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UNO DEI PERCORSI STORICI PIÙ COMPLESSI DEL RECUPERO DELL’ANTICA TRADIZIONE ATLANTICA (2/7)

settembre 1, 2026

Dall’ospitalità ai “400 anni della schiavitù” in Egitto

In base al racconto della Torah, tra i 12 figli di Giacobbe/Israele, figlio di Isacco, figlio di Abramo, ce n’erano due di particolare importanza: Giuseppe e Beniamino.

Questi erano gli unici figli di Rachele, la cugina di primo grado e moglie più amata dal patriarca, morta proprio partorendo Beniamino (Genesi 35,16-20).

Ciò che rende Giuseppe e Beniamino speciali per Giacobbe – di conseguenza odiati dagli altri fratelli – è insieme ossessione romantica, dinamica di potere e simbolismo della successione.

Nella cultura patriarcale dell’Età del Bronzo, la loro nascita scardinò completamente le regole tradizionali della famiglia, creando una frattura insanabile. Vediamo i tre motivi fondamentali di questa dinamica.

Rachele

Il grande amore di Giacobbe fu Rachele; per avere lei, non per Lia o per le schiave Bila e Zilpa, Giacobbe lavorò duramente ben 14 anni presso Labano (Genesi 29,15-30).

Quindi, per Giacobbe, Giuseppe e Beniamino erano gli unici “figli dell’amore”. Quando Rachele morì partorendo Beniamino, Giacobbe riversò sui due orfani tutto l’amore, il senso di colpa e il dolore per la perdita della moglie. Agli occhi del patriarca, loro due rappresentavano la parte “nobile e legittima” della sua discendenza, mentre gli altri dieci fratelli erano quasi il frutto di un “dovere biologico”.

La primogenitura

Il motivo principale del rancore dei fratelli maggiori (in particolare di Ruben, Simeone e Levi) non era solo la gelosia affettiva, ma una reale minaccia economica e politica.

Giacobbe commise il grave errore di mostrare apertamente che voleva dare a Giuseppe i diritti del primogenito.

La “Ketonet Passim” (tunica dalle maniche lunghe)

La “Ketonet Passim (Genesi 37,3; 2 Samuele 13-18; B.[401-404]) non era semplicemente un vestito colorato o costoso. Nell’antichità, quella tunica era il simbolo dell’autorità, il mantello che spettava al capo del clan. Regalando quella tunica a Giuseppe (che era l’undicesimo figlio), Giacobbe stava dicendo agli altri dieci: “Lui comanderà su di voi e lui erediterà la parte doppia dei miei beni”.

I Sogni e la Spia

Giuseppe non faceva nulla per farsi amare dai fratelli maggiori. Il testo di Genesi sottolinea due dettagli irritanti. Oltre a far la spia al padre sui cattivi comportamenti dei fratelli (Genesi 37,2) e i loro pettegolezzi sui figli delle schiave (Gad, Aser, Dan, Neftali), Giuseppe soleva raccontare con finta ingenuità che nei suoi sogni perfino i covoni e le stelle dei fratelli si inchinavano a lui (Genesi 37,5-11) e questo fece traboccare il vaso del loro odio; presero a vederlo come un ragazzino viziato, megalomane, coccolato dal padre e una minaccia per il loro futuro (Genesi 49).

Quando Giuseppe è venduto schiavo ma creduto morto dal padre perché i fratelli gli propinano la bugia che è stato sbranato da una fiera (Genesi 37,31-35), l’ossessione di Giacobbe si sposta sul piccolo Beniamino.

A questo punto i fratelli capiscono che se accadesse qualcosa anche a Beniamino, il vecchio padre morirebbe di dolore.

La trama di queste vicende continua con Giuseppe che, grazie alla sua arte oniromantica, è entrato nelle grazie del Faraone e ha fatto carriera a corte dimostrandosi abile interprete dei sogni del Faraone stesso e uomo saggio. Quando in Canaan scoppia la solita carestia, la Tribù di Giacobbe va nel ricco, potente e saggio Egitto.

In Egitto, davanti a Giuseppe, che ancora non riconoscono, i fratelli maggiori (guidati da Giuda) preferiscono rischiare la propria vita offrendosi in cambio di Beniamino indiziato di furto piuttosto che causargli del male (Genesi 44,30-31). A quel punto Giuseppe si fa riconoscere, perdona i fratelli e la frattura si ricompone.

Nei secoli successivi le rivalità familiari si rifletteranno comunque nella geografia politica d’Israele, visto che la tribù di Giuda figlio di Lia e le tribù di Efraim/Manasse figli di Giuseppe si faranno la guerra per il controllo del Regno.

Dopo questa inquadratura preliminare, ci sono alcune considerazioni da fare su quanto accadde agli Israeliti di Giacobbe in Egitto.

Già prima dell’arrivo del giovane Giuseppe, per secoli il Delta orientale aveva ospitato una colonia di popolazioni semitiche provenienti dal Levante. Gli scavi dell’archeologo Manfred Bietak nel sito di Tell el-Dab’a, generalmente identificata con l’antica Avaris e situata nel settore orientale del Delta tradizionalmente associato alla terra biblica di Goshen, lo confermano (cfr. B.[203-204]). I primi strati archeologici (Medio Regno, XII-XIII dinastia) mostrano insediamenti pacifici: i coloni vivevano in case con stili levantini, possedevano bestiame e praticavano sepolture non egizie (spesso con armi o sacrifici di asini). Molti di loro raggiunsero importanti posizioni sociali e amministrative.

Al tempo di Giuseppe i Faraoni erano Hyksos (XV dinastia; cfr. B.[205-209]), una dinastia di origine semitica, che governò l’Egitto per un breve lasso di tempo (ca un secolo, dal 1650 al 1550 a.e.v.). Il fatto che questi Faraoni potessero nutrire una maggiore affinità con le popolazioni levantine stabilite in Egitto è testimoniato tra l’altro dallo storico ebreo Giuseppe Flavio (I sec. e.v., cfr. B.[103]), oltre al fatto che gli Egiziani sembrano aver nutrito normalmente il sentimento opposto verso i “pastori” in genere (Genesi 46,34). Fu probabilmente questa maggiore affinità a consentire al popolo di Giacobbe di stabilirsi in Egitto permanentemente e lì crescere e prosperare. Su questo aspetto lo scenario archeologico coincide perfettamente con la descrizione di Genesi.

Il testo biblico afferma poi che, a un certo punto, “sorse sopra l’Egitto un nuovo Re, che non aveva conosciuto Giuseppe”, il quale impose il lavoro coatto per paura della crescita demografica di questa colonia (Esodo 1,8-11). Storicamente, questo trova un corrispettivo preciso in due fenomeni. 

  • Quando i faraoni tebani della XVIII dinastia scacciarono i sovrani Hyksos, la percezione dei levantini nel Delta cambiò radicalmente. Da immigrati integrati o dominanti, divennero una minoranza guardata con forte sospetto politico e potenziale quinta colonna dei nemici orientali. L’ultimo faraone della XV dinastia Hyksos fu Khamudi (noto anche come Kamudi o Khamouly). Regnò all’incirca dal 1540 a.C. al 1530 a.C. (secondo la cronologia convenzionale) e fu sconfitto dal faraone egizio Ahmosi I, il fondatore del Nuovo Regno, che conquistò la capitale Avaris e scacciò definitivamente i sovrani orientali dal Delta del Nilo. 
  • Gli Egizi non espulsero tutta la popolazione del Levante, ma ne ridussero gran parte in uno stato di servitù. I prigionieri di guerra o i residenti stranieri sottomessi erano classificati come proprietà dello Stato o dei templi.

L’evidenza storica mostra che gli Ebrei/Israeliti di Goshen nacquero effettivamente come una colonia commerciale e pastorale che godeva di ampi privilegi. Fu il mutamento geopolitico del Nuovo Regno a trasformarli progressivamente in una classe subordinata di lavoratori coatti, un declassamento sociale e giuridico che la memoria collettiva della Israele successiva ha codificato nel racconto della brutale schiavitù d’Egitto. Più che una schiavitù di tipo coloniale sul genere americano, l’Egitto applicava il sistema della corvée statale ossia della precettazione istituzionale (bener), a cui i residenti stranieri non potevano sottrarsi. Ciò resta provato da diversi ritrovamenti.

  • Il Papyrus Brooklyn 35.1446 Risalente alla fine del Medio Regno e conservato al Brooklyn Museum, il documento contiene, fra l’altro, l’elenco di 95 servitori appartenenti a una grande proprietà dell’Alto Egitto; circa la metà di essi è identificata come Aamu, termine con il quale gli Egizi indicavano individui provenienti dalle regioni del Levante. I loro nomi mostrano in numerosi casi una chiara origine semitico-nordoccidentale, cioè appartenente alla stessa grande famiglia linguistica dell’ebraico. Fra questi compare una donna chiamata Šp-ra, nome che presenta una notevole affinità con Sifrà, una delle due levatrici citate in Esodo 1,15. il parallelismo è significativo sul piano linguistico. Il Papiro di Brooklyn costituisce quindi una testimonianza concreta della presenza, già nel Medio Regno, di popolazioni levantine inserite in differenti rapporti di dipendenza e di lavoro all’interno della società egizia. Esso non prova l’Esodo, ma dimostra che lo scenario umano e sociale nel quale la tradizione biblica colloca la permanenza di popolazioni semitiche in Egitto non è affatto estraneo alla documentazione storica.
  • Le pitture murali della Tomba di Rekhmire Risalenti al XV secolo a.C., i dipinti nella tomba del Visir Rekhmire (cfr. B.[320]) a Tebe mostrano operai stranieri con tratti tipicamente semitici (pelle chiara e barbe) intenti a impastare fango e paglia per fabbricare mattoni sotto la supervisione di sorveglianti egizi muniti di bastone. La didascalia recita che il lavoro è imposto per i progetti edilizi del Faraone, richiamando fedelmente le fatiche descritte in Esodo 1.

Nel XIII secolo a.e.v., Ramsete II spostò la capitale proprio nel cuore di Goshen, fondando Pi-Ramesse a ridosso della vecchia Avaris. Un progetto così colossale richiese lo sfruttamento intensivo della forza lavoro locale attraverso la leva obbligatoria. I testi egizi dell’epoca menzionano gli Apiru, termine generalmente interpretato come una designazione sociale riferita a gruppi marginali, sbandati o privi di stabile collocazione e che alcuni studiosi hanno posto in relazione, sul piano linguistico, con gli ‘ibrim della tradizione biblica, impiegati nel trasporto di pietre per i grandi monumenti del Re.

Questo sarà lo scenario finale in cui emergerà la figura di Mosè e per questo le sue premesse dovevano essere qui descritte.

Fine della seconda parte

Nella terza: Mosè, Il leader religioso con un profilo da “Sindacalista”

Bibliografia

[203]     Avaris: Capital of the Hyksos – Recent Excavations at Tell el-Dab’a”, Bietak, Manfred. London, British Museum Press, 1995.

[103]      Contra Apionem, Giuseppe Flavio, 94-100 e.v.

[401]      Genesis – Anchor Bible Commentary”, E. A. Speiser, Doubleday, 1964

[206]      “Il Canone Reale di Torino” (Papiro di Torino), 1279–1213 a.e.v.

[205]      “Il Papiro Matematico Rhind”, 1550 a.e.v.

[403]      Israel in Egypt: The Evidence for the Authenticity of the Exodus Tradition, James K. Hoffmeier, Oxford University Press, 1996

[208]      “L’Autobiografia di Ahmose figlio di Abana”, metà del XVI secolo a.e.v.

[209]      “La Stele della Tempesta di Ahmose I”, 1550 a.C. (inizi del regno di Ahmose I)

[207]      “Le Tavolette Carnarvon e la Stele di Kamose”, 1555–1550 a.e.v.

[404]      “Letteratura Midraschica (Bereshit Rabbah 84:8)”, V sec. e.v.

[402]      The Book of Genesis: Chapters 18-50”, Victor P. Hamilton, Wm. B. Eerdmans, 1995

[320]      “The Tomb of Rekh-mi-Rēʻ at Thebes”, Davies, N. de Garis (2 Volumi); New York: Metropolitan Museum of Art, 1943

[204]      ÖAW (Österreichische Akademie der Wissenschaften), e ÖAI (Österreichisches Archäologisches Institut). 2021. Tell el-Daba (Egypt) documentation archive. ARCHE Repository. oeaw.ac.at.

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