell’Atlantico e del Mar dei Caraibi, dove la temperatura superficiale continua ad aumentare.
Il risultato è un oceano che tende a dividersi in due enormi serbatoi di energia: uno progressivamente raffreddato, l’altro sempre più caldo. Mai, nell’epoca delle osservazioni strumentali, questo contrasto è apparso con tale evidenza.
È proprio questo principio fisico che Roland Emmerich portò all’estremo nel suo film. Per esigenze narrative, il regista condensò in pochi giorni processi che, nella realtà, richiederebbero tempi incomparabilmente più lunghi, trasformando una possibile evoluzione del sistema climatico in una spettacolare catastrofe cinematografica.
L’oceano e l’atmosfera costituiscono infatti un unico sistema fisico integrato. Quando cambia il modo in cui il mare redistribuisce il calore, anche la circolazione atmosferica è costretta a riorganizzarsi.
L’energia accumulata nelle basse latitudini alimenta un Atlantico tropicale sempre più caldo. Le acque superficiali, che in alcune aree possono superare i 30 °C, rappresentano il combustibile ideale per gli uragani.
In fisica ogni forte differenza di temperatura genera inevitabilmente una differenza di pressione. L’atmosfera reagisce cercando di riequilibrare questo contrasto.
Fra i principali meccanismi coinvolti in questa riorganizzazione atmosferica vi è il Jet Stream, un intenso fiume d’aria che scorre ad alta quota lungo l’emisfero settentrionale. Alimentato dal contrasto termico tra le masse d’aria polari e quelle tropicali, esso agisce come una vera autostrada atmosferica, guidando il percorso delle perturbazioni. Se quel contrasto cambia, anche il Jet Stream è costretto a modificare il proprio comportamento: in alcuni tratti il getto accelera violentemente (Jet Streak); in altri perde regolarità, formando ampie ondulazioni (Onde di Rossby). Quando queste ondulazioni diventano particolarmente accentuate possono bloccarsi per settimane nella stessa posizione, dando origine ai cosiddetti Blocking atmosferici.
Quando un blocco atmosferico persiste, le perturbazioni non seguono più il loro normale percorso. Alcune regioni rimangono per settimane sotto l’influenza di masse d’aria subtropicali sempre più calde e secche; altre sono investite da ripetute irruzioni di aria polare. Per l’Europa mediterranea ciò potrebbe tradursi nell’alternanza di lunghi periodi di siccità e improvvise irruzioni di aria polare, capaci di generare contrasti termici estremi, precipitazioni eccezionali e fenomeni meteorologici sempre più intensi.
Nessuno è oggi in grado di affermare se e quando questo scenario si realizzerà. Ciò che la climatologia contemporanea sta mostrando con crescente chiarezza è però un fatto fondamentale: tutti questi fenomeni non rappresentano eventi indipendenti; sono le possibili manifestazioni di uno stesso processo fisico, originato dall’alterazione di un equilibrio che, per migliaia di anni, ha regolato la distribuzione dell’energia sull’intero Atlantico.
Fine della terza parte
Prossimamente: il Mediterraneo e l’Italia dentro il nuovo equilibrio climatico e la Conclusione


