Perché le imprese economico-finanziarie di Trump, in particolare il recente “Accordo Trump-Rodriguez”, potrebbero essere l’innesco di una catastrofe globale (2/4)
La posizione del Governo italiano e la spaccatura della visione eurasiatica
Il Governo italiano guidato da Giorgia Meloni si trova in una posizione di estremo pragmatismo ed equilibrismo, diviso tra la fedeltà all’alleato atlantico e la tutela di importanti interessi economici ed energetici nazionali. Roma mantiene infatti aperti i rapporti con il nuovo corso venezuelano e, attraverso ENI, dispone di interessi diretti nel rilancio dell’industria energetica del Paese. Reuters riferisce che ENI è tra le società che stanno finalizzando nuovi accordi in Venezuela (Reuters, 31 agosto 2026).
Il canale aperto con Delcy Rodríguez per i prigionieri
Il Governo italiano ha mantenuto un canale di comunicazione diretto con la nuova leader ad interim di Caracas, Delcy Rodríguez. Grazie a questa mediazione, l’Italia ha ottenuto la liberazione di 4 cittadini con passaporto italiano detenuti nelle carceri venezuelane (42 con doppio passaporto sono ancora in carcere, alcuni detenuti politici). Giorgia Meloni ha pubblicamente espresso gratitudine per la cooperazione venezuelana e ha indicato l’intenzione di rafforzare ulteriormente le relazioni diplomatiche (Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, MAECI; Reuters).
Gli interessi di ENI
Uno dei principali motivi dell’interesse italiano per la stabilizzazione dell’area è ENI. Il gruppo italiano possiede infatti asset strategici in Venezuela, sia nel petrolio della fascia dell’Orinoco sia nel gas offshore, e ha già avviato con il governo venezuelano programmi per rilanciare la produzione. Nell’aprile 2026 ENI ha sottoscritto con il Ministero degli Idrocarburi e PDVSA un accordo programmatico per rilanciare in particolare la produzione del giacimento Junin-5, nella Faja dell’Orinoco. (ENI, 28 aprile 2026; Reuters, 31 agosto 2026)
La nuova struttura giuridica ed economica dell’industria venezuelana, insieme all’allentamento delle sanzioni, può quindi aprire a ENI la possibilità di espandere le proprie attività e di aumentare la produzione e l’esportazione di energia. Non si tratta dunque soltanto di una posizione diplomatica: il Governo italiano ha interessi industriali concreti nel nuovo assetto energetico venezuelano.
La pressione interna sui carburanti
Il governo Meloni ha dovuto intervenire ripetutamente sul costo dei carburanti, anche attraverso il taglio temporaneo delle accise sul diesel [1] in risposta all’aumento dei prezzi energetici (Reuters, luglio-agosto 2026). L’eventuale aumento della produzione venezuelana potrebbe contribuire, nel medio-lungo periodo, ad ampliare l’offerta internazionale di greggio e quindi a esercitare una pressione al ribasso sui prezzi. Gli analisti sottolineano tuttavia che il recupero della produzione venezuelana richiederà anni, a causa delle condizioni delle infrastrutture e della complessità tecnica dei giacimenti (ANZ; Rystad Energy).
In sintesi, il Governo italiano si sta muovendo per occupare una posizione di prima fila nei nuovi contratti energetici attraverso ENI, mantenendo contemporaneamente il proprio ancoraggio politico all’Alleanza Atlantica (Reuters; ENI).
[1] la riduzione temporanea delle accise ha un effetto reale e immediato alla pompa per i consumatori, ma è al contempo una “partita di giro finanziaria” per lo Stato e, in parte, per la filiera petrolifera, per effetto asimmetrico rispetto all’oscillazione del mercato e tampone a brevissimo termine (Unione Nazionale Consumatori, Federconsumatori).
La rottura dell’unità eurasiatica
La posizione del Governo italiano sulla questione del petrolio venezuelano si inserisce in un più ampio riallineamento europeo. I governi dell’UE condividono alcuni obiettivi comuni, ma divergono su numerose questioni politiche, economiche e migratorie. L’Unione è inoltre impegnata nel progressivo abbandono delle importazioni energetiche russe e nella ricerca di forniture alternative.
Per decenni, l’economia europea — in particolare quella italiana e tedesca — si è fondata su una forte complementarietà eurasiatica: tecnologia e manufatti europei in cambio di energia e materie prime russe a costi relativamente competitivi.
La contrapposizione frontale a Putin, determinata dalla guerra in Ucraina e accelerata dalla riconfigurazione delle alleanze globali, ha frantumato questa integrazione geografica ed economica. Chiudendo progressivamente la porta a Est, l’Europa si è orientata verso l’Occidente, legandosi maggiormente alle forniture energetiche statunitensi, compreso il GNL, e alla protezione militare della NATO. L’UE riconosce oggi esplicitamente una crescente esposizione ai mercati globali del GNL e, in particolare, alle forniture statunitensi (ACER, 2026).
Questo “transatlantismo forzato” ha di fatto archiviato, almeno per il prossimo futuro, il progetto di una grande area di stabilità e commercio che andasse da Lisbona a Vladivostok.
La frammentazione in blocchi contrapposti
L’accordo petrolifero in Venezuela non è quindi soltanto un affare commerciale, ma può essere letto come un ulteriore tassello della competizione per il controllo delle risorse strategiche. Estromettendo o ridimensionando la presenza di Russia e Cina in una parte dei giacimenti venezuelani, gli Stati Uniti hanno tracciato una linea netta: Reuters riferisce che alcuni dei nuovi contratti assegnati a North American Blue Energy Partners riguardano giacimenti precedentemente gestiti da cinque società cinesi e da una società russa (Reuters, 31 agosto 2026).
Il mondo tende così a riorganizzarsi attorno a due grandi aree di contrapposizione:
- il blocco euro-atlantico, sempre più integrato sul piano energetico, finanziario e militare;
- l’area BRICS e gli altri centri di potere eurasiatici, sempre più spinti a rafforzare i rapporti fra Mosca, Pechino, Teheran e altri partners.
L’Italia, scegliendo di blindare i propri interessi attraverso il canale atlantico e l’intesa con il nuovo corso venezuelano, si posiziona stabilmente all’interno della prima area. Questo può garantire forniture e opportunità industriali nel medio termine, ma rischia contemporaneamente di ridurre il tradizionale ruolo italiano di interlocutore e ponte verso l’Est e di aumentare la dipendenza dalle decisioni strategiche di Washington.
Questo scenario può essere letto anche come una sorta di “trappola americana”, cioè come un processo nel quale le scelte compiute dalla Russia e dall’Europa hanno finito per produrre conseguenze strategiche favorevoli agli Stati Uniti.
La dinamica della “trappola”
Guardando i fatti da questa prospettiva, la dinamica della “trappola” e il conseguente trascinamento dell’UE diventano leggibili attraverso una precisa sequenza di eventi.
- Primo: invece di consolidare quell’integrazione eurasiatica che avrebbe reso l’Europa un partner più autonomo dagli USA, l’invasione dell’Ucraina ha prodotto la rottura dei rapporti economici fra UE e Russia. Mosca ha perso il suo principale mercato energetico occidentale e ha dovuto orientare una quota crescente delle proprie esportazioni verso l’Asia, soprattutto verso la Cina.
- Secondo: l’Unione Europea si è trovata a dover rinunciare rapidamente a una parte significativa dell’energia russa e a sostituirla con altre fonti. Il GNL statunitense ha assunto un peso crescente nel mix europeo, mentre la sicurezza energetica è rimasta strettamente collegata a quella militare garantita dalla NATO. L’UE ha così ridotto la propria dipendenza dal gas russo, ma ha contemporaneamente aumentato la propria esposizione ai mercati globali del GNL e alle forniture statunitensi (ACER).
- Terzo: oggi l’UE assiste agli Stati Uniti che assumono una posizione dominante nell’operazione venezuelana, mentre alcune società russe e cinesi sono estromesse da giacimenti nei quali erano precedentemente presenti. L’Europa ha perso progressivamente l’accesso privilegiato all’Est e deve ora confrontarsi con un nuovo assetto energetico nel quale Washington dispone di un’influenza molto maggiore anche nell’emisfero occidentale (Reuters, 31 agosto 2026).
Mentre l’Europa sostiene costi elevati per la trasformazione del proprio sistema energetico e la Russia affronta una guerra di logoramento, gli Stati Uniti ottengono contemporaneamente alcuni vantaggi strategici:
- indebolire ulteriormente il progetto di integrazione economica Lisbona-Vladivostok;
- legare maggiormente l’economia europea a quella americana sul piano energetico e militare;
- rafforzare il controllo politico ed economico del proprio “cortile di casa”, riducendo la presenza di Russia e Cina nei giacimenti venezuelani e aumentando la propria sicurezza energetica.
L’”Illegalità” internazionale
La questione venezuelana presenta un ulteriore elemento che non può essere ignorato. La cattura di Nicolás Maduro nel gennaio 2026 non è avvenuta attraverso una normale procedura di estradizione, ma attraverso un’operazione militare statunitense che portò alla sua cattura e al trasferimento forzato negli Stati Uniti.
La questione è stata giudicata in termini estremamente severi da autorevoli esperti e organismi di diritto internazionale. Marc Weller, direttore dell’International Law Programme di Chatham House, ha definito l’operazione una significativa violazione della sovranità venezuelana e della Carta delle Nazioni Unite, sottolineando l’assenza di un mandato del Consiglio di Sicurezza ONU. L’International Commission of Jurists ha parlato di uso illegittimo della forza e di sequestro illecito di Maduro (Chatham House, 4 gennaio 2026; International Commission of Jurists, 5 gennaio 2026).
La stessa sequenza temporale è difficilmente ignorabile: la cattura di Maduro ha preceduto di pochi mesi l’insediamento di Delcy Rodríguez come presidente ad interim, l’apertura del nuovo corso negoziale con Washington e infine l’accordo petrolifero sui 17 giacimenti venezuelani. Reuters riferisce inoltre che l’intesa è il risultato di mesi di negoziati fra Washington e Caracas e che la nuova struttura assegna agli Stati Uniti una partecipazione del 35% nella società operativa, diritti di acquisto a prezzo di costo sul 20% della produzione e un diritto di prelazione sul restante output (Reuters, 28–31 agosto 2026).
Non è necessario affermare che la cattura di Maduro sia stata eseguita allo scopo di ottenere il petrolio: una simile relazione causale non è dimostrabile sulla sola base delle fonti disponibili. È però un dato di fatto che l’operazione militare abbia preceduto l’instaurazione del nuovo quadro politico e che questo abbia successivamente consentito a Washington di costruire un rapporto privilegiato con il governo Rodríguez e di ridisegnare l’accesso alle risorse energetiche venezuelane.
La “trappola”, dunque, può essere letta anche in questi termini: la Russia si è isolata dall’Europa, l’Unione Europea ha ridotto la propria autonomia energetica e strategica e gli Stati Uniti hanno riaffermato il proprio controllo su una parte crescente delle rotte e delle risorse energetiche dell’Occidente.
La questione che resta da porsi è quindi se tutto questo sia soltanto il risultato di una successione “casuale” di eventi geopolitici oppure se costituisca la manifestazione di una strategia più ampia e coordinata predisposta nel tempo.
Fine della seconda parte
Nella prossima: All is well that ends well?! (“Tutto è bene ciò che finisce bene”?!, W. Shakespeare)



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