UNO DEI PERCORSI STORICI PIÙ COMPLESSI DEL RECUPERO DELL’ANTICA TRADIZIONE ATLANTICA (6/7)
DALL’ALBERO DELLA VITA AL “SEFER YETZIRAH”
Una precisazione fondamentale: nella prospettiva interpretativa adottata in questo lavoro, le diverse tradizioni metafisiche dell’antichità non sono considerate come sistemi nati in modo indipendente, ma come elaborazioni regionali e storiche di un patrimonio simbolico molto più antico, che chiamo “Antica Tradizione Metafisica” e le cui forme più arcaiche sono riconducibili alle culture sciamaniche. Una combinazione di eventi sociali e catastrofici ne avrebbe poi determinato l’indebolimento e la frammentazione, lasciando tuttavia emergere, nel corso dei millenni, tracce e recuperi successivi (cfr. “La Settima Piramide”).
Come ho già ricordato all’inizio e come recita il titolo generale di questo lavoro, questa ricostruzione punta a definire uno solo dei «vettori» attraverso i quali tale patrimonio sarebbe stato recuperato, in questo caso involontariamente: quello ebraico.
Ad esso dunque adesso torneremo per la parte finale.
Nella quinta parte abbiamo visto la conclusione del rapporto degli Israeliti con l’Egitto e la nuova impostazione etica loro data da Mosè, l’Egiziano che unì l’Eresia di Akhenaton al culto desertico di YHWH.
Cosa era cambiato nella concezione israelitica di “Dio” al tempo di Giacobbe?
Sappiamo che Melchisedek aveva rappresentato l’offerta di passaggio dal disorientante e affollato Politeismo mediorientale al Monoteismo; ma dal punto di vista dell’Etica, cosa era cambiato in Abramo?
Se è vero che Melchisedek era “Re di Pace e Giustizia e Sacerdote del Dio Altissimo (El Elyon)” – così dice la Torah –, cosa di tutto ciò era stato assorbito da Abramo e poi ritrasmesso fino a Giacobbe?
Abbiamo visto la “riforma” abramitica dal sacrificio umano fenicio-canaanita all’olocausto animale col mito della “Legatura di Isacco”, ma per il resto, il Dio di Abramo, diventato un Dio personale, protettore del Clan, era un Dio disposto alla mercatura, alla contrattazione (vedi ad es. l’episodio della distruzione di Sodoma e Gomorra in Genesi 18).
Quest’aspetto è rimasto inalterato fino a Giacobbe (vedi Genesi 32, 23-33, la “lotta con Dio”), al tempo del quale peraltro nei Clan era ancora presente quel tanto di idolatria rappresentata dai Teraphim, cioè quelli che potremmo definire “gli spiriti del focolare”, come i Lari dei Romani per intenderci.
Prima di Mosè gli Ebrei/Israeliti celebravano i ritmi della natura e la sacralità del Sabato; con Mosè le cose hanno assunto un altro aspetto, di politica nella celebrazione dell’Esodo (Pesach, Sukkot) e etica sociale (centralità del povero, decime e i diritti di spigolatura).
Una possibile lettura di questo panorama è che è stato necessario attendere Akhenaton e lo YHWH kenita perché alcuni elementi della Tradizione associata a Melchisedek tornassero nuovamente a emergere.
Dopo di quello, fu con la caduta dei Grandi Imperi nel “Collasso dell’Età del Bronzo” che per gli Israeliti si aprirono altre opportunità stanziali, fino all’istituzione della Monarchia e alla tradizione del Regno attribuito a Davide e Salomone (X-IX secolo a.e.v.), Regno che però durò solo fino alla morte di Salomone, seguita dalle guerre intestine alle quali avevamo già accennato parlando dei figli di Giacobbe. Dopo Salomone vennero i due Regni distinti di Israele e Giuda e la subordinazione politica a Babilonesi, Persiani, Greci e infine Romani, quando di Melchisedek e in parte anche di Mosè si era persa la forza e si diffusero il settarismo religioso e quello politico.
Al tempo di Ciro il Grande (cfr. B.[341]) il Tempio, già distrutto da Nabucodonosor nel VI secolo a.e.v., vide l’avvio della sua ricostruzione, una concessione motivata da ragioni strategiche politiche del Re (cfr. Esdra 1 e il “Cilindro di Ciro”, Object 1880,0617.1941 del British Museum, cfr. B[220,340]); ma nel 70 e.v. fu nuovamente distrutto, stavolta da Roma e questo segnò la trasformazione dell’identità territoriale in una “nostalgia” politica-religiosa (cfr. B.[108,221,342,343]).
Dalla Religione politica all’Esoterismo
Gli Ebrei/Israeliti non hanno sviluppato la loro cosmogonia in un vuoto pneumatico, ma sono stati, per secoli, un popolo nomade e poi stanziale situato esattamente nel crocevia culturale del mondo antico (la Mezzaluna Fertile). L’acquisizione delle conoscenze archetipiche della Antica Tradizione Metafisica è avvenuta attraverso tre grandi catalizzatori:
- L’eredità Egizia e Mesopotamica – A parte il primo contatto con Melchisedek in terra di Canaan, la permanenza in Egitto e i costanti contatti con Babilonia (culminati nell’Esilio del VI secolo a.e.v.) immersero le élite sacerdotali ebraiche nei sistemi esoterici di queste civiltà. Sia l’Egitto (cfr. B.[106,338,344]), sia la Mesopotamia (cfr. B.[107,345,602]) avevano elaborato concezioni complesse della struttura dell’uomo, delle sue componenti vitali e del rapporto simbolico fra corpo, cosmo e ordine divino (la Maat in Egitto, i Me e il Melemu in Mesopotamia). La cosiddetta “Arca dell’Alleanza” ha protetto il codice genetico e testuale del popolo attraverso i secoli, fungendo da “guscio protettivo” fino a quando, nel VI secolo a.e.v., a Babilonia, quella tecnologia fisica è stata smantellata e convertita definitivamente in tecnologia testuale (la scrittura della Torah) e, più tardi, nel codice geometrico-astratto del Sefer Yetzirah.
- La via Persiana – Dall’Impero Achemenide (finito nel 330 a.e.v.), attraverso il periodo partico, fino al successivo periodo Sasanide (iniziato nel 224 e.v.), l’Ebraismo visse a stretto contatto con lo Zoroastrianesimo, un’osmosi culturale che influenzò profondamente la teologia del Secondo Tempio e, in seguito, la redazione del Talmud babilonese (cfr. B.[346-348,413,603]).
- Il Ponte indo-iranico – Inoltre, la Persia fungeva da ponte commerciale e filosofico diretto con la valle dell’Indo. È attraverso quest’altro canale di osmosi che stimoli speculativi legati ai flussi vitali e ai canali interni (affini alle Nadi indiane o ai meridiani della MTC) potrebbero aver trovato eco o stimolato parallelismi nell’esoterismo mediorientale, sebbene la storiografia ufficiale ne rintracci l’ibridazione esplicita soprattutto in epoche successive (cfr. B.[349,350,515,516]).
- L’Ellenismo e il Neopitagorismo – Nei primi secoli dell’era volgare, nel quadro degli scambi culturali del Mediterraneo tardo-antico, la mistica ebraica assorbì suggestioni dell’aritmologia neo-pitagorica, che vedeva nei numeri i mattoni cosmologici della Creazione, fornendo così l’humus concettuale e la struttura formale per il Sefer Yetzirah (tra il II-III secolo e il VI e.v., cfr. B.[353-414]).
Lo strumento di codifica: L’Alfabeto come codice vibrazionale
A differenza delle tradizioni orientali che hanno tramandato la mappa dei centri energetici principalmente attraverso l’ascesi corporea, la respirazione o la visualizzazione iconografica (come i mandala o i diagrammi dei meridiani), gli Ebrei operarono una sintesi radicalmente linguistica. L’esoterismo ebraico fece un’operazione tecnologica: utilizzarono l’alfabeto consonantico (l’Alef-Beit) come un vero e proprio linguaggio di programmazione della realtà. Nel Sefer Yetzirah, le 22 lettere dell’alfabeto e l’orizzonte delle dieci sefiroth costituiscono gli elementi fondamentali di una Cosmologia nella quale linguaggio, numero e creazione risultano strettamente connessi (cfr. B.[351]). Sarà la Kabbalah successiva a sviluppare ulteriormente questo schema, fino alle concezioni dell’Ein Sof e dell’emanazione divina origine delle 10 Sefiroth (Isacco il Cieco, Azriel di Gerona e Moses de León col suo Zohar, XII-XIII secolo). I centri energetici dell’uomo (il microcosmo) non sono descritti come “vortici energetici” colorati, ma sono associati a specifiche lettere, suoni e funzioni organiche.
Fin dagli inizi, questo approccio segna l’atto di nascita occidentale della tendenza a parcellizzare e formalizzare l’infinito in unità discrete e manipolabili. Laddove il pensiero orientale preserva l’unità del flusso (il Tao, il Prana) accettando il mistero del continuo e dell’indiviso, l’esoterismo ebraico compie una transizione radicale, “digitalizzando” il cosmo. Ridurre l’universo a combinazioni di fonemi e numeri significa applicare, con millenni di anticipo, i paradigmi del pensiero analitico-riduzionista. La lettera diventa il bit primordiale, la variabile discreta di un sistema formale in cui la Verità non si coglie nella contemplazione passiva del Tutto, ma nella scomposizione e ricomposizione analitica del codice sorgente.
Quest’impulso a sezionare la realtà per comprenderla e governarla traccia una linea retta e coerente che attraversa la storia della conoscenza occidentale, svelandone quella che si potrebbe definire “attitudine luciferina”: la pretesa di farsi uguali a Dio dominando il codice sorgente della vita. Rivediamo qui l’Abramo che a Sodoma contratta quote di giustizia con l’Assoluto, o il Giacobbe che lotta corpo a corpo con il divino per forzarne il potere. È il parallelo del “peccato originale” ovvero di quella drammatica deviazione che fu il passaggio dal Paleolitico al Neolitico: l’abbandono di un’esistenza integrata nel flusso organico della natura in favore di una volontà titanica di controllo, sedentarizzazione e sottomissione della stessa. Questo motore epistemologico sposterà nei secoli il proprio bisturi dalla grammatica sacra alla materia biologica, manifestandosi in certi estremi dell’Anatomia, dove la vita è smontata nei suoi ingranaggi meccanici ed è, infine, lo stesso principio riduzionista che toccherà il suo apice tecnologico e tragico nel XX secolo con la fissione nucleare, l’atto estremo di bombardare e frantumare il cuore dell’atomo.
Questo “titanismo analitico” si traduce, sul piano pratico, in pragmatismo materialistico. La stessa Torah descrive la spiritualità ebraica ancorata geneticamente alla Terra, alla Carne e alla Storia. A differenza delle mistiche orientali o gnostiche, che spesso mirano alla liberazione dalla materia (ritenuta un’illusione o una prigione), il pensiero ebraico considera la materia come intrinsecamente buona, in quanto creata da Dio. Questa mentalità pragmatica e focalizzata sulla manifestazione fisica ha plasmato il loro canone esoterico in tre vettori precisi.
- Dal misticismo statico alla magia operativa (Pragmatismo) – Gli Ebrei hanno tradotto la conoscenza dei centri energetici in uno strumento per agire sulla realtà materiale. La conoscenza delle Sefirot e delle combinazioni di lettere non serviva solo all’estasi contemplativa, ma a canalizzare la benedizione divina nella materia, a proteggere la comunità (attraverso talismani, amuleti e formule) o, nei miti più estremi, a manipolare gli elementi fisici (come la leggenda della creazione del Golem).
- La Sefiroth “Malkhut” (Il Regno) – L’albero sefirotico non si esaurisce nelle sfere puramente spirituali. La sefiroth terminale, Malkhut, rappresenta proprio la Terra, la materia densa e il corpo fisico (cfr. B.[351]). Nella Kabbalah, l’energia cosmica deve compiere l’intero percorso per manifestarsi pienamente nel piano fisico: la materia non è scartata, ma diventa il palcoscenico necessario dell’evoluzione spirituale e del radicamento dell’uomo.
- Rifiuto dell’ascesi disincarnata – Mentre lo Sciamanesimo arcaico prevede il viaggio astrale dell’anima fuori dal corpo e le tradizioni orientali focalizzano il lavoro sul superamento dell’Ego e della densità biologica in un cammino verso l’alto (la sublimazione del Kundalini indiano), l’esoterismo ebraico – nel XVIII secolo il Chassidismo: dalle stanze segrete dei cabalisti alla prassi collettiva – insiste sul fatto che l’energia divina sia “portata giù” nella vita quotidiana, nel cibo, nelle relazioni e nell’azione sociale (cfr. B.[354,355,415]).
Attraverso questa griglia operativa, gli Ebrei hanno preso le mappe anatomico-spirituali della Tradizione Metafisica originaria e le hanno cristallizzate in un sistema matematico-linguistico di gestione della forza vitale; hanno trasformato la percezione fluida e intuitiva dello Sciamano o dello yogi in una vera e propria scienza del verbo, strutturata non per evadere dal mondo, ma per operare sul piano della realtà materiale, restando così indissolubilmente agganciati ad essa.
Quest’architettura primordiale, astratta e puramente vettoriale, subirà nei secoli successivi una mutazione radicale che ne tradirà l’essenza originaria. Nel passaggio dalla speculazione alessandrina alle elaborazioni della Kabbalah medievale e dell’occultismo moderno, si assiste a una vera e propria “evoluzione filo-orientale” che assume i contorni di una ibridazione (cfr. B.[109,110,356]).
La griglia geometrico-linguistica delle origini è progressivamente verticalizzata e proiettata sul corpo umano, forzando l’Albero sefirotico a ricalcare le mappe anatomico-spirituali delle tradizioni vediche. È in questa fase di ibridazione spinta che l’Occidente esoterico, nel tentativo di colmare la propria distanza dal flusso organico orientale, innesta arbitrariamente concetti alieni sulla matrice ebraica: le Sefirot sono lette come duplicati dei Chakra, i canali dell’alfabeto sono interpretati alla stregua delle Nadi o dei meridiani, e si giunge persino a mappare la risalita dell’energia profonda sotto il nome esplicito di Kundalini.
Lungi dall’essere un’autentica assimilazione metafisica, questa operazione si rivela come l’apice della “Tecnologia dello Spirito“: una classificazione burocratica e artificiale che ingabbia il flusso continuo e analogico dell’Oriente dentro la rigida struttura digitale dell’Alef-Beit. Lo Sciamano e lo yogi cedono definitivamente il passo all’ingegnere del sacro, l’Albero della Vita si trasforma in un diagramma manageriale volto a normare e codificare l’invisibile per metterlo al servizio del piano materiale di Malkhut. Se guardiamo questo fenomeno da un punto di vista Taoista, non può sfuggire la coincidenza dei due movimenti opposti con la sintesi del diagramma del Taiji Tu (Ascendenza-Yang – Discendenza-Yin).
Fine della sesta parte
Nella settima: STORIA DI DUE CORTOCIRCUITI RELIGIOSI E CONCLUSIONE
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