Il Cratere di Burckle, il Diluvio Universale e “La Settima Piramide” (2/4)
Dalla Mesopotamia all’India passando per l’Iran
Se il Diluvio Universale fosse realmente il ricordo di una catastrofe naturale, dovremmo aspettarci di trovarne tracce nelle tradizioni dei popoli che vivevano nelle regioni coinvolte.
È proprio ciò che emerge confrontando i racconti mesopotamici, indiani e iranici. Pur appartenendo a culture differenti, questi testi conservano una sorprendente serie di elementi comuni.
Manu e il Diluvio dell’India
Nella tradizione indiana il protagonista del Diluvio è il re Manu.
Nel Shatapatha Brahmana e nei Purana, il cataclisma non viene descritto come una semplice pioggia torrenziale. L’evento inizia invece con l’insorgere degli oceani, che superano i loro confini e sommergono le terre emerse.
Le acque avanzano dal mare aperto e non dal cielo.
Avvertito dall’avatar divino Matsya, rappresentato come un gigantesco pesce, Manu costruisce una nave e si mette in salvo. Guidato dalla divinità, raggiunge infine le alte montagne dell’Himalaya, dove attende il lento ritiro delle acque.
Il tema centrale è evidente: un’inondazione proveniente dal mare e una salvezza affidata alle grandi catene montuose del nord.
Il racconto iranico
Elementi analoghi compaiono nella tradizione iranica, in particolare nel Bundahishn, uno dei principali testi cosmologici dello Zoroastrismo.
Qui il disastro inizia con un’aggressione cosmica che colpisce il cielo. Il testo parla di una sostanza simile a ferro fuso introdotta nel mondo materiale da Ahriman, il principio distruttore.
Successivamente la divinità Tishtar scatena un Diluvio destinato a purificare la Terra.
Le descrizioni risultano particolarmente suggestive: il cielo viene oscurato, cadono piogge gigantesche per trenta giorni e trenta notti e le acque si mescolano a polveri e sostanze che rendono il mare salato e amaro.
Pur utilizzando un linguaggio mitologico, il racconto richiama alcuni fenomeni che oggi assoceremmo a una grande catastrofe atmosferica: oscuramento del cielo, precipitazioni anomale e alterazioni dell’ambiente.
La tradizione mesopotamica
Nel racconto sumero e accadico, conservato nell’Epopea di Gilgamesh e nel mito di Atrahasis, il Diluvio è accompagnato da eventi altrettanto drammatici.
Le acque degli abissi irrompono sulla terra, il cielo si oscura e una tempesta devastante dura per diversi giorni.
Anche in questo caso il sopravvissuto si salva grazie a un’imbarcazione che alla fine si arena sulle montagne del nord, nell’area compresa tra il Kurdistan e l’altopiano armeno.
Un modello ricorrente
Le tre tradizioni utilizzano linguaggi religiosi differenti, ma sembrano descrivere una sequenza sorprendentemente simile:
- una catastrofe collegata al mare;
- un improvviso oscuramento del cielo;
- piogge eccezionali;
- la devastazione delle pianure;
- la sopravvivenza di gruppi umani rifugiati sulle montagne.
Le differenze riguardano gli attori del racconto — divinità, demoni, eroi o pesci sacri — ma la struttura dell’evento rimane sostanzialmente invariata.

Dove convergono le testimonianze?
Se si osservano le direzioni geografiche implicite nei racconti, emerge un dettaglio interessante. I testi mesopotamici indicano una catastrofe proveniente da sud-est. Le tradizioni indiane parlano di un evento originato nelle acque del Mare Arabico. I racconti iranici descrivono un fenomeno che interessa l’area dell’Oceano Indiano e dei mari meridionali.

Proiettando queste direttrici su una mappa, esse convergono tutte verso una regione compresa tra il Mare Arabico e l’accesso al Golfo Persico.

Si tratta della stessa area che, nella mia ipotesi sviluppata in La Settima Piramide, potrebbe aver ospitato un grande impatto oceanico capace di generare un megatsunami diretto verso la pianura mesopotamica.
Naturalmente una convergenza mitologica non costituisce una prova scientifica. Tuttavia rappresenta un indizio interessante: popoli separati da migliaia di chilometri sembrano aver conservato il ricordo di un evento caratterizzato dagli stessi elementi fondamentali.La domanda diventa allora inevitabile: cosa accadrebbe realmente se un grande corpo celeste colpisse il Mare Arabico?
Nella prossima parte utilizzeremo modelli fisici moderni per simulare gli effetti di un impatto di questo tipo e verificare se possa produrre scenari compatibili con quelli descritti dai miti antichi.


