UNO DEI PERCORSI STORICI PIÙ COMPLESSI DEL RECUPERO DELL’ANTICA TRADIZIONE ATLANTICA (7/7)
STORIA DI DUE CORTOCIRCUITI RELIGIOSI E CONCLUSIONE
Il cortocircuito Egizio: L’errore di traduzione civile del mito
Il mito di Osiride (il buon pastore/coltivatore civilizzatore ucciso per invidia) e Seth (la forza caotica, sterile e distruttiva) è l’esatto corrispettivo speculare del dramma biblico di Abele e Caino.
L’errore fatale della civiltà egizia è stato quello di prendere questa memoria archetipica di un conflitto etico e biologico e istituzionalizzarla per giustificare lo Stato. La classe sacerdotale ha proiettato la vittoria finale dell’ordine sul Caos nella figura del Faraone (identificato con Horus, figlio di Osiride). In questo modo, l’etica del mito è stata congelata nella politica: la Giustizia non era più una tensione morale attiva, ma la passiva obbedienza alla struttura statale, trasmutando un trauma protostorico in una “Maat” conservatrice e oppressiva.
Il cortocircuito Israelitico: Il tradimento sacerdotale e il ritorno al “Do-Ut-Des”
Dall’altro lato, la traiettoria di Israele ha subìto una corruzione altrettanto profonda.
Il progetto rivoluzionario di Mosè (un Dio invisibile che si identifica unicamente con la Giustizia verso gli ultimi) è stato progressivamente normalizzato dalla casta sacerdotale giudaica (Leviti, Sadducei, il clero del Tempio), specialmente durante e dopo la codificazione post-esilica del V-IV secolo a.e.v.
- La regressione al patto primitivo – Il clero ha operato una regressione teologica, riportando l’orologio indietro rispetto alla visione universale e spirituale di Amarna e di Mosè. Ha ridotto il legame con il Divino al vecchio patto patriarcale di Abramo inteso in senso materialistico: obbedienza formale ai rituali in cambio di terra, stirpe e ricchezza. Dio è tornato a essere un sovrano imperiale da placare con il sangue dei sacrifici nel Tempio.
- La Teologia della Retribuzione – Questa corruzione ha partorito la colpevolizzazione del povero. Se la ricchezza è il segno della benedizione di Dio (il do-ut-des patriarcale), allora chi è povero, malato o schiavo può essere interpretato come un peccatore punito da Dio. La piramide egizia, scacciata dalla porta con l’Esodo, è rientrata dalla finestra sotto forma di purezza rituale e castale.
Abbiamo dunque visto perchè il problema della vecchia religione egizia era che traduceva erroneamente nel contesto civile un ricordo del conflitto etico protostorico tra Abele/Osiride e Caino/Set verificatosi millenni prima e come da tutto ciò giunse alla Eresia monoteistica di Akhenaton.
Abbiamo altresì visto che, a valle del lungo cammino iniziato da Abramo con Melchisedek e concluso con Mosè l’egiziano, il problema degli Israeliti fu che il codice etico mosaico fu corrotto nei secoli successivi dalla casta sacerdotale ebraica, che ha ritrasformato il Dio unico in quell’interlocutore primitivo del do-ut-des concepito da Abramo (discendenza e benessere materiale) accentuando la dicotomia tra il dettato di una Legge reinterpretata da una casta dominante e la parola dei Profeti.
La frattura insanabile: Legge della Casta vs. Parola dei Profeti
Questo tradimento ha generato la più grande dialettica interna alla Bibbia ebraica: lo scontro tra i Sacerdoti o Re e i Profeti.
Mentre la casta dominante usava la Legge (Torah) per normare minuziosamente i sacrifici, le decime e i confini della purezza, i Profeti (come Amos, Isaia, Michea e Geremia) sono emersi come i veri custodi dell’eredità “sindacale” e monoteista di Mosè. Le loro parole sono gridi di guerra contro la corruzione del clero:
- Amos (5,21-24): «Io detesto, respingo le vostre feste… Se mi offrite i vostri olocausti, io non li gradisco… Piuttosto scorra il Diritto come acqua e la Giustizia come un torrente perenne!»
- Isaia (1,11): «Che mi importa della quantità dei vostri sacrifici? Dice il Signore. Sono sazio degli olocausti di montoni… Imparate a fare il bene, cercate la Giustizia, soccorrete l’oppresso!»
I Profeti cercarono disperatamente di strappare il Dio Unico dalle mani del clero del do-ut-des, ricordando al popolo che l’unica vera liturgia è il codice etico della Tzedakah. Questa frattura rimarrà aperta e insanabile, e sarà la stessa che, secoli dopo, alimenterà movimenti settari, nel senso storico del termine, come quello degli Esseni di Qumran e di figure come Giovanni il Battista e Gesù di Nazareth, entrambi scagliati contro la casta sacerdotale del Tempio di Gerusalemme.
Dopo la distruzione del Tempio nel 70 d.C. e poi la caduta di Masada ad opera di Roma, la Legge Mosaica (il Levitico), privata del suo altare fisico, non potrà più essere applicata letteralmente e l’Ebraismo allora riconoscerà finalmente i Profeti, abolendo per sempre i sacrifici animali. Successivamente l’Ebraismo rabbinico realizzerà la transizione definitiva strutturandola con tre sostituti “spirituali” del sacrificio:
- le 3 Preghiere quotidiane (Tefillah) avrebbero sostituito anche negli orari, i sacrifici quotidiani (Tamid) che erano offerti al Tempio, qualcosa di equivalente al recitare i Sutra buddisti o il Rosario cattolico o le Sure del Corano, con l’ovvio implicito impegno del “fedele” alla sincerità;
- lo Studio della Torah: i rabbini stabilirono che studiare approfonditamente le leggi sui sacrifici equivaleva, agli occhi di “Dio”, ad averli effettivamente compiuti, con l’implicito impegno del “fedele” allo sforzo di reale “comprensione” dei testi;
- le Opere di Bene (Ghemilut Chasadim): «Non disperare. Abbiamo un altro mezzo di espiazione che è altrettanto efficace: gli atti di amore e di benevolenza, poiché è scritto: “Voglio l’amore e non il sacrificio”» (Rabbino Yochanan ben Zakai, I secolo e.v.), con l’ovvio implicito presupposto morale della sincerità e del disinteresse.
NdR. Per questi ultimi aspetti cfr. ad es. “Rabbinic Prayer in Late Antiquity”, Reuven Kimelman, The Cambridge History of Judaism, Cambridge University Press, 2006, pp. 573–611.
CONCLUSIONE
Questo lungo viaggio mostra come la Storia umana sia diventata, a un certo punto ormai molto lontano, una continua lotta tra l’intuizione liberatoria ed etica (gli eresiarchi, i “sindacalisti”, i profeti) e l’istinto di conservazione del potere (le caste sacerdotali, i faraoni, le caste industriali, finanziarie e politiche).
Nel passaggio critico della protostoria il “mosaico” originale dell’armonia etica ed ecologica è andato in frantumi, sostituito da sistemi religiosi e politici nati per giustificare il dominio di pochi sui molti.
Il bilancio finale di questa storia è che dopo 12.000 anni (secondo la mia cronologia) abbiamo l’onere di ricostruire tutto il mosaico andato in pezzi dovendo combattere contro le resistenze delle strutture istituzionalizzate e cristallizzate .. ovviamente non tutte e non dovunque, poiché attraverso gli ultimi profeti e i grandi saggi dell’antichità di materiale e di cemento ce n’è a sufficienza .. basta sapere dove e come guardare.
- Le caste, i dogmi, le burocrazie e gli attaccamenti viscerali alla materia tendono sempre a deprimere la Mente, a pietrificare l’intuizione viva per trasformarla in rendita di posizione (come la Maat che congela il mito, o il clero ebraico che addomestica il Sinai, o l’identificazione dello Spirito con l’appartenenza territoriale). È una costante storica che si ripresenta in ogni epoca, inclusa la nostra.
- Non siamo soli in questa ricostruzione. Le Piramidi, i grandi eresiarchi, i profeti biblici, i filosofi dell’Età Assiale (da Lao Tzè ai 7 Saggi, da Buddha a Eraclito ed Empedocle, da Socrate a Platone, da Confucio a Isaia fino a Gesù e poi a Maometto, fino agli ultimi eredi della tradizione sapienziale) hanno lasciato frammenti d’oro. Le loro parole e le loro azioni non erano pensate per costruire monumenti di pietra, ma per fungere da legante universale, un “cemento” etico capace di superare i secoli e i millenni.
- Non c’è più niente da inventare, solo da praticare una forma avanzata di archeologia culturale e dello Spirito; ciò significa ripulire i testi e i reperti storici dalle incrostazioni dogmatiche accumulate dalle caste dominanti per ritrovare la scintilla originale: la dignità intrinseca della vita, la giustizia sociale della Tzedakah che tentava di ricreare il clima della antica armonia perduta; il rifiuto dei totalitarismi, dei fondamentalismi, delle pretese suprematiste e la protezione dell’ultimo della scala sociale.
Questo viaggio, partito dai rilievi montuosi dell’Himalaya, è poi proseguito con Melchisedek, l’antico personaggio dal passato enigmatico, “senza padre, senza madre e senza genealogia”, ancorché Re, rimasto nello sfondo della vicenda giudaica fino al tempo di Gesù di Nazareth, così importante anche in ambito cristiano da comparire nella “Lettera agli Ebrei” (Pseudo-Paolo, cap. 7, v. 3) come figura di rilievo storico-religioso e anticipatrice di Gesù di Nazareth. Eppure la sua rilevanza, nella storia successiva sembra essere stata percepita da pochi rispetto alla forza esercitata dalle altre esigenze ancestrali.
Abbiamo continuato con il Madian settentrionale e siamo giunti alle vette del pensiero egittologico e profetico, e, mano a mano che la Storia si svolgeva, è diventato sempre più evidente il concetto che ho proposto all’inizio: è sull’onda portante di questa vicenda che Melchisedek ha camminato, pressoché invisibile, portatore di un messaggio per i molti inascoltato, arrivando fino a noi.
Tutto questo mostra anche un’altra cosa: la Storia può smettere di essere un elenco sterile di date e faraoni e diventare uno specchio dinamico del presente. Il mosaico è frammentato, ma gli strumenti e la mappa per ricomporlo sono qui sul tavolo, davanti a noi.
Fine della settima parte
Fine della Storia



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