Da una Botany Bay dell’VIII sec. a.e.v. allo sviluppo di un Impero (6/6)
Riepilogo e conclusioni
A questo punto possiamo tornare all’inizio e osservare il percorso nel suo insieme.
L’Italia nella quale Roma nacque non era uno spazio vuoto. Era un mosaico di popolazioni italiche, comunità latine, Sabini, Etruschi e Greci su un territorio attraversato da migrazioni, commerci, conflitti e scambi culturali.
Gli Etruschi vi occupavano una posizione particolare. La loro civiltà urbana, sviluppatasi nell’ambito della cultura villanoviana e in intenso rapporto con il Mediterraneo, raggiunse fra VIII e VI secolo a.e.v. un livello di organizzazione economica, artistica e politica assai elevato. Non erano un popolo pacifico estraneo all’espansione territoriale: commerciarono, colonizzarono, combatterono e ampliarono la propria influenza nell’Italia settentrionale e in Campania. La battaglia di Alalia (metà ca del VI sec. a.e.v.) contro i pirati focesi mostra quanto fossero pronti a difendere militarmente i propri interessi marittimi.
La loro cultura presenta inoltre caratteristiche sociali che colpirono profondamente gli osservatori greci e romani, fra le quali una visibilità sociale delle donne molto maggiore di quella consentita in molte società contemporanee. Parlare di «matriarcato» sarebbe però eccessivo: la documentazione mostra una società nella quale le donne delle élite godevano di una presenza pubblica insolita, non una società governata dalle donne.
Anche la vecchia alternativa fra «Etruschi autoctoni» ed «Etruschi immigrati dalla Lidia» appare oggi semplicistica. La formazione della civiltà etrusca avvenne in Italia, a partire dalle comunità dell’Età del Ferro, dentro una rete di contatti mediterranei che contribuì profondamente al suo sviluppo. Le tradizioni antiche sull’origine orientale restano importanti come testimonianze culturali, non come cronaca di una migrazione di massa dimostrata.
In questo scenario, il basso Tevere costituiva contemporaneamente un confine e una cerniera. Le aree basse erano esposte alle inondazioni e presentavano condizioni ambientali difficili; i colli offrivano invece siti abitabili e difendibili, ma proprio ai loro piedi passavano il fiume, il sale, il bestiame, gli uomini e le merci.
I primi abitanti dei colli non avevano bisogno di conoscere il futuro per comprendere il valore di quella posizione.
La Tradizione li trasformò in Romolo e Remo, nei compagni del fondatore e negli uomini dell’Asylum. Il ratto delle Sabine spiegò narrativamente l’incontro, conflittuale e poi integrativo, con le comunità vicine. La successione dei Re organizzò in 7 figure secoli di trasformazioni politiche, religiose e sociali.
La lista tradizionale — Romolo, Numa Pompilio, Tullo Ostilio, Anco Marzio, Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo — contiene probabilmente elementi storici, ma non può essere letta come una cronologia amministrativa. 7 Re in circa due secoli producono regni mediamente molto lunghi; le fonti stesse raccontano successioni violente, congiure e interregni. È quindi ragionevole ritenere che la sequenza tradizionale abbia ordinato e semplificato una realtà politica probabilmente assai più complessa.
Romolo, in particolare, appartiene largamente alla dimensione leggendaria. La sua figura concentra la fondazione, la guerra, l’espansione e l’organizzazione iniziale della comunità; ma proprio questa concentrazione consente anche una lettura diversa. Romolo potrebbe non rappresentare necessariamente un unico fondatore e primo legislatore, bensì la personificazione di una fase: il lungo processo attraverso il quale nuclei distinti di popolazione si aggregarono, delimitarono uno spazio comune, si diedero un’autorità e cominciarono a riconoscersi come una sola comunità. La Tradizione avrebbe così condensato in un uomo e nel gesto simbolico di una fondazione un’evoluzione che la realtà potrebbe aver compiuto nell’arco di più generazioni.
Diverso, almeno in parte, è il caso di Numa Pompilio. Non possediamo prove indipendenti che consentano di riconoscere con certezza nel secondo Re della Tradizione un personaggio storico; dietro la sua figura si intravede tuttavia un processo reale di organizzazione religiosa e istituzionale della Roma arcaica. Numa concentra la pace, la religione e la regolamentazione della vita civile: la Tradizione potrebbe aver raccolto nella figura del sovrano sabino la memoria di una progressiva organizzazione sacerdotale, religiosa e politica della comunità ormai costituita.
Con Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo emerge invece con maggiore evidenza la fase etrusca della città. Non una parentesi estranea alla storia romana, ma uno dei momenti nei quali Roma diventò Roma.
Nel 509 a.e.v., qualunque sia stata la realtà dietro la data tradizionale, quella fase si concluse e ne iniziò un’altra.
Il punto d’arrivo
Se la ricostruzione proposta in queste pagine ha qualche valore, il tratto più interessante delle origini di Roma non è dunque la nobiltà dei suoi antenati; è quasi il contrario: Roma potrebbe essere cresciuta proprio perché, all’inizio, non apparteneva interamente a nessuno. Era abbastanza latina da comunicare con il Lazio, abbastanza vicina ai Sabini da assorbirne uomini e istituzioni, abbastanza importante per gli Etruschi da entrare nella loro sfera politica e culturale, abbastanza aperta al Mediterraneo da ricevere merci, tecniche e racconti provenienti da molto più lontano.
La sua debolezza originaria — l’eterogeneità — poté trasformarsi in una forza, ma nulla obbligava tutto questo ad accadere.
Un guado leggermente meno favorevole, una diversa direttrice commerciale, un equilibrio politico più stabile nei Colli Albani, un diverso rapporto con le città etrusche, una comunità incapace di integrare nuovi arrivati: ciascuna di queste variabili avrebbe potuto produrre una storia differente.
Roma non nacque perché il futuro Impero dovesse nascere. Essa nacque dall’incontro di cause e concause indipendenti: geografia, commercio, migrazioni, marginalità sociale, conflitti, alleanze, assimilazioni culturali e decisioni individuali delle quali quasi tutto è ormai perduto, senza lasciare fuori dal quadro la grande cesura del Collasso dell’Età del Bronzo, che contribuì a trasformare profondamente gli equilibri demografici, economici e politici del Mediterraneo nei secoli precedenti.
La Leggenda chiamò tutto questo Fato. Noi possiamo chiamarlo Storia; ma anche disponendo oggi di Archeologia, Genetica, Linguistica, Climatologia e capacità di calcolo impensabili per gli Antichi, difficilmente potremmo risolvere retrospettivamente quell’equazione a un numero enorme di variabili; tanto meno avremmo potuto prevederne il risultato mentre quelle variabili stavano agendo.
Per questo la metafora di Botany Bay non vuole sostituire una leggenda con un’altra, ma vuole soltanto suggerire che dietro la Roma dei mitici discendenti di Enea, dei figli di Marte e di una Lupa potrebbe esserci stata una realtà molto meno nobile e proprio per questo, forse, molto più interessante ed umana: una comunità di frontiera nata in un luogo difficile, cresciuta assorbendo ciò che le stava intorno e costretta fin dall’inizio a trasformare la diversità in appartenenza.
Da quella comunità non doveva necessariamente nascere un Impero; eppure nacque.
Forse è proprio questa la parte più straordinaria della Leggenda di Roma: non ciò che gli Dèi avrebbero stabilito in anticipo, ma un Evento che nessuno, in quelle circostanze, avrebbe potuto prevedere.
Fine della sesta parte .. e della storia


