Perché le imprese economico-finanziarie di Trump, in particolare il recente “Accordo Trump-Rodriguez”, potrebbero essere l’innesco di una catastrofe globale (3/4)
All is well that ends well?! (“Tutto è bene ciò che finisce bene”?!, W. Shakespeare)
Nel palcoscenico in cui viviamo, non basta porsi domande di geopolitica, tipo quella con cui abbiamo chiuso la seconda parte (quello che sta succedendo in Venezuela è frutto del Caos o di una strategia precisa messa a punto nel tempo?!); c’è un’altra domanda ancora più importante di quella e che dovrebbe precedere sempre tutte le altre: quello che si sta per fare che impatto avrà sull’Ambiente nel quale viviamo insieme a tutto ciò che ne fa la biodiversità costruita in miliardi di anni? L’importanza di questa domanda sta nella incontestabile verità fisica che l’Umanità, 8 mld di persone, più di 5 volte quello che eravamo alla fine dell’800, all’inizio dell’era più industriale della Storia, vive e agisce in un ambiente chiuso e limitato, non aperto, non infinito e non illimitatamente usabile, sfruttabile, inquinabile.
Non sembra che l’Amministrazione Trump sia sensibile a questo tipo di riflessione, ma molti altri sì; e allora vediamo se qui è applicabile il titolo della famosa commedia di Shakespeare, o se lo è invece “The Day after Tomorrow” di Roland Emmerich o uno qualsiasi degli altri film distopici e catastrofisti.
Il Petrolio venezuelano e le ambizioni dell’amministrazione Trump
Parlando dell’AMOC e della Corrente del Golfo, abbiamo già descritto in questa stessa sede come e perché esista un’interconnessione stretta tra i diversi sistemi e sottosistemi dell’Ecosistema terrestre e di come un’alterazione di uno possa diventare alterazione dell’altro. Abbiamo visto che il rallentamento dell’AMOC e il suo collasso provocherebbero una reazione di accrescimento drastico della CO2 e conseguentemente del riscaldamento globale, in un drammatico loop dell’autodistruzione.
Il problema climatico e il collasso dell’AMOC non sono stati minimamente presi in considerazione dai promotori politici dell’accordo Trump-Rodriguez, tanto è vero che gli scienziati e i think tank ambientali hanno lanciato un gravissimo allarme: quest’operazione è considerata una vera e propria catastrofe per il clima globale (The Guardian).
I motivi della totale esclusione delle tutele climatiche si trovano tra le priorità politiche dell’amministrazione Trump.
“Drill, Baby, Drill” (“perfora baby perfora!”)
Come abbiamo visto, l’amministrazione Trump ha impostato la propria strategia sulla sicurezza energetica nazionale e sul taglio dei costi. Questa “strategia” ha due pilastri:
- uscita dai trattati sul clima – Mentre pianificavano gli accordi col Venezuela dopo essersi liberati di Maduro, gli Stati Uniti hanno avviato le procedure per disimpegnarsi dai trattati globali sul clima ed eliminare i sussidi alle energie rinnovabili per concentrarsi interamente sulle fossili (Carbon Brief);
- la crisi di Hormuz – Parallelamente, il 28 febbraio us gli USA ed il loro partner Israele hanno lanciato congiuntamente la campagna contro l’Iran, ignorando deliberatamente anche in questo caso i vincoli sul surplus di emissioni di “gas serra” introdotto da una guerra, cosa che è davanti agli occhi di tutti.
Incidenza dell’Accordo Trump Rodrigue sul bilancio del Carbonio globale
Voglio tornare ora qui sulle possibili conseguenze di ciò che gli USA stanno facendo mentre si sforzano di diventare i leaders mondiali dell’esasperazione climatica.
Estrarre e raffinare il greggio venezuelano è una delle attività a più alta intensità di carbonio del pianeta. Secondo un’analisi di ClimatePartner pubblicata dal The Guardian (12 gennaio 2026),
- se la produzione venezuelana tornasse ai picchi storici grazie ai 100 miliardi di dollari di investimenti privati, emetterebbe circa 550 milioni di tonnellate di CO2 all’anno, una cifra superiore alle emissioni annuali di intere grandi economie come il Regno Unito o il Brasile (The Independent; Global Witness; Inside Climate News, 9 gennaio 2026);
- il piano statunitense per sfruttare i giacimenti venezuelani rischia perciò di vanificare da solo il 13% dell’intero bilancio di carbonio rimasto al mondo entro il 2050 per mantenere il riscaldamento globale entro il limite critico di 1,5°C.
Peraltro, quest’accordo petrolifero tra Stati Uniti e Venezuela eredita una situazione che gli ecologisti definiscono una “zona di disastro ecologico permanente” e l’arrivo di massicci investimenti privati per estrarre 65 miliardi di barili amplificherà questi rischi. Vediamo come!
In una relazione parallela ho parlato dello “stato di salute critico” dell’AMOC (il meccanismo di trasporto profondo di cui in superficie fa parte la famosa “Corrente del Golfo”) e dei suoi riflessi sugli altri sottosistemi che appartengono al Clima globale.
Da quanto precede si evince che le iniziative del Governo americano non tengono in alcuna considerazione le conseguenze e l’impatto sul pressante problema climatico nel momento in cui gli interessi economici delle Lobbies che lo controllano sono messe a rischio a causa della loro stessa natura intrinseca.
In sintesi, l’accordo da 65 miliardi di barili è stato guidato esclusivamente da logiche di realpolitik, dominio geopolitico e convenienza economica immediata, archiviando completamente le preoccupazioni per il surriscaldamento globale.
Questa noncuranza resta dimostrata proprio dal fatto che nessuna clausola dell’accordo menziona i punti di non ritorno climatici (tipping points), come il collasso della Corrente del Golfo e dell’AMOC attivato già da tempo dalla diminuzione di salinità e densità della Corrente del Golfo, nonostante l’operazione Venezuela sia destinata a funzionare da accelerante.
- Gli studi scientifici recenti confermano infatti che il collasso dell’AMOC non dipende solo dalla temperatura finale raggiunta, ma dalla velocità con cui la CO2 si accumula nell’atmosfera; un’immissione massiccia e rapida di nuovo petrolio sul mercato accelera questa velocità, aumentando il rischio di destabilizzazione della corrente marina con tutte le conseguenze già esaminate sul Clima globale.
- Il riscaldamento accelerato colpirà duramente proprio l’area geografica dell’Accordo. Le coste del Venezuela e della vicina Guyana (anch’essa al centro di un boom petrolifero) subiranno un rapido innalzamento del livello del mare. L’ironia evidenziata dagli analisti è che la regione sta estraendo il combustibile fossile che finirà per sommergere le sue stesse infrastrutture costiere e le popolazioni locali (Scientific American).
Rischi Ambientali Locali in Venezuela
A differenza dei moderni impianti offshore, gran parte del petrolio venezuelano si trova nell’entroterra (nella Fascia dell’Orinoco) o in bacini semichiusi come il Lago di Maracaibo. Decenni di mancata manutenzione hanno già creato danni enormi che la nuova corsa all’oro nero rischia di aggravare.
Il disastro del Lago di Maracaibo
- Una bomba ecologica a cielo aperto – Il lago è attraversato da oltre 15.000 chilometri di condutture sottomarine obsolete che perdono costantemente greggio. Il petrolio forma spesse maree nere che hanno distrutto la fauna marina e l’economia dei pescatori locali (NASA Earth Observatory 2021, EnergiesNet ottobre 2025; Global Witness, aprile 2026; Inside Climate News, maggio 2026)
- L’invasione del “Verdìn” – Le perdite di petrolio si mescolano agli scarichi di acque reflue non trattate, alimentando la proliferazione di cianobatteri (il Verdìn), una microalga tossica che copre il lago, toglie ossigeno all’acqua e rilascia gas tossici per le popolazioni costiere (Academia de Ciencias Físicas, Matemáticas y Naturales del Venezuela, febbraio 2024).
La deforestazione e la contaminazione dell’Orinoco
- Minaccia alla biodiversità – La Fascia dell’Orinoco taglia zone ad altissimo valore ecologico e forestale. Costruire migliaia di nuovi pozzi, strade di accesso e oleodotti richiederà una deforestazione massiccia (MAAP #155: Deforestation Hotspots in the Venezuelan Amazon, giugno 2022; Mongabay News, agosto 2022).
- Avvelenamento delle acque dolci – Il greggio venezuelano è ricco di metalli pesanti (come vanadio e nichel) e zolfo. Le frequenti perdite durante le trivellazioni penetrano nelle falde acquifere e nei fiumi, contaminando le riserve idriche a danno delle comunità indigene e della fauna locale (The Conversation / WLRN, marzo 2026).
La pratica del “Gas Flaring” (Combustione in torcia)
In assenza di infrastrutture sufficienti per catturare e valorizzare il gas associato, le compagnie in Venezuela lo bruciano direttamente nell’atmosfera tramite le torce dei pozzi. Questo processo rilascia incessantemente fuliggine, benzene e sostanze cancerogene che avvelenano l’aria delle città vicine. L’intensità del solo gas flaring (il rapporto tra gas bruciato e petrolio estratto) è stimata tra le 10 e le 12 volte superiore alla norma mondiale (Agenzia Internazionale dell’Energia,IEA; 2026 Global Gas Flaring Tracker Report, Banca Mondiale, luglio 2026).
Complessivamente gli effetti collaterali di queste attività industriali stanno recando danni enormi al Veneuela, danni che vanno dall’inquinamento atmosferico alle piogge acide, a severi danni alla salute delle comunità, alla decimazione di milioni di insetti e uccelli migratori attratti dalle fiamme e muoiano con alterazione degli equilibri delle catene alimentari (Osservatorio di Ecologia Politica del Venezuela, 12 gennaio 2026).
L’impatto matematico dell’accordo
Riprendiamo quanto già anticipato sopra, ricordando che l’accordo prevede l’estrazione di miliardi di barili di petrolio.
Il petrolio venezuelano richiede molta più energia per essere estratto, riscaldato (per renderlo fluido nelle condutture) e raffinato rispetto al petrolio leggero dell’Arabia Saudita o allo scisto americano. La sua “impronta di carbonio dalla culla alla tomba” è tra le più alte al mondo.
Bruciare e raffinare la quota di petrolio prevista da questo piano immetterà nell’atmosfera circa 33 miliardi di tonnellate di CO2. Come anticipato, questo significa che un singolo accordo commerciale tra due sole nazioni andrebbe a divorare circa il 13% dell’intero budget climatico planetario, mettendo in crisi gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e questo offre una chiave di lettura anche del punto A (uscire dall’Accordo sul Clima) della strategia generale dell’Amministrazione americana.
Il problema, dunque, non è soltanto che il “piano Trump” potrebbe consumare il 13% del margine di sicurezza climatico residuo, rendendo estremamente più difficile e più lungo il percorso di rientro. Il problema è che quel margine non rappresenta semplicemente un “tempo supplementare” a disposizione dell’Umanità: la velocità con cui il forcing climatico aumenta può influire direttamente sulla stabilità di sistemi climatici critici come l’AMOC.
Assumere deliberatamente il rischio di erodere una quota così rilevante del margine emissivo residuo, mentre la comunità scientifica segnala che la velocità dell’aumento del forcing può essere determinante per la stabilità dell’AMOC, non è una semplice scelta energetica; è una scelta che trasferisce al resto del mondo un rischio climatico sistemico difficilmente reversibile.
È questo, più ancora della quantità assoluta di petrolio coinvolta, il carattere profondamente irresponsabile e cinico della decisione.
La grande ironia: l’effetto boomerang sulle infrastrutture
La comunità scientifica sottolinea un paradosso drammatico: il riscaldamento globale accelerato da questo accordo provocherà un rapido innalzamento del livello del mare nei Caraibi e tempeste tropicali sempre più violente (National Oceanic and Atmospheric Administration, NOAA in collaborazione con il Caribbean Climate Hub, 12 febbraio 2026).
Le stesse infrastrutture petrolifere che le aziende americane intendono costruire sulle coste venezuelane e nei terminal di esportazione rischiano di essere sommerse o distrutte dagli eventi climatici estremi entro i prossimi 20-30 anni, trasformando gli investimenti privati in giganteschi “asset incagliati” (stranded assets), ovvero investimenti che perderanno tutto il loro valore prima di aver reso quanto sperato (Carbon Tracker Initiative, aprile 2026; Global Witness, gennaio 2026).
Fine della terza parte
Nella prossima: Dal cinismo allo scetticismo delle Multinazionali del Petrolio



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