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Perché le imprese economico-finanziarie di Trump, in particolare il recente “Accordo Trump-Rodriguez”, potrebbero essere l’innesco di una catastrofe globale (1/4)

settembre 2, 2026

PREMESSA

Nel mercato internazionale dei combustibili fossili gli Stati Uniti d’America sono diventati il primo produttore mondiale di greggio, grazie soprattutto alla rivoluzione dello shale oil (petrolio di scisto). Pur producendo prevalentemente greggi leggeri, gli Stati Uniti continuano a importare quantità rilevanti di greggio più pesante, anche perché una parte importante della capacità di raffinazione del Golfo del Messico dispone di impianti particolarmente adatti alla sua lavorazione. Queste importazioni provengono in larga misura da paesi geograficamente vicini e storicamente integrati nel sistema petrolifero nordamericano, soprattutto Canada e Messico (EIA, Energy Information Administration).

La Chevron rappresenta la principale — e, tra le grandi major statunitensi, sostanzialmente l’unica — eccezione: essendo l’unica major statunitense ad aver mantenuto una presenza costante in Venezuela, presenza mantenuta anche durante il periodo delle sanzioni seppure con attività fortemente limitate, ha progressivamente negoziato e sta finalizzando accordi strategici con il Ministero dell’energia di quel paese per migrare ed espandere le proprie joint venture nella fascia dell’Orinoco e Petropiar nell’Ayacucho (Reuters, 28-31 agosto). 

Anche fornitori di servizi petroliferi come Halliburton valuterebbero di inviare attrezzature in Venezuela; tuttavia, per l’industria petrolifera nel suo complesso, il Venezuela resta un investimento ad altissimo rischio operativo e geopolitico rispetto ai giacimenti domestici o a quelli offshore della Guyana

L’accordo Trump-Rodriguez

Su questo scenario si è recentemente inserito l’accordo trumpiano per oltre 65 miliardi di barili di riserve provate venezuelane, una quantità superiore alle riserve provate attualmente detenute dagli Stati Uniti e tale da più che raddoppiare le risorse petrolifere alle quali Washington avrebbe accesso se considerata sotto il profilo del controllo economico (EIA, Reuters, ABC News, Breaking News, Latest News and Videos).

Questo accordo, che con la presenza di Maduro non sarebbe mai stato possibile, perciò definito “storico” da D. Trump, si inserisce nello scenario petrolifero venezuelano modificandone radicalmente le regole del gioco, superando di fatto le storiche resistenze delle compagnie private attraverso una massiccia spinta geopolitica e legale (cfr. Corriere della Sera).

Con i recenti accordi commerciali Trump-Rodriguez il governo statunitense ha assunto una massiccia partecipazione strategica in oltre una dozzina di giacimenti venezuelani. Nonostante questa forte spinta geopolitica, permangono tuttavia le difficoltà tecniche legate alla raffinazione del petrolio acido e pesante (simile al catrame) di quei giacimenti e allo stato d’abbandono delle infrastrutture. Ciò comporta aumento dei costi industriali con diminuzione/azzeramento dei profitti e difficoltà di commercializzazione.

Gli analisti stimano che per riportare la produzione ai livelli degli anni ’90 (circa 3 milioni di barili al giorno) servirebbero tra i 53 e i 180 miliardi di dollari di investimenti privati entro il 2040; per questo e per i rischi di una futura nazionalizzazione le compagnie americane hanno preferito finora indirizzare i loro investimenti verso progetti più sicuri e immediati.

Gli Stati Uniti avrebbero un controllo economico effettivo equivalente al 55% dell’operazione, attraverso una partecipazione societaria del 35% e diritti di acquisto a prezzo di costo sul 20% dell’output. Secondo fonti statunitensi, alla nuova società sarebbero stati concessi diritti di sfruttamento sui 17 giacimenti per 100 anni. Delcy Rodríguez ha tuttavia successivamente descritto pubblicamente l’accordo come un progetto della durata di 25 anni. Il testo integrale dell’accordo non è stato reso pubblico; Reuters (31 agosto) segnala che esperti e giuristi stanno chiedendo trasparenza sui suoi termini, mentre diversi elementi essenziali della struttura dell’operazione restano ancora non chiariti (CNN, Kit Maher, 28 agosto; Washington Post, LA Times). Se la concessione secolare riferita da un funzionario della Casa Bianca alla CNN fosse effettivamente accompagnata da garanzie previste da un trattato internazionale, essa potrebbe offrire alle multinazionali americane una protezione di lungo periodo dal rischio di future nazionalizzazioni “alla Chávez”.

Tutto ciò lascia comunque aperta una questione: come può una concessione di 100 anni essere giuridicamente strutturata in un Paese nel quale il normale regime delle concessioni è molto più breve e lo Stato mantiene diritti fondamentali sulle risorse petrolifere?

L’accordo punta a convogliare verso il Venezuela circa 100 miliardi di dollari di investimenti privati.

Sebbene le infrastrutture locali siano a pezzi, l’ingresso diretto dell’amministrazione statunitense come garante e co-proprietaria abbatte il rischio finanziario per i giganti del settore (Big Oil).

Grandi compagnie con una forte impronta storica nel Paese come Chevron, già operativa come si è visto, o partners europei come ENI e la Repsol spagnola sono visti dagli analisti come i candidati naturali per operare materialmente sul campo (AP News).

Il precedente controllo maggioritario, pari almeno al 60%, della statale venezuelana PDVSA (Petróleos de Venezuela S.A.) nelle imprese miste con operatori privati sembra essere stato sostanzialmente superato dalla nuova struttura dell’accordo, nella quale il ruolo della compagnia statale non è stato esplicitato. Di conseguenza, Caracas sta valutando l’ipotesi di lasciare l’OPEC, di cui il Venezuela è membro fondatore dal 1960 (ANSA). L’eventuale ritiro consentirebbe al Paese di aumentare la produzione senza essere vincolato dalle quote stabilite dall’organizzazione, in un processo di riallineamento energetico verso gli Stati Uniti che Washington considera favorevole ai propri interessi.

In sintesi, l’accordo non cancella i problemi tecnici di estrazione e raffinazione legati al petrolio “pesante” e alle infrastrutture distrutte (Reuters, AP, BBC), ma ridisegna l’architettura legale e politica, offrendo alle compagnie petrolifere prospettive di lungo termine e un controllo operativo che prima mancavano per giustificare investimenti miliardari (BBC).

In altre parole, fornendo una copertura legale e di sicurezza destinata a neutralizzare il rischio di future nazionalizzazioni e a ridurre quello derivante da eventuali sanzioni, e creando di fatto un contesto che incentivi le aziende private (Big Oil) a investire i propri capitali, il Governo di Washington agirebbe come garante legale e geopolitico, mettendo in campo strumenti finanziari pubblici senza necessariamente ricorrere a un esborso diretto di capitale, almeno in teoria e secondo quanto dice D. Trump (CNN).

Avendo una partecipazione societaria e diritti garantiti di acquisto a prezzo di costo sul 55% dell’output effettivo, gli USA potranno (PBS):

  1. rimpinguare la Riserva Strategica di Petrolio degli Stati Uniti (Strategic Petroleum Reserve), attualmente al livello più basso dal 1982 (289,7 mln barili, Reuters, 30 agosto);
  2. ottenere copertura dei fabbisogni energetici delle forze armate statunitensi (PBS).

Il  Venezuela incasserà dal flusso dei capitali privati oltre 209 miliardi di dollari di entrate per lo Stato venezuelano, pari a circa 19$ per barile in royalties (Anadolu Ajansı; Reuters).

In sintesi, le aziende private pagherebbero le spese per l’estrazione, gli Stati Uniti pagherebbero solo il costo di produzione per consumarlo e il Venezuela incasserebbero una tassa su ogni barile che esce dal sottosuolo (BBC). 

Tempo occorrente perché gli Americani vedano benefici economici dall’operazione

Secondo analisti indipendenti del settore energetico, decorsa la reazione positiva dei Mercati alla notizia e l’effetto psicologico alla pompa di benzina, eventuali effetti economici positivi sui costi per i consumatori americani potrebbero richiedere da 1 a 5 anni, in funzione delle barriere tecniche e dei tempi necessari al recupero della produzione (ANZ; Rystad Energy), smentendo le promesse di D. Trump che il prezzo sarebbe crollato subito di almeno 1,99$/gallone (CNBC, maggio 2025; Gulf Coast News Now / WBBH, agosto 2026).

Per anticipare almeno in parte gli effetti dell’operazione, il Governo americano prevede di acquisire in anticipo una prima quota compresa tra i 30 e i 50 milioni di barili di greggio venezuelano già estratto ma precedentemente bloccato dalle sanzioni (CNN, Reuters).

Pausa

È impossibile non vedere che dalla questione Ucraina al feroce aggravamento della questione palestinese successivo al controverso “7 ottobre 2023” e adesso alla questione venezuelana aperta con l’estradizione di Maduro, tutto questo “bailamme”, dall’indebolimento e rottura dei rapporti tra UE e Russia all’isolamento degli USA entro i propri confini con la criminalizzazione dei fenomeni migratori e col rafforzamento della capacità energetica basata sui combustibili fossili anziché sulle energie rinnovabili, delinea una strategia di progressivo arroccamento che, per le sue caratteristiche, può essere ricondotta al concetto di “fortilizio planetario” (Global Fortress) utilizzato da alcuni analisti. In questo scenario, abbiamo visto gli USA trasferire da un lato progressivamente sull’UE una parte crescente del sostegno strategico all’Ucraina, dopo aver esercitato durante la crisi del 2013–2014 una forte influenza politica sul processo che portò alla caduta di Viktor Janukovyč e alla formazione di un nuovo governo filo-occidentale, e dall’altro a spezzare il flusso del petrolio dall’Iran, uno dei principali produttori ed esportatori petroliferi mondiali, determinando le condizioni di crisi alle quali stiamo assistendo oggi.

La qualificazione degli eventi ucraini del febbraio 2014 come “colpo di Stato” è controversa [1]: alcuni studiosi la sostengono, mentre le istituzioni occidentali li descrivono come il collasso del governo Yanukovyč seguito dalla sua destituzione parlamentare [2].

[1] “Forcible Discharge of Ukrainian President Yanukovich from Power: Complicity of the Obama Administration”, Oxford University Press; [2] Congressional Research Service, CRS.

Poiché tutto questo oltrepassa visibilmente le possibilità del profilo di D. Trump, ciò che viene da chiedersi è: qual è la “cabina di regia” che ne ha mosso i fili?

Chi c’è dietro a Trump? Le sollecitazioni e i veri architetti del piano

L’idea di prendere il controllo fisico e legale del petrolio venezuelano non è certo farina del sacco di un personaggio come D. Trump; ma allora di chi?!

L’operazione sembra rispondere alle sollecitazioni dirette dei falchi della sua amministrazione, di storici oligarchi venezuelani e dei giganti della finanza speculativa (CafoscariNEWS).

Marco Rubio e la Dottrina “Donroe”

L’architetto geopolitico principale sarebbe il Segretario di Stato Marco Rubio. Politico della Florida da sempre legatissimo alla comunità degli esuli anticastristi e antivenezuelani, Rubio spinge da anni per l’applicazione di una versione aggressiva della Dottrina Monroe” (ribattezzata dagli analisti “Dottrina Donroe”). L’obiettivo di Rubio è “espellere”  la presenza di Cina, Russia e Iran dal cortile di casa americano, usando l’apparato militare e di intelligence (coordinato dal Segretario alla Difesa Pete Hegseth, un dichiarato filosionista) per blindare le risorse (Reuters, gennaio 2026, CRS).

Alejandro Betancourt Lòpez e la North American Blue Energy Partners

Dietro la struttura societaria privata dell’accordo c’è Alejandro Betancourt López, capo della North American Blue Energy Partners (NY Times), che ha fatto da ponte tra l’amministrazione USA e la Presidente ad interim Delcy Rodríguez (Reuters). È lui l’uomo d’affari che ha materialmente strutturato il veicolo finanziario privato con il coinvolgimento del Pentagono tramite l’Office of Strategic Capital.

La lobby di Wall Street e i rimborsi storici

Aziende come ConocoPhillips ed ExxonMobil, che vantano ancora miliardi di dollari di crediti verso il Venezuela per gli espropri subiti nel 2007, erano tra le grandi compagnie convocate da Trump (PBS Frontline). Trump ha esplicitamente prospettato il ritorno di queste compagnie in Venezuela, mentre il Segretario all’Energia Chris Wright ha dichiarato che parte dei proventi delle vendite petrolifere potrebbe in futuro essere destinata a compensare le perdite subite da ExxonMobil e ConocoPhillips con le nazionalizzazioni di Chávez (PBS, Fox Business, Reuters).

Fine della prima parte

Nella prossima: La posizione del Governo italiano e la spaccatura della visione eurasiatica

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