L’Asse energetico anglo-sionista sulle Falkland
Mentre l’attenzione internazionale sul Sudamerica rimane storicamente focalizzata sul Venezuela, l’area geopolitica si è allargata bruscamente verso sud. La recente accelerazione del progetto petrolifero anglo-sionista Sea Lion nelle Isole Falkland (sotto l’amministrazione del Regno Unito, ma rivendicate dal presidente argentino Javier Milei, noto filotrumpiano) sta creando un secondo polo di fortissima tensione energetica e ambientale.
Il “Fattore Israele” e lo scontro politico
L’aggiornamento vede un inedito scontro diplomatico: il governo argentino di Milei ha appena avviato sanzioni formali contro 45 entità e investitori legati al progetto, colpendo direttamente i partner sionisti della Navitas Petroleum (detentrice del 65% del progetto Sea Lion); tuttavia, poiché il petrolio sarà caricato direttamente in mare aperto su navi cisterna internazionali senza mai toccare acque o porti argentini, queste misure si stanno rivelando del tutto inefficaci sul piano pratico. Gli investitori israeliani restano saldamente protetti dalla tutela legale e militare del Regno Unito.
Il cortocircuito geopolitico: la Gran Bretagna difende i miliardi israeliani mentre condanna Netanyahu
La recente accelerazione del progetto petrolifero Sea Lion sta provocando un clamoroso cortocircuito in cui gli interessi economici britannici e la protezione dei contratti hanno la meglio su qualsiasi coerenza etica o diplomatica.
Etica pubblica contro Affari privati
Sul piano internazionale e umanitario Londra esprime dure critiche e condanne verso il governo sionista di Tel-Aviv per le operazioni e le violazioni del Diritto internazionale in Palestina. Contemporaneamente, però, il governo britannico si trova a difendere militarmente e legalmente le acque delle Falkland, blindando così anche gli interessi della compagnia sionista.
Per Londra non si tratta di un appoggio politico a Tel Aviv, ma della difesa a oltranza della propria sovranità e dei propri profitti coloniali. Cedere alle sanzioni minacciate dal presidente argentino Javier Milei contro gli investitori sionisti significherebbe, per il Regno Unito, ammettere la legittimità delle rivendicazioni argentine su quelle acque.
… e gli interessi dell’Ecosistema?
Questo cinismo affaristico si inserisce in uno scenario di grave emergenza ambientale che unisce le Falkland alle imprese fossili venezuelane:
- Il peso del Venezuela – Resta la minaccia principale su vasta scala. Il rilancio delle sue riserve di greggio pesante e ultra-viscoso genera fino al 50% di emissioni in più per barile e perdite di metano da flaring fino a 6 volte superiori alla media mondiale. Il suo sfruttamento totale potrebbe consumare da solo il 13% del budget di carbonio planetario rimasto.
- L’aggiunta delle Falkland – Le trivellazioni offshore della Navitas partiranno all’inizio del 2027, con la prima estrazione fissata per il 2028. Il progetto libererà nell’atmosfera almeno 100 milioni di tonnellate di CO₂ in un ecosistema oceanico sub-antartico finora incontaminato. I piani aziendali di compensazione tramite il ripristino delle torbiere locali sono già stati liquidati dalla comunità scientifica come puro greenwashing.
Mentre la diplomazia internazionale si incarta in veti e ripicche — con esponenti sionisti che arrivano a sostenere l’argentinità delle Malvinas sui social per ripicca contro Londra — i dati delle Nazioni Unite (UNEP/IPCC) aggiornati al 2026 ricordano che il tempo è scaduto: il budget di carbonio globale per contenere il riscaldamento entro i +1,5°C è ridotto a 130 miliardi di tonnellate. Al ritmo attuale, la soglia di sicurezza climatica verrà definitivamente superata entro il 2029.

Il grafico esemplifica il concetto: se il Budget attuale residuo è di 130 Gtons per contenere entro +1,5°C il riscaldamento globale in attesa che togliamo di mezzo definitivamente gli idrocarburi entro il 2050, vuol dire che se contnuiamo ad immettere CO2 in atmosfera al tasso attuale di 40Gtons/anno, in pochissimi anni saremo ben oltre tutti i Tipping Point (punti di non ritorno) scientifici del disastro globale; per citare solo i più immediati: il primo già trattato ampiamente in questo sito, il secondo dimostrato con chiara evidenza dal collasso in questi giorni del ghiacciaio nepalese, il terzo in corso d’opera a cura dei programmi trumpiani sul Veneuela, di quelli anglo-sionisti alle Falkland e di quelli generalizzati sullo sfruttamento intensivo in corso da anni sulla Foresta pluviale più importante del Mondo.
Collasso dell’AMOC – La circolazione oceanica rallenta drasticamente o si ferma. Questo priverebbe l’Europa della mitigazione della Corrente del Golfo, stravolgendo il clima del nostro continente con inverni siberiani al nord e siccità desertiche al sud.
Scioglimento del Permafrost – Il terreno ghiacciato dell’Artico si sblocca in modo permanente, rilasciando nell’atmosfera miliardi di tonnellate di metano (un gas serra molto più potente della CO2) Questo genererebbe un riscaldamento autonomo del pianeta, rendendo vano qualsiasi sforzo umano successivo.
Morte della Foresta Amazzonica – La foresta pluviale si trasforma in una savana arida, smettendo di assorbire carbonio e iniziando invece a rilasciarlo.
Abbiamo già visto negli articoli relativi che il degrado dell’AMOC verso il collasso NON è un processo lineare. In un sistema già instabile e avviato ai suoi limiti fisici, l’aggiunta di una variabile estrattiva ad alto impatto, come quella del petrolio denso venezuelano, basta già da sola ad introdurre esattamente quel tipo di sollecitazione non lineare che rischia di accelerare la transizione verso il punto di non ritorno, anche se i tempi per il ripristino delle capacità estrattive non sarebbero brevissimi. In queste condizioni, qualunque altra fonte di nuove emissioni importanti, come questa delle Falkland non farebbe che dare manforte a chi sta cercando di spingere l’Ecosistema verso il collasso globale inseguendo l’illusione dell’egemonia economica, politica e militare.
Le reazioni della stampa britannica
L’anomala convergenza geopolitica tra gli interessi commerciali di Tel Aviv e la tutela militare di Londra ha innescato un acceso dibattito sui media del Regno Unito, dividendo le testate a seconda del loro orientamento politico:
- La stampa progressista (The Guardian, The Independent) ha focalizzato l’attenzione sull’ipocrisia morale del governo. Le critiche si concentrano sul fatto che il Regno Unito, pur definendosi in prima linea nella transizione ecologica e nella difesa dei diritti umani a Gaza, stia di fatto offrendo uno scudo legale e militare a un progetto di trivellazione ad alto impatto ambientale gestito da una compagnia sionista. È denunciato il rischio reputazionale di apparire come un protettore di interessi estranei pur di non cedere un millimetro sulla sovranità coloniale.
- I media finanziari (The Financial Times, The Economist) mantengono un approccio pragmatico. Evidenziano che la stabilità dei contratti e la certezza del diritto nelle Falkland sono elementi non negoziabili per attrarre investimenti esteri. Per la stampa economica, la nazionalità della Navitas (sionista) è secondaria rispetto al principio fondamentale: dimostrare all’Argentina che le minacce di sanzioni di Milei non hanno alcun potere di veto sulle decisioni strategiche di Londra.
- La stampa conservatrice e nazionalista (The Daily Telegraph, The Daily Mail) ha reagito con forte irritazione, in particolare dopo le provocazioni social di Yair Netanyahu sulla sovranità argentina delle isole. I commentatori di destra hanno definito le uscite sioniste come un “insulto inaccettabile” alla memoria dei soldati britannici caduti nel 1982, chiedendo al contempo al governo laburista di non indietreggiare e di schierare, se necessario, ulteriori assetti della Royal Navy a protezione delle piattaforme petrolifere.
Bibliografia pertinente
📊 Ciclo del Carbonio e Budget Climatici Globali
- IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change)
- Rapporto: “Sixth Assessment Report (AR6) – Climate Change 2021: The Physical Science Basis” (con aggiornamenti metodologici fino al 2026).
- Nota: È il testo scientifico di riferimento assoluto a livello mondiale per il calcolo dei budget di carbonio residui.
- UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente)
- Rapporto: “Emissions Gap Report” (Pubblicazioni annuali, inclusa l’edizione aggiornata 2025/2026).
- Nota: Questo documento ufficiale dell’ONU analizza la discrepanza tra le promesse di riduzione degli Stati e le emissioni reali.
- Global Carbon Project
- Rapporto: “Global Carbon Budget” (Rapporti scientifici annuali peer-reviewed).
- Nota: È la fonte accademica primaria utilizzata da scienziati e governi per monitorare le emissioni di CO₂ nazione per nazione e l’impatto dei combustibili fossili.
🐧 Contesto Geopolitico e Ambientale delle Isole Falkland
- Falklands Conservation
- Documento: “Marine Management and Key Biodiversity Areas (KBA) Reports”.
- Nota: L’organizzazione scientifica capofila che ha condotto le ricerche sul campo per l’istituzione della KBA per la tutela dei cetacei e degli uccelli marini nell’arcipelago.
- Falkland Islands Government (FIG)
- Documento: “Department of Mineral Resources – Sea Lion Phase 1 Environmental Impact Assessment (EIA)” e relativi aggiornamenti sulla Final Investment Decision (FID).
- Nota: I documenti ufficiali del governo locale che certificano le scadenze temporali (2027-2028), le quote azionarie (Navitas Petroleum al 65%) e le stime di introiti fiscali per l’isola.
- Segretariato del Trattato di New York sulle Aree Protette (BBNJ – United Nations)
- Trattato: “Agreement under the United Nations Convention on the Law of the Sea on the Conservation and Sustainable Use of Marine Biological Diversity of Areas beyond National Jurisdiction”.
- Nota: Il testo giuridico del nuovo “Trattato dell’Alto Mare” dell’ONU, fondamentale per capire come gli scienziati bypassano le dispute di sovranità.
🛢️ Produzione di Idrocarburi ed Emissioni (Venezuela e Mercati)
- IEA (Agenzia Internazionale dell’Energia)
- Rapporto: “World Energy Outlook” e “Methane Tracker Report”.
- Nota: L’ente intergovernativo leader per l’analisi dei dati energetici. Contiene i dati ufficiali sulle emissioni da flaring (combustione in torcia) e sulle perdite di metano strutturali del Venezuela.
COSA ACCADREBBE SE L’AMOC COLLASSASSE? (1/4)
Conseguenze sistemiche macroscopiche del collasso dell’AMOC
Il paradosso del gelo europeo e artico
Mentre il pianeta continua a riscaldarsi a causa dell’effetto serra, l’arresto del trasporto di calore dai tropici raffredderebbe l’emisfero boreale.
- In Europa assisteremmo a un crollo termico con cali improvvisi delle temperature medie tra i 5°C e i 15°C in pochi decenni nel Nord Europa;
- città del Nord come Londra o Bergen (Norvegia) potrebbero subire picchi di raffreddamento invernale fino a 10-15°C;
- la banchisa polare si espanderebbe verso Sud; la riflessione deil’irraggiamento solare amplificherebbe il gelo locale.
Spostamento delle piogge tropicali
L’AMOC bilancia l’energia termica tra i due emisferi. Senza di essa, il calore si accumulerebbe nell’emisfero australe.
- La Zona di Convergenza Intertropicale (ITCZ, la fascia delle grandi piogge equatoriali) migrerebbe verso Sud.
- Regioni come il Sahel africano (zona di transizione subsahariana) e l’Amazzonia subirebbero carenze idriche devastanti, stravolgendo i cicli dei monsoni in Africa e Asia.
Innalzamento anomalo dei mari
L’arresto del “nastro trasportatore” oceanico provocherebbe un “rigonfiamento oceanico dinamico”.
- Il livello del mare lungo la costa atlantica degli Stati Uniti aumenterebbe drasticamente fino a 50 cm in più oltre il normale innalzamento globale (di questo si era già parlato in relazione alle conseguenze del piano Trump-Rodriguez di riattivazione e sfruttamento del petrolio greggio venezuelano).
- Analogamente, il blocco delle correnti farebbe accumulare acqua lungo le coste del Regno Unito e del Mare del Nord.
Crisi socio-ecologica e geopolitica
Le simulazioni socio-economiche mostrano impatti immediati sulle risorse vitali.
- L’Europa perderebbe la sua capacità di autosufficienza alimentare a causa del gelo e della riduzione della stagione di crescita vegetativa.
- L’assenza di rimescolamento dei nutrienti distruggerebbe le principali riserve ittiche globali.
Sapendo che il collasso dell’AMOC interrompe il motore che redistribuisce il calore dal Sud al Nord del pianeta, prima di scendere più nel dettaglio accenniamo all’evoluzione generale nei due emisferi terrestri: gli effetti nei due emisferi si svilupperebbero in modo opposto.
Emisfero Boreale (Nord)
Abbiamo già considerato la precipitazione delle temperature e l’espansione della banchisa artica; ora vediamo più in dettaglio le varie fasi di quest’evoluzione.
- Fase 1 (0-10 anni dal collasso) – Con l’interruzione del trasporto di acque calde tropicali verso il Nordatlantico, le temperature invernali in Groenlandia, Islanda e Scandinavia crollano immediatamente.
- Fase 2 (20-50 anni) – Il ghiaccio marino artico si espande massicciamente verso sud, raggiungendo latitudini insolite. La riflessione della luce solare invece che il suo assorbimento (l’effetto albedo ) accelera il raffreddamento continentale dell’Eurasia e del Nordamerica.
- Fase 3 – L’intero emisfero nord sperimenta una riduzione generalizzata delle precipitazioni a causa della diminuzione drastica del tasso di umidità.
Emisfero Australe (Sud)
Non potendo più migrare verso nord a causa dell’accumulo di calore l’energia termica si concentra nell’Oceano Meridionale e attorno all’Antartide, provocando un aumento anomalo delle temperature terrestri e marine in Sud America, Africa meridionale e Australia.
Lo spostamento della ITCZ altera permanentemente i monsoni globali. I monsoni dell’emisfero sud (Amazzonia e Africa meridionale) si intensificano provocando alluvioni distruttive, mentre i monsoni dell’emisfero nord (Africa occidentale e Asia meridionale) si indeboliscono drammaticamente, causando carestie strutturali per miliardi di persone.
Lo scioglimento dei ghiacci antartici
Abbiamo visto che bloccandosi il trasporto di calore verso Nord, l’energia termica rimarrebbe intrappolata nell’emisfero australe, causando un riscaldamento dell’Oceano Meridionale e dell’Antartide fino a 3°C – 6°C sopra le medie attuali.
Questo surplus termico colpirebbe la calotta antartica in modo asimmetrico, accelerando la fusione dei ghiacci e stravolgendo le stime sull’innalzamento dei mari.
Entità della perdita di ghiaccio antartico
Attualmente l’Antartide perde già tra i 100 e i 200 miliardi di tonnellate di ghiaccio all’anno. Il collasso dell’AMOC accelererebbe drammaticamente questo processo, agendo su due fronti:
- Il collasso della calotta dell’Antartide Occidentale (WAIS): È l’area più vulnerabile perché poggia su un substrato roccioso situato sotto il livello del mare. Le acque oceaniche più calde scalzerebbero le piattaforme di ghiaccio galleggianti (ice shelves) dal basso. Tali piattaforme fungono da “tappo” per i ghiacciai continentali; una volta rimosse, lo scivolamento dei ghiacciai verso l’oceano diventerebbe inarrestabile. Le proiezioni indicano che la WAIS subirebbe una disintegrazione quasi totale.
- Destabilizzazione dell’Antartide Orientale (EAIS): Sebbene sia storicamente ritenuta più stabile, i modelli più recenti mostrano che anche i settori marini dell’Antartide Orientale (come il bacino di Wilkes) supererebbero il loro punto di non ritorno (tipping point), avviando una perdita di ghiaccio irreversibile.
Instabilità dei Ghiacci Antartici e Innalzamento dei Mari
A causa dell’effetto “altalena bipolare” (bipolar seesaw), il calore accumulato nell’emisfero australe attaccherebbe direttamente l’Antartide dal basso.
Meccanismi di Instabilità
- Marine Ice-Sheet Instability (MISI) – Le acque oceaniche calde penetrano sotto le piattaforme di ghiaccio dell’Antartide Occidentale. Scalzando la “linea di galleggiamento”, i ghiacciai continentali accelerano lo scivolamento verso il mare.
- Marine Ice-Cliff Instability (MICI) – Il collasso delle piattaforme galleggianti lascia pareti di ghiaccio verticali instabili esposte all’aria. Superata una certa altezza, queste scogliere di ghiaccio crollano strutturalmente sotto il loro stesso peso, provocando un rilascio catastrofico di acqua e ghiaccio nell’oceano.
Stime dell’Innalzamento Oceanico
- Entro il 2100: La fusione accelerata antartica aggiungerebbe da sola 1 o 2 metri al livello globale del mare.
- Scenario Plurisecolare: Il collasso totale della calotta occidentale (WAIS) garantirebbe un innalzamento irreversibile di ulteriori 3,3 – 5 metri, che salirebbe a oltre 10-15 metri se la destabilizzazione si propagasse all’Antartide Orientale.
Fine della prima parte
Nella seconda: l’effetto dello scioglimento dei ghiacci antartici; rigonfiamento dinamico e inondazioni
Perché le imprese economico-finanziarie di Trump, in particolare il recente “Accordo Trump-Rodriguez”, potrebbero essere l’innesco di una catastrofe globale (4/4)
L’offensiva degli ambientalisti per stroncare l’accordo
Organizzazioni di avvocati ed esperti climatici stanno preparando azioni legali internazionali (cfr. Georgetown Law e Drilled, gennaio 2026); esse sostengono che il cambio di regime forzato dagli Stati Uniti in Venezuela (la destituzione di Nicolás Maduro) e la successiva appropriazione delle risorse petrolifere vìolino non solo la sovranità nazionale, ma anche il diritto ambientale internazionale, poiché l’accordo impone una massiccia accelerazione delle emissioni globali.
Gruppi di attivisti finanziari stanno portando la battaglia direttamente nelle assemblee generali delle banche e dei fondi d’investimento americani che dovrebbero finanziare i 100 miliardi di dollari necessari per l’impresa. L’obiettivo è bloccare il flusso di capitali applicando i criteri ESG (Environmental, Social, and Governance), dimostrando che finanziare il petrolio più carbonico al mondo esporrà le banche a perdite miliardarie e a danni d’immagine irreparabili.
Poiché il governo venezuelano e la compagnia di Stato PDVSA hanno smesso da anni di tracciare ufficialmente i disastri ecologici, la ONG Global Witness ha iniziato a utilizzare avanzati strumenti satellitari. Tra il 2025 e l’inizio del 2026, hanno già tracciato e documentato oltre 504 fuoriuscite di petrolio ed ecocidi nel solo Lago di Maracaìbo. Gli ambientalisti usano questi dati in tempo reale per mostrare al pubblico globale l’impatto distruttivo delle infrastrutture che gli USA vogliono rilevare.
Global Witness (gennaio 2026) ed altre organizzazioni simili (RMI, Rocky Mountain Institute) stanno “martellando” l’opinione pubblica con dati scientifici precisi: l’industria petrolifera in Venezuela emette già oggi sei volte la media globale di metano per barile estratto a causa di perdite e impianti (AIE/IEA, maggio 2026). Gli attivisti usano questa statistica per dimostrare che l’accordo non è una transizione energetica, ma un attentato diretto al clima planetario.
Gli attivisti stanno inoltre fornendo supporto legale e logistico alle comunità indigene della fascia dell’Orinoco e delle regioni nord-orientali, i cui territori e fiumi incontaminati sono minacciati dalla deforestazione e dall’inquinamento da metalli pesanti derivanti dalle trivellazioni. L’obiettivo è aprire contenziosi legali interni basati sulla violazione dei diritti dei nativi per bloccare fisicamente l’apertura dei cantieri.
Dal cinismo allo scetticismo delle Multinazionali del Petrolio
Le multinazionali del petrolio (Big Oil) conoscono perfettamente i rischi tecnici e ambientali, ma la loro propensione al rischio dipende dalla protezione politica ricevuta; il loro è uno scetticismo di comodo.
- Alcune compagnie stanno sollevando forti dubbi sull’operazione. Emblematiche sono le dichiarazioni del CEO di ExxonMobil, Darren Woods, il quale ha apertamente definito il Venezuela “non investibile” (uninvestable). Molti manager temono che la totale instabilità politica residua, la presenza di gruppi armati sul territorio (colectivos) e lo stato disastroso della rete elettrica rendano i 100 miliardi di investimenti privati un pozzo senza fondo, col rischio di trasformarsi in asset incagliati (investimenti persi prima di rendere).
- Compagnie come Chevron o i colossi dei servizi petroliferi sanno che il greggio venezuelano è “sporco” e che le infrastrutture locali rilasciano quantità record di metano. Tuttavia, non si muovono alla cieca: si sono mosse solo dopo che l’amministrazione Trump e il governo ad interim di Delcy Rodríguez hanno riscritto la legge sugli idrocarburi (Organic Hydrocarbons Law), garantendo concessioni secolari (100 anni), sconti fiscali e la possibilità di arbitrati internazionali. Per loro, lo scudo geopolitico del governo USA compensa il rischio di fallimento tecnico.
Conclusione
Considerando che da quando per la prima volta le conseguenze autodistruttive di questo folle Modello di Sviluppo sono state pubblicate (1971) quasi nulla o molto poco è stato fatto per una conversione prima ideale e poi pratica e che stiamo qui oggi ancora a discutere di Tipping Points e di quanto potremmo differire la conversione senza ancora innescare il grilletto della distruzione totale mentre i ghiacciai muoiono, le alluvioni aumentano, la temperatura cresce e le differenze stagionali sono stravolte, l’unica cosa che ancora può indurre meraviglia è proprio il cinismo delle Forze che governano la politica statunitense, la loro indifferenza per il Pianeta quando il loro interesse immediato rischia di essere compromesso dalla sua stessa incoscienza e arroganza.
Fine della IV parte
Fine della Storia
UNO DEI PERCORSI STORICI PIÙ COMPLESSI DEL RECUPERO DELL’ANTICA TRADIZIONE ATLANTICA (4/7)
Ietro e i Keniti; dove la Tradizione riemerge
In questa parte approfondiamo il possibile legame tra i Keniti/Madianiti e la protostoria dell’Egitto e più in generale del Nordafrica e del Mediterraneo.
Come ipotizzai già in “Oltre Eden” alla fine degli anni ’90 e poi ho ripetuto nella nuova edizione del 2014 dal nuovo titolo “La Settima Piramide”, il “Caino” archetipo dell’artigianato in contrapposizione all’ideale naturalistico pastorale di “Abele”, fu scacciato a est di Eden, proprio la Eden di Genesi, in un contesto secessionista … o più semplicemente emigrò. Per le ragioni descrittive, geografiche e logiche lì esposte, io collocai l’Eden nella valle del delta del Nilo e il suo celebre “giardino” al vertice del Delta, presso l’attuale Giza.
Quella “secessione”, che nella mitologia è drammatizzata con un fratricidio e che è un parallelo dell’assassinio di Osiride da parte di Seth, la datai poco dopo i 12.000 anni fa e ca 300 anni prima della prima grande catastrofe (cfr. Platone, “Timeo”), quella che io associo allo Younger Dryas (cfr. B.[503-505]) secondo la cronologia che ho ricostruito (cfr. figura), una catastrofe, alla quale farà seguito una mutazione climatica contraria, che ha ridisegnato le caratteristiche territoriali del Nordafrica e del Mediterraneo; un rapidissimo riscaldamento globale che guiderà la transizione verso il “Sahara Verde” e il clima olocenico nel Mediterraneo (cfr. B.[506-508]).
Poi, come avevo descritto in “Oltre Eden” e quindi riportato in “La Settima Piramide”, una seconda catastrofe di entità inferiore deve essersi verificata nel quadrante mediorientale, quella che dal mio punto di vista fu ricordata come “Diluvio universale”, descrivendone solo gli effetti secondari.
Ad est di Eden/Egitto ci sono prima la penisola dell’attuale Sinai e poi il Deserto del Negev. L’orografia della zona non è variata nel corso degli ultimi 8.000 anni, dopo che l’innalzamento degli oceani ha coperto le aree pianeggianti e formato l’Istmo di Suez (cfr. B.[501,502]), ma le caratteristiche generali del territorio sì, passando dall’antica condizione “verde” e ricca di fauna alle condizioni desertiche attuali.
Fu all’incirca tra 6.000 e 5.000 anni fa che da un’economia di tipo pastorale le tribù di quell’area iniziarono a sfruttare i giacimenti superficiali di rame (cfr. B.[210-213]).
Non ci si chiede mai il perché della contraddizione tra il senso apparente di condanna all’emarginazione eterna, una specie di ergastolo sociale del “marchio di Caino” e l’avvertimento “divino” che “Chi ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!” (Genesi 4,15). Forse una spiegazione plausibile potrebbe essere che, al contrario della versione dei “Testi delle Piramidi”, dove Seth è decisamente ucciso da Horus per vendicare l’assassinio del padre, al secessionista “Caino” è riconosciuto un ruolo, nonostante la scissione culturale.
Questa teoria, la sovrapposizione tra la figura mitica di “Caino”, la realtà storica dei Keniti e il concetto del Dio severo e intransigente migrato nel deserto, incontra gli studi biblici moderni.
Ecco come la ricerca archeologica e antropologica analizzano e confortano questa complessa trama di collegamenti.
Il nome
Dal punto di vista linguistico e filologico è stata più volte osservata una possibile relazione tra il nome Caino (Qayin) e il nome del popolo dei Keniti (Qeniy), entrambi ricondotti a una radice, associata, nelle diverse interpretazioni, alla lavorazione dei metalli e alla figura dell’artigiano che opera con il fuoco (cfr. B.[405,406]).
- in Genesi, la discendenza di Caino include Tubal-cain, esplicitamente definito “il fabbro, il padre di quanti lavorano il rame e il ferro” (Genesi 4:22).
- Il testo biblico sembra quindi costruire, in forma genealogica e mitica, una relazione tra la discendenza di Caino e il mondo dei Keniti del deserto.
Il “Segno di Caino” come marchio tribale
Contrariamente alla percezione comune, il “marchio di Caino” potrebbe non rappresentare una maledizione, ma un indice di protezione: chiunque ucciderà Caino subirà una vendetta sette volte più grande.
In una possibile lettura antropologica, quel segno potrebbe essere interpretato come un elemento di riconoscimento e di appartenenza tribale, capace di garantire protezione a un gruppo privo della tutela di uno Stato o di una città.
Se queste comunità erano nomadi e legate alla metallurgia, costrette a spostarsi attraverso territori diversi, un simile segno avrebbe potuto assumere anche una funzione di deterrenza. Toccare un membro del gruppo avrebbe significato esporsi alla reazione dell’intero clan.
Di Lamech, appartenente alla discendenza di Caino, è infatti scritto nel “canto della spada” che egli minaccia una vendetta sproporzionata — «settanta volte sette» — contro chi osi ferirlo (Genesi 4,23-24).
Una frattura antropologica
Collocando l’Eden nel Delta del Nilo — terra dell’agricoltura, dei canali e dell’ideale naturalistico — la cacciata “a est”,dove si trovano il deserto minerario del Sinai e il Negev, acquista un senso logistico perfetto che, sul piano antropologico, può essere letto nel corso del IV millennio a.e.v., nell’antica Età del Bronzo.
Le indagini archeologiche hanno documentato, nel Sinai meridionale, importanti trasformazioni delle attività estrattive e metallurgiche; una svolta particolarmente significativa si colloca tuttavia nella tarda Età del Bronzo e all’inizio dell’Età del Ferro (XIII-X secolo a.e.v.), quando il famoso Collasso dei grandi Imperi (cfr. B.[509,510]) aprì la strada al controllo diretto delle miniere da parte delle tribù nomadi, che vivevano in tende e che sono state variamente messe in relazione con gli Edomiti e con gruppi madianiti e keniti.
- Abele rappresenta il nomadismo pastorale pacifico, in armonia con i cicli della Natura.
- Caino rompe questa armonia; sarà il precursore della Tecnologia, delle città, dei loro vizi e della loro arroganza, della manipolazione della materia tramite il fuoco e la fusione. Oggi potremmo pure aggiungere l’energia nucleare.
- Il deserto dell’est diventa il laboratorio millenario di questa nuova umanità tecnologica: il passaggio dall’innocenza della Natura alla durezza della civiltà dei metalli.
Il carattere del Dio dei Fabbri
Abbiamo già visto nella terza parte che l’associazione tra Mosè, Ietro, i Keniti e i Madianiti acquista una maggiore coerenza storica e geografica se collocata nella zona di convergenza tra il deserto del Negev, il Wadi Arabah e il sud della Giordania, piuttosto che in aree molto più remote della penisola arabica.
In diverse ricostruzioni storico-archeologiche, i Keniti sono stati messi in relazione con comunità di fabbri e metallurghi itineranti, attive nell’area del Negev meridionale e di Timna/Wadi Arabah, uno dei principali distretti di estrazione e lavorazione del rame tra l’Età del Bronzo e quella del Ferro.
Sebbene il nucleo principale di Madian si trovasse sulla sponda orientale del Golfo di Aqaba (Arabia nord-occidentale), i Madianiti erano nomadi pastori e commercianti che controllavano le rotte carovaniere fino al Negev e al Sinai.
Si può ragionevolmente assumere che l’accampamento di Ietro potesse trovarsi in un’area di pascolo e di transito legata a questi percorsi.
Il Dio che Mosè incontra nel deserto, nell’ambiente kenita-madianita, presenta caratteristiche che possono essere messe in relazione con il mondo simbolico del fuoco e della manipolazione della materia:
- è un Dio associato al fuoco, alla nube, al fumo e al terremoto; nell’immagine del “roveto ardente” il fuoco oltrepassa la sua dimensione puramente materiale e diventa strumento di rivelazione: nella prospettiva interpretativa sviluppata da “La Settima Piramide”, il fuoco della metallurgia si unisce così al fuoco della conoscenza. Ciò che appartiene al mondo concreto del fabbro diventa linguaggio di una rivelazione che opera su un piano diverso. In questa seconda dimensione simbolica l’immagine richiama l’accostamento, sviluppato nel libro, con il fuoco dello Shen della tradizione taoista, non soltanto fenomeno fisico, ma principio associato alla coscienza e allo sviluppo della conoscenza interiore.
- è un Dio geloso, severo e intransigente (Esodo 20:5): in comunità nelle quali la sopravvivenza poteva dipendere da conoscenze tecniche e da attività minerarie difficili, la custodia dei saperi e delle regole interne poteva assumere un valore particolarmente rilevante rispetto ai culti agrari egizi o cananei.
L’idea di una continuità ideale, testuale, che lega la severità del monoteismo primordiale (da Abramo a Mosè) alla Tradizione dei Keniti, depositari del fuoco, mostra come la Bibbia può aver trasmesso una memoria storica di un’antica corporazione desertica che osservava il culto di una divinità assoluta già molto prima che questa diventasse il Dio d’Israele.
La cosiddetta “Ipotesi Kenita-Madianita” è una delle più importanti ipotesi storico-religiose formulate per spiegare le possibili origini extra-israelitiche del culto di YHWH e il ruolo dell’ambiente madianita e kenita nella formazione della tradizione mosaica (cfr. B.[407-409]).
I testi egizi di Soleb e Amarah
Un importante elemento a favore dell’associazione tra YHWH e un ambiente desertico meridionale proviene dalle iscrizioni egizie di Soleb e Amarah, risalenti al XIV e XIII secolo a.e.v. (l’epoca di Amenophis IV e di Mosè). In questi testi gli Egizi elencano territori e gruppi associati agli Shasu, popolazioni nomadi delle regioni desertiche.
Tra questi appare la dicitura: “Yhw nella terra degli Shasu” (cfr. B.[214,217])
Dal punto di vista geografico, la collocazione di questi specifici clan Shasu legati al nome “Yhw” è stata ricostruita nell’area di Seir, Edom e del Wadi Arabah, quindi immediatamente a est e a nord del Golfo di Aqaba (cfr. B.[215,216;323,324]). La localizzazione precisa resta tuttavia oggetto di discussione.
Il quadro finale
- Mosè fugge dall’Egitto e, secondo Esodo, si rifugia presso comunità nomadi legate a Madian e, probabilmente, ai Keniti.
- Qui sposa la figlia di Ietro ed entra in contatto con una tradizione religiosa nella quale YHWH occupa un ruolo centrale.
- Una delle possibili collocazioni dell’Oreb/Sinai,che consente di mantenere una continuità geografica con il racconto dell’esilio madianita, è nell’area meridionale del Levante, tra il Negev, Edom e le regioni limitrofe. Qui è dove Esodo racconta che Mosè ricondurrà gli Israeliti usciti dall’Egitto.
La collocazione dell’Oreb/Sinai in Har Karkom rappresenta una proposta moderna e controversa, non condivisa dalla maggioranza delle ricostruzioni storico-archeologiche.
Fine della quarta parte
Nella quinta: La Rivoluzione monoteistica di Akhenaton e il suo riflesso nell’Ebraismo
Bibliografia
[213] “Journey to the Copper Age: Archaeology in the Holy Land”, Levy, T. E., R.H. Lowie Museum of Anthropology, 2007
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[212] “Studies in the Material and Spiritual Culture of the Negev and Sinai Desert Populations during the 6th–3rd Millennia BC.”, Avner, U., Hebrew University of Jerusalem, 2002
[211] “The beginning of copper metallurgy in the Southern Levant: New data from Timna, Israel”, Ben-Yosef, E., et al., Antiquity, 2012
[502] “The paleoclimate of the Sinai–Negev erg during the Last Glacial and Holocene”, Amit, R., et al., Quaternary International, 2006
[510] “1177 B.C.: The Year Civilization Collapsed”, Cline, Eric H., Princeton University Press, 2014
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[215] “Canaanite Toponyms in Ancient Egyptian Documents”, Ahituv, Shmuel. Magnes Press, 1984
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[503] “Eastern Mediterranean water outflow during the Younger Dryas”, Trias-Navarro, S., Pena, L., & Cacho, In Communications Earth & Environment, 4, 143 Studio dell’Università di Barcellona, 2023
[216] “Egypt, Canaan, and Israel in Ancient Times”, Redford, Donald B., Princeton University Press, 1992
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[409] “From Joseph to Joshua: Biblical Traditions in the Light of Archaeology”, Rowley, Harold Henry, British Academy,.1950
[508] “Greening of the Sahara in the Mid-Holocene: MAAT and precipitation changes”, Pausata, F. S., et al., In Climate Dynamics, 47, 1571-1584, 2016
[217] “Les bédouins Shosou des documents égyptiens”, Giveon, Raphael, E.J. Brill, 1971
[214] “Soleb V: Le Temple. Bas-reliefs et inscriptions”, Schiff Giorgini, Michela, Institut Français d’Archéologie Orientale, 1998
[210] “The Ancient Metallurgy of Copper: Researches in the Arabah 1959-1984”, Rothenberg, B., Institute of Archaeo-Metallurgical Studies, University College London, 1990
[509] “The Architecture of Imperialism: Military Bases and the Evolution of Foreign Policy in Egypt’s New Kingdom”, Morris, Ellen F., E.J. Brill, 2005
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[406] “The Hebrew and Aramaic Lexicon of the Old Testament”, Koehler, L., & Baumgartner, W. (HALOT), E.J. Brill, Ed. tedesca 1967-1995, Ed. inglese 1994-2000
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[408] “The Religion of Israel to the Exile”, Budde, Karl, G.P. Putnam’s Sons , 1899
[324] “The Shasu ‘Bedouin’: Notes on a Recent Publication”, Ward, William A., Journal of the Economic and Social History of the Orient, 15(1/2), 35-60, 1972
[323] “Yhw? of Shasu-Land”, Daniel E. Fleming, In: Yahweh before Israel: Glimpses of History in a Divine Name, Cambridge University Press, 2020
COSA ACCADREBBE SE L’AMOC COLLASSASSE? (0/4)
PREMESSA
Negli articoli precedenti sull’AMOC e negli aggiornamenti abbiamo visto che gli studi più recenti, pubblicati su riviste come Science Advances e Communications Earth & Environment, indicano che l’AMOC si sta indebolendo molto più velocemente del previsto, con il rischio di raggiungere un punto di non ritorno (tipping point) in poche decadi.
In particolare, nell’ultimo aggiornamento abbiamo esaminato l’influenza dell’eventuale collasso dell’AMOC sul ciclio del Carbonio; abbiamo prodotto studi che mostrano come e perché quel collasso porterebbe a un ulteriore incremento del riscaldamento globale funzionando da acceleratore.
Ora la domanda è: cosa accadrebbe se l’AMOC, superato quel tipping point collassasse?
Esistono già proiezioni scientifiche in materia, che siano realistiche e non un film hollywoodiano?
La risposta è affermativa: esistono solide proiezioni basate su modelli climatici avanzati (come quelli del CNR-ISAC e di università internazionali).
In questa rassegna, messa a punto in collaborazione con l’assistente IA di Google riporterò il contenuto di quella documentazione.
Indice delle 4 parti
- Conseguenze sistemiche macroscopiche del collasso dell’AMOC
- L’effetto combinato dello scioglimento dei ghiacci antartici: rigonfiamento dinamico e inondazioni
- Mappa dei fenomeni migratori globali
- I nazionalismi e la dottrina del “Realismo Climatico Asimmetrico” e conclusione
Elenco dei principali studi scientifici, rapporti e pubblicazioni di riferimento (di natura sia climatologica sia geo-strategica) che hanno permesso di mappare lo scenario descritto:
Climatologia e Modelli Oceanografici (AMOC e Impatti Fisici)
- Titolo: Physics-based early warning signal shows that AMOC is on route to tipping
- Autori: René M. van Westen, Henk A. Dijkstra, Henk A. Kliphuis
- Editrice/Rivista: Science Advances (AAAS)
- Anno: 2024
- Nota: È lo studio cardine recente basato sul modello CESM che dimostra la transizione fisica verso il collasso e gli effetti termici europei.
- Titolo: Impacts of AMOC Collapse on Monsoon Rainfall: A Multi‐Model Comparison
- Autori: Maya Ben-Yami, et al.
- Editrice/Rivista: Earth’s Future (AGU / Wiley)
- Anno: 2024
- Nota: Fonte specifica utilizzata per quantificare il crollo percentuale delle piogge monsoniche (indiano, africano, asiatico) e lo shift della ITCZ.
- Titolo: Simulating AMOC tipping driven by internal climate variability
- Autori: Gruppo di Ricerca Climatica (tra cui contributi e analisi afferenti a Susanna Corti e colleghi)
- Editrice/Rivista: npj Climate and Atmospheric Science (Nature Portfolio) / Comunicazioni scientifiche istituzionali
- Anno: 2024
- Nota: Studio condotto con il supporto e la modellistica del CNR-ISAC sul collasso spontaneo indotto da variabilità interna e riflessi nell’emisfero boreale.
- Titolo: A minimum thermodynamic model for the bipolar seesaw / Earth system response to Heinrich events explained by a bipolar convection seesaw
- Autori: T. F. Stocker, S. J. Johnsen (fondamenti); studi ripresi da modelli Earth System nel 2025/2026
- Editrice/Rivista: Nature Geoscience / Paleoceanography
- Anno: 2003 (teoria base) aggiornato con report e simulazioni climatologiche nel 2025 e 2026
- Nota: Utilizzato per descrivere il meccanismo ad “altalena” (bipolar seesaw) di accumulo termico a Sud.
- Titolo: Marine Ice-Cliff Instability (MICI) and Marine Ice-Sheet Instability (MISI) in the Antarctic Ice Sheet
- Autori: Contributi derivanti dai Working Group del Sesto Rapporto di Valutazione (AR6)
- Editrice/Rivista: IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change)
- Anno: 2021-2023 (Rapporti di sintesi e aggiornamenti CMIP6)
- Nota: Utilizzato per stimare la fusione della calotta WAIS (Antartide Occidentale) e l’innalzamento multi-metrico dei mari.
Analisi Geopolitica, Sicurezza Internazionale e Rifugiati
- Titolo: The Chronicle of a Collapse: Climate Tipping Points and Global National Security
- Autori: Analisti di sicurezza e ricercatori associati al CCS
- Editrice/Organizzazione: The Center for Climate and Security (CCS) (Washington D.C.)
- Anno: Edizioni e saggi strategici (2020 – 2025)
- Nota: Utilizzato per inquadrare lo scenario “Global Fortress” (Fortilizio planetario), la militarizzazione dei confini e l’inapplicabilità della Convenzione di Ginevra ai profughi climatici.
- Titolo: SIPRI Yearbook: Armaments, Disarmament and International Security / Climate Change in Regional Security
- Autori: Autori Vari (Sezione “Climate Change and Risk”)
- Editrice/Organizzazione: Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI)
- Anno: Report annuali (fino alle proiezioni geopolitiche recenti 2024-2026)
- Nota: Fonte per l’analisi dei conflitti indotti da scarsità idrica (idro-politica in Medio Oriente) e l’uso delle risorse come armi geopolitiche.
- Titolo: Climate Change, Geopolitics, and the Realist Tradition
- Autori: Studi di politologia sulle Relazioni Internazionali (es. ripresi da riviste come Foreign Affairs o saggi sul “Realismo Asimmetrico”)
- Editrice: Oxford University Press / Council on Foreign Relations
- Anno: 2022-2025
- Nota: Base concettuale per descrivere il “Dilemma del Prigioniero” applicato all’inazione climatica e alle politiche isolazioniste/nazionaliste delle superpotenze (es. dottrine Trumpiane o di sicurezza unilaterale).
Fine della parte 0
Nella prima parte: Conseguenze sistemiche macroscopiche del collasso dell’AMOC
Perché le imprese economico-finanziarie di Trump, in particolare il recente “Accordo Trump-Rodriguez”, potrebbero essere l’innesco di una catastrofe globale (3/4)
All is well that ends well?! (“Tutto è bene ciò che finisce bene”?!, W. Shakespeare)
Nel palcoscenico in cui viviamo, non basta porsi domande di geopolitica, tipo quella con cui abbiamo chiuso la seconda parte (quello che sta succedendo in Venezuela è frutto del Caos o di una strategia precisa messa a punto nel tempo?!); c’è un’altra domanda ancora più importante di quella e che dovrebbe precedere sempre tutte le altre: quello che si sta per fare che impatto avrà sull’Ambiente nel quale viviamo insieme a tutto ciò che ne fa la biodiversità costruita in miliardi di anni? L’importanza di questa domanda sta nella incontestabile verità fisica che l’Umanità, 8 mld di persone, più di 5 volte quello che eravamo alla fine dell’800, all’inizio dell’era più industriale della Storia, vive e agisce in un ambiente chiuso e limitato, non aperto, non infinito e non illimitatamente usabile, sfruttabile, inquinabile.
Non sembra che l’Amministrazione Trump sia sensibile a questo tipo di riflessione, ma molti altri sì; e allora vediamo se qui è applicabile il titolo della famosa commedia di Shakespeare, o se lo è invece “The Day after Tomorrow” di Roland Emmerich o uno qualsiasi degli altri film distopici e catastrofisti.
Il Petrolio venezuelano e le ambizioni dell’amministrazione Trump
Parlando dell’AMOC e della Corrente del Golfo, abbiamo già descritto in questa stessa sede come e perché esista un’interconnessione stretta tra i diversi sistemi e sottosistemi dell’Ecosistema terrestre e di come un’alterazione di uno possa diventare alterazione dell’altro. Abbiamo visto che il rallentamento dell’AMOC e il suo collasso provocherebbero una reazione di accrescimento drastico della CO2 e conseguentemente del riscaldamento globale, in un drammatico loop dell’autodistruzione.
Il problema climatico e il collasso dell’AMOC non sono stati minimamente presi in considerazione dai promotori politici dell’accordo Trump-Rodriguez, tanto è vero che gli scienziati e i think tank ambientali hanno lanciato un gravissimo allarme: quest’operazione è considerata una vera e propria catastrofe per il clima globale (The Guardian).
I motivi della totale esclusione delle tutele climatiche si trovano tra le priorità politiche dell’amministrazione Trump.
“Drill, Baby, Drill” (“perfora baby perfora!”)
Come abbiamo visto, l’amministrazione Trump ha impostato la propria strategia sulla sicurezza energetica nazionale e sul taglio dei costi. Questa “strategia” ha due pilastri:
- uscita dai trattati sul clima – Mentre pianificavano gli accordi col Venezuela dopo essersi liberati di Maduro, gli Stati Uniti hanno avviato le procedure per disimpegnarsi dai trattati globali sul clima ed eliminare i sussidi alle energie rinnovabili per concentrarsi interamente sulle fossili (Carbon Brief);
- la crisi di Hormuz – Parallelamente, il 28 febbraio us gli USA ed il loro partner Israele hanno lanciato congiuntamente la campagna contro l’Iran, ignorando deliberatamente anche in questo caso i vincoli sul surplus di emissioni di “gas serra” introdotto da una guerra, cosa che è davanti agli occhi di tutti.
Incidenza dell’Accordo Trump Rodrigue sul bilancio del Carbonio globale
Voglio tornare ora qui sulle possibili conseguenze di ciò che gli USA stanno facendo mentre si sforzano di diventare i leaders mondiali dell’esasperazione climatica.
Estrarre e raffinare il greggio venezuelano è una delle attività a più alta intensità di carbonio del pianeta. Secondo un’analisi di ClimatePartner pubblicata dal The Guardian (12 gennaio 2026),
- se la produzione venezuelana tornasse ai picchi storici grazie ai 100 miliardi di dollari di investimenti privati, emetterebbe circa 550 milioni di tonnellate di CO2 all’anno, una cifra superiore alle emissioni annuali di intere grandi economie come il Regno Unito o il Brasile (The Independent; Global Witness; Inside Climate News, 9 gennaio 2026);
- il piano statunitense per sfruttare i giacimenti venezuelani rischia perciò di vanificare da solo il 13% dell’intero bilancio di carbonio rimasto al mondo entro il 2050 per mantenere il riscaldamento globale entro il limite critico di 1,5°C.
Peraltro, quest’accordo petrolifero tra Stati Uniti e Venezuela eredita una situazione che gli ecologisti definiscono una “zona di disastro ecologico permanente” e l’arrivo di massicci investimenti privati per estrarre 65 miliardi di barili amplificherà questi rischi. Vediamo come!
In una relazione parallela ho parlato dello “stato di salute critico” dell’AMOC (il meccanismo di trasporto profondo di cui in superficie fa parte la famosa “Corrente del Golfo”) e dei suoi riflessi sugli altri sottosistemi che appartengono al Clima globale.
Da quanto precede si evince che le iniziative del Governo americano non tengono in alcuna considerazione le conseguenze e l’impatto sul pressante problema climatico nel momento in cui gli interessi economici delle Lobbies che lo controllano sono messe a rischio a causa della loro stessa natura intrinseca.
In sintesi, l’accordo da 65 miliardi di barili è stato guidato esclusivamente da logiche di realpolitik, dominio geopolitico e convenienza economica immediata, archiviando completamente le preoccupazioni per il surriscaldamento globale.
Questa noncuranza resta dimostrata proprio dal fatto che nessuna clausola dell’accordo menziona i punti di non ritorno climatici (tipping points), come il collasso della Corrente del Golfo e dell’AMOC attivato già da tempo dalla diminuzione di salinità e densità della Corrente del Golfo, nonostante l’operazione Venezuela sia destinata a funzionare da accelerante.
- Gli studi scientifici recenti confermano infatti che il collasso dell’AMOC non dipende solo dalla temperatura finale raggiunta, ma dalla velocità con cui la CO2 si accumula nell’atmosfera; un’immissione massiccia e rapida di nuovo petrolio sul mercato accelera questa velocità, aumentando il rischio di destabilizzazione della corrente marina con tutte le conseguenze già esaminate sul Clima globale.
- Il riscaldamento accelerato colpirà duramente proprio l’area geografica dell’Accordo. Le coste del Venezuela e della vicina Guyana (anch’essa al centro di un boom petrolifero) subiranno un rapido innalzamento del livello del mare. L’ironia evidenziata dagli analisti è che la regione sta estraendo il combustibile fossile che finirà per sommergere le sue stesse infrastrutture costiere e le popolazioni locali (Scientific American).
Rischi Ambientali Locali in Venezuela
A differenza dei moderni impianti offshore, gran parte del petrolio venezuelano si trova nell’entroterra (nella Fascia dell’Orinoco) o in bacini semichiusi come il Lago di Maracaibo. Decenni di mancata manutenzione hanno già creato danni enormi che la nuova corsa all’oro nero rischia di aggravare.
Il disastro del Lago di Maracaibo
- Una bomba ecologica a cielo aperto – Il lago è attraversato da oltre 15.000 chilometri di condutture sottomarine obsolete che perdono costantemente greggio. Il petrolio forma spesse maree nere che hanno distrutto la fauna marina e l’economia dei pescatori locali (NASA Earth Observatory 2021, EnergiesNet ottobre 2025; Global Witness, aprile 2026; Inside Climate News, maggio 2026)
- L’invasione del “Verdìn” – Le perdite di petrolio si mescolano agli scarichi di acque reflue non trattate, alimentando la proliferazione di cianobatteri (il Verdìn), una microalga tossica che copre il lago, toglie ossigeno all’acqua e rilascia gas tossici per le popolazioni costiere (Academia de Ciencias Físicas, Matemáticas y Naturales del Venezuela, febbraio 2024).
La deforestazione e la contaminazione dell’Orinoco
- Minaccia alla biodiversità – La Fascia dell’Orinoco taglia zone ad altissimo valore ecologico e forestale. Costruire migliaia di nuovi pozzi, strade di accesso e oleodotti richiederà una deforestazione massiccia (MAAP #155: Deforestation Hotspots in the Venezuelan Amazon, giugno 2022; Mongabay News, agosto 2022).
- Avvelenamento delle acque dolci – Il greggio venezuelano è ricco di metalli pesanti (come vanadio e nichel) e zolfo. Le frequenti perdite durante le trivellazioni penetrano nelle falde acquifere e nei fiumi, contaminando le riserve idriche a danno delle comunità indigene e della fauna locale (The Conversation / WLRN, marzo 2026).
La pratica del “Gas Flaring” (Combustione in torcia)
In assenza di infrastrutture sufficienti per catturare e valorizzare il gas associato, le compagnie in Venezuela lo bruciano direttamente nell’atmosfera tramite le torce dei pozzi. Questo processo rilascia incessantemente fuliggine, benzene e sostanze cancerogene che avvelenano l’aria delle città vicine. L’intensità del solo gas flaring (il rapporto tra gas bruciato e petrolio estratto) è stimata tra le 10 e le 12 volte superiore alla norma mondiale (Agenzia Internazionale dell’Energia,IEA; 2026 Global Gas Flaring Tracker Report, Banca Mondiale, luglio 2026).
Complessivamente gli effetti collaterali di queste attività industriali stanno recando danni enormi al Veneuela, danni che vanno dall’inquinamento atmosferico alle piogge acide, a severi danni alla salute delle comunità, alla decimazione di milioni di insetti e uccelli migratori attratti dalle fiamme e muoiano con alterazione degli equilibri delle catene alimentari (Osservatorio di Ecologia Politica del Venezuela, 12 gennaio 2026).
L’impatto matematico dell’accordo
Riprendiamo quanto già anticipato sopra, ricordando che l’accordo prevede l’estrazione di miliardi di barili di petrolio.
Il petrolio venezuelano richiede molta più energia per essere estratto, riscaldato (per renderlo fluido nelle condutture) e raffinato rispetto al petrolio leggero dell’Arabia Saudita o allo scisto americano. La sua “impronta di carbonio dalla culla alla tomba” è tra le più alte al mondo.
Bruciare e raffinare la quota di petrolio prevista da questo piano immetterà nell’atmosfera circa 33 miliardi di tonnellate di CO2. Come anticipato, questo significa che un singolo accordo commerciale tra due sole nazioni andrebbe a divorare circa il 13% dell’intero budget climatico planetario, mettendo in crisi gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e questo offre una chiave di lettura anche del punto A (uscire dall’Accordo sul Clima) della strategia generale dell’Amministrazione americana.
Il problema, dunque, non è soltanto che il “piano Trump” potrebbe consumare il 13% del margine di sicurezza climatico residuo, rendendo estremamente più difficile e più lungo il percorso di rientro. Il problema è che quel margine non rappresenta semplicemente un “tempo supplementare” a disposizione dell’Umanità: la velocità con cui il forcing climatico aumenta può influire direttamente sulla stabilità di sistemi climatici critici come l’AMOC.
Assumere deliberatamente il rischio di erodere una quota così rilevante del margine emissivo residuo, mentre la comunità scientifica segnala che la velocità dell’aumento del forcing può essere determinante per la stabilità dell’AMOC, non è una semplice scelta energetica; è una scelta che trasferisce al resto del mondo un rischio climatico sistemico difficilmente reversibile.
È questo, più ancora della quantità assoluta di petrolio coinvolta, il carattere profondamente irresponsabile e cinico della decisione.
La grande ironia: l’effetto boomerang sulle infrastrutture
La comunità scientifica sottolinea un paradosso drammatico: il riscaldamento globale accelerato da questo accordo provocherà un rapido innalzamento del livello del mare nei Caraibi e tempeste tropicali sempre più violente (National Oceanic and Atmospheric Administration, NOAA in collaborazione con il Caribbean Climate Hub, 12 febbraio 2026).
Le stesse infrastrutture petrolifere che le aziende americane intendono costruire sulle coste venezuelane e nei terminal di esportazione rischiano di essere sommerse o distrutte dagli eventi climatici estremi entro i prossimi 20-30 anni, trasformando gli investimenti privati in giganteschi “asset incagliati” (stranded assets), ovvero investimenti che perderanno tutto il loro valore prima di aver reso quanto sperato (Carbon Tracker Initiative, aprile 2026; Global Witness, gennaio 2026).
Fine della terza parte
Nella prossima: Dal cinismo allo scetticismo delle Multinazionali del Petrolio
UNO DEI PERCORSI STORICI PIÙ COMPLESSI DEL RECUPERO DELL’ANTICA TRADIZIONE ATLANTICA (3/7)
Mosè: Il leader religioso con un profilo da “Sindacalista”
Prima del XIV secolo a.e.v., in Egitto il concetto di un unico Dio universale ed esclusivo era estraneo. Amenophis IV Akhenaton (decimo sovrano della XVIII Dinastia) impose la prima rivoluzione religiosa documentata della storia (cfr. B.[311-314]):
- Akhenaton cancellò il pantheon egizio in cui Amon-Ra era il Creatore, Dio dell’Aria e del Vento e padre degli Dèi in modo analogo allo Zeus greco; chiuse i templi di Amon-Ra a Tebe e dichiarò Aton (il disco solare) come l’unico, solo e universale Dio. Fu un monoteismo intollerante: i nomi degli altri Dèi furono scalpellati via dai monumenti.
- Egli privò i sacerdoti di Amon del loro ruolo di intermediari scientifici e cosmologici. Il Faraone stesso divenne l’unico intermediario e interprete della verità naturale e divina sulla Terra.
Dopo la morte di Akhenaton, la potentissima classe sacerdotale di Amon-Ra riconquistò il potere, dichiarò il Faraone “eretico e criminale” e attuò una damnatio memoriae spietata per cancellare ogni traccia di quel monoteismo atipico. Questo trauma nazionale generò un contraccolpo psicologico e storico immenso: per il Clero egizio, l’idea di un Dio unico che cancella gli altri dei è associata al caos, alla distruzione dell’ordine cosmico (Maat) e all’oppressione. Nel ricordo collettivo egizio, la memoria dell’eresia monoteista di Akhenaton e la precedente dominazione straniera degli Hyksos, che tuttavia non aveva recato soverchia offesa alla religione egizia in quanto aveva unito ad essa il culto cananeo di Baal associandolo a Seth, finirono per fondersi come due attentati ai principi sociali e religiosi dell’Egitto. Gli Israeliti di Goshen, in quanto semiti come gli Hyksos, ma anche portatori di un’idea religiosa in contrasto con le usanze egiziane, iniziarono ad essere percepiti dal Clero non solo come un pericolo demografico, ma come i portatori sani di quella stessa intolleranza religiosa che aveva quasi distrutto l’Egitto.
In questa prospettiva interpretativa, Mosè, intellettuale formatosi nel clima di tensione ideologica dell’Egitto ramesside, avrebbe potuto raccogliere e rielaborare, attraverso una tradizione ormai trasformata dalla memoria, alcuni elementi dell’eredità religiosa di Amarna, unendoli alla causa sociale dei lavoratori semiti sfruttati.
L’Esodo non sarebbe stato quindi soltanto la fuga di un gruppo di lavoratori in condizioni di dipendenza, ma anche l’esportazione fuori dall’Egitto di una nuova elaborazione religiosa e intellettuale, maturata attraverso l’incontro fra esperienze e tradizioni diverse.
In questo clima difficile emergerà dunque Mosè. Il suo percorso descritto nella Torah ricalca in modo sorprendente la figura di un moderno leader sindacale e mediatore politico ancor prima di assumere il ruolo di guida spirituale.
- Cresciuto nella corte del Faraone come un egizio (epoca ramesside, Seti I, XIX Dinastia), la svolta nella vita di Mosè avviene quando decide di accostarsi ai suoi “fratelli” per osservare i loro lavori forzati. La reazione violenta contro un sorvegliante egizio che picchia un operaio israelita (Esodo 2,11-12) è una reazione viscerale contro l’ingiustizia sul posto di lavoro. Per questo reato, Mosè è condannato all’esilio nel deserto orientale.
- Mosè trascorrerà il suo esilio in Madian, presso la tribù di Ietro; durante questo tempo egli conoscerà YHWH, il Dio senza nome. Ripreso il ruolo di difensore del suo nuovo popolo, Mosè si presenta davanti al Faraone (Ramesse II) per la prima volta (insieme ad Aronne) per chiedere la concessione di 3 giorni di “permesso lavorativo” (si può presumere “non retribuito”), per andare nel deserto a celebrare una festa (Esodo 5,1-3).
- La risposta del Faraone sarà la classica reazione di un’amministrazione che vuole schiacciare le prime proteste operaie: accusa i leader di sobillare i lavoratori («Mosè e Aronne, perché distogliete il popolo dai suoi lavori? Tornatevene alle vostre fatiche!»; Esodo 5,4) e impone una serrata punitiva: gli israeliti dovranno produrre la stessa quota giornaliera di mattoni, ma lo Stato non fornirà più la paglia; dovranno cercarsela da soli (Esodo 5,6-18).
- Questo inasprimento crea una spaccatura tra il “sindacalista” Mosè e la base dei lavoratori. I capomastri israeliti accusano Mosè di aver peggiorato le loro condizioni di vita, dicendo: «Ci avete resi odiosi agli occhi del Faraone… mettendogli in mano la spada per ucciderci» (Esodo 5,21). Non sembra una situazione da primi anni ’70 del XX sec. e.v.?!
Il fallimento di queste trattative e l’ostinazione del Faraone trasformano la “vertenza sindacale” in uno scontro ideologico-teologico totale, portando la colonia a capire che l’unica soluzione non è il miglioramento delle condizioni di lavoro in Egitto, ma la rottura totale e l’emigrazione via dall’Egitto per tornare verso Canaan.
La versione postuma di Manetone
Lo storico Manetone (III secolo a.e.v.) ci offre la “versione egizia” dell’Esodo. Questo storico e sacerdote egizio di epoca tolemaica compose l’Aegyptiaca (la Storia d’Egitto). Sebbene la sua opera originale sia andata perduta, ampi frammenti sono stati conservati dallo storico ebreo Giuseppe Flavio nel suo testo polemico “Contro Apione” (cfr. B.[103]).
Nel racconto di Manetone, l’Esodo è l’espulsione di una massa di ribelli guidati da un sacerdote egizio rinnegato. Questa testimonianza costituisce uno dei documenti più significativi per comprendere come, nella memoria sacerdotale egizia, potessero essersi sovrapposti e fusi ricordi relativi alla dominazione degli Hyksos all’eresia di Akhenaton e a tradizioni riguardanti gruppi ribelli o separatisi dall’Egitto.
«Mentre si trovavano confinati ad Avaris (la vecchia capitale degli Hyksos, concessa loro dal Faraone), questi lavoratori coatti trovarono la loro guida in un sacerdote egizio di Eliopoli di nome Osarseph» (cfr. B.[103], Libro I, §§ 237-238, 1, 26).
Osarseph diede loro leggi e una costituzione totalmente opposte ai costumi egizi. Ordinò di non adorare gli dèi egizi, di distruggere i loro templi e di uccidere e mangiare gli animali sacri (un richiamo speculare all’intolleranza religiosa di Akhenaton e al monoteismo).
Manetone scrive testualmente un dettaglio sbalorditivo conservato da Giuseppe Flavio:
«Si dice che il sacerdote che diede loro una costituzione e le leggi […] quando si unì a questo popolo, cambiò il suo nome e fu chiamato Mosè». (cfr. B.[103], Libro I, § 250).
Gli egittologi moderni, tra cui spicca Jan Assmann con la sua teoria della “mnemostoria”, spiegano che il testo di Manetone non è una cronaca precisa, ma un «mito di memoria» (cfr. B.[310]). Gli Egizi non scrivevano la storia per registrare i fatti ma per preservare l’ordine cosmico.
Nella tradizione riportata da Manetone, Mosè non appare come un semplice capo nomade, ma è identificato con Osarseph, un sacerdote di Eliopoli diventato guida di un movimento apertamente ostile all’ordine religioso egizio. Attraverso la lettura mnemostorica proposta da Jan Assmann, questa tradizione può essere interpretata come il risultato della fusione, nella memoria egizia, di tre traumi storici e religiosi, tra i quali l’esperienza amarniana assume un rilievo particolare (cfr. B.[103]; B.[310]):
- L’invasione degli Hyksos (il trauma degli stranieri semiti nel Delta).
- L’eresia di Akhenaton (il trauma del monoteismo distruttore dei templi).
- La fuga/rivolta dei lavoratori semiti di Goshen (il nucleo storico dell’Esodo).
Dall’esilio a Madian alla fuga dall’Egitto
Il primo problema che si pone sull’emigrazione di Mosè e degli Ebrei/Israeliti al suo seguito dall’Egitto, è quindi:
- Sono veramente fuggiti, inseguiti dal Faraone e dai suoi carri da guerra, oppure
- Sono stati lasciati andare?
Le ricostruzioni cinematografiche, i Colossal che sono stati prodotti sul tema si scontrano con un’enormità di ostacoli reali, ma sappiamo bene che quei Colossal amplificano con effetti speciali la descrizione biblica, la quale ha lo scopo celebrativo non tanto di Mosè, che a quanto risulta non fu solo criticato dagli Israeliti di Goshen ma tradito e disilluso più volte da loro tanto da mantenerli nel Deserto (del Negev) per decenni; l’Esodo è piuttosto celebrazione della potenza di YHWH e del favore che Egli accorda al popolo di Giacobbe/Israele, presente nella loro memoria ad onta del lungo soggiorno egiziano, trasformatosi da accogliente in ostile: un’appartenenza ideologica.
Comunque, volendo ricondurre gli eventi a Storia verosimile, le due ipotesi precedenti hanno senso entrambe.
Nel secondo caso, qualora si collochi Madian nel settore nord-occidentale della penisola arabica, seguendo direttamente la “Via dei Filistei” (“Via del Mare” per i Romani) sarebbe stato relativamente agevole raggiungerla e sostare alle pendici di un misterioso “Oreb” (cfr. B.[315,317]), dove eseguire rituali e quanto in programma presso gli stessi luoghi conosciuti durante l’esilio madianita. Mosè e il suo popolo avrebbero transitato lungo la carovaniera settentrionale, guardati sfilar via dagli Egiziani a guardia dei forti che ne controllavano l’accesso e i transiti.
Nel primo caso invece, poco più a sud c’erano le zone paludose, che sarebbero state estremamente dissuasive verso i carri da guerra del Faraone dotati di ruote sottili, da velocità, che sarebbero affondate immediatamente nel fango del mare delle Canne, cosa che Mosè doveva ben sapere, da quella persona istruita che era, sapendo anche bene quale fosse la prossima destinazione e quanta importanza simbolica avesse.
Ogni altra ipotesi costruisce uno scenario fantasioso estremamente simile alla decennale rotta gordiana dell’Odissea di Ulisse dalla terra dei Cìconi in Tracia all’isola dei Feaci; nel caso di Mosè un insulso girovagare in qua e in là e in giù e in su, stimato in 25 giorni, con una moltitudine variegata e non addestrata al seguito sarebbe stato totalmente incompatibile con la natura della missione, peraltro con l’aggiunta di impossibili muri d’acqua fatti aprire per l’occasione da YHWH su batimetrie enormi e fondali corallini che avrebbero straziato chiunque, potendo, si fosse azzardato là sotto.
Quindi, eviterò di trattare seriamente le varie possibilità che hanno di tempo in tempo entusiasmato gli studiosi letteralisti (cfr. B.[316]), dal “Passaggio Enterprise” al Grafton al Canale orientale dopo marce forzate giorno e notte su 400 km lungo il Sinai, dove i carri da guerra non avrebbero lasciato scampo ai fuggiaschi.
Queste tesi nascono da un errore metodologico tipico dell’archeologia dilettantistica: il letteralismo geografico forzato. I sostenitori di questa teoria hanno preso una mappa moderna, hanno cercato il punto più stretto del Golfo di Aqaba per unire l’Egitto all’Arabia e hanno ignorato completamente l’orografia, la batimetria, la logistica carovaniera e la realtà del terreno pur di far quadrare un’idea preconcetta e contraria ai percorsi tra l’Egitto e la terra di Madian nell’Età del Bronzo.
La ricerca scientifica (archeologica, storica e filologica) ha una posizione molto chiara su questo: per la Scienza, il racconto di Esodo è una narrazione epica e teologica stratificata nei secoli, non un diario di viaggio documentario. Ciononostante, gli studiosi hanno analizzato le varie ipotesi avanzate nel tempo, riducendo la possibile collocazione della meta, il “Monte Oreb”, a tre principali:
1. l’Oreb (alias monte Sinai) è il Jebel Musa (Egitto)?
Il Jebel Musa è nel sud della Penisola del Sinai dove sorge il celebre Monastero di Santa Caterina. Questa identificazione non ha compatibilità archeologica con l’Età del Bronzo (l’epoca presunta dell’Esodo); essa risale al IV secolo e.v. (epoca bizantina) per scopi legati al pellegrinaggio cristiano. Inoltre, le intense ricerche nella penisola del Sinai non hanno mai trovato tracce del passaggio di una massa di persone compatibile con il racconto biblico. La prima menzione storica assoluta di “Israele” la fornisce la “Stele di Merenptah” (cfr. B.[321,322]). Questo celebre monumento del 1208 a.e.v. (conservato al Museo Egizio del Cairo) descrive “Israele” come un gruppo di persone già stanziato e forte in Canaan, che il faraone Merenptah (figlio di Ramesse II) dichiara di aver sconfitto durante una campagna militare. Questo dimostra che gli israeliti erano già arrivati in Palestina alla fine del XIII secolo a.e.v..
2. l’Oreb è Jabal al-Lawz / Jabal Maqla (Arabia Saudita)?
Questa tesi (cfr. B.[319]) è di archeologi dilettanti, come Ron Wyatt, e istituti biblici letteralisti. Sostiene che il Sinai sia in realtà in terra di Madian.
- È considerata dagli archeologi accademici una teoria pseudoscientifica e priva di rigore metodologico.
- La roccia sommitale “annerita dal fuoco divino” è in realtà semplice basalto scuro naturale (una comune formazione geologica). Le incisioni rupestri di bovini (interpretate come il vitello d’oro) sono petroglyphi di epoca pre-biblica, tipici dei nomadi della penisola arabica. I presunti altari sono strutture pastorali di epoche diverse.
3. l’Oreb è nel Negev: Har Karkom (Israele)?
Proposta dall’archeologo italiano Emmanuel Anati (cfr. B.[318]) dopo decenni di scavi nel deserto del Negev.
- Har Karkom è una montagna che presenta una densità straordinaria di altari, incisioni rupestri e luoghi di culto antichi.
- Sebbene sia un autentico monte sacro dell’antichità, il picco delle attività religiose in questo sito risale al III millennio a.e.v. (Antica Età del Bronzo). È un periodo troppo antico (di quasi mille anni) rispetto all’epoca di Mosè.
In conclusione la ricerca scientifica contemporanea lascia l’Oreb alla Teologia.
I testi biblici riflettono la fusione di diverse tradizioni orali di popoli nomadi del deserto (Madianiti, Keniti, Edomiti) che consideravano sacre diverse montagne della regione vulcanica e desertica tra il Sinai, il Negev e l’Arabia. L’autore biblico avrebbe unito queste memorie in un unico “Monte di Dio” ideale.
Questa magra conclusione non esclude tassativamente l’esistenza di un Oreb in qualche punto da quelle parti nella “Madian del Nord”, dove avremo modo di trovare qualcosa di assai interessante nella prossima puntata e proprio riguardo ai Keniti.
Fine della terza parte
Nella quarta: Ietro e i Keniti; dove la Tradizione riemerge
Bibliografia
[313] “Akhenaten: Egypt’s False Prophet”, Reeves, Nicholas, Thames & Hudson, 2001
[312] “Akhenaton: Storia di un’eresia”, E. Moschetti, Ananke, Collana Quaderni di egittologia, 2009
[311] “Akhenaton e Nefertiti. Storia dell’eresia amarniana”, F. Cimmino, Rusconi, 1987
[314] “Akhenaten, the Heretic King”, Redford, Donald B., Princeton University Press, 1984
[103] “Contra Apionem”, Giuseppe Flavio, 94-100 e.v.
[315] “From Epic to Canon: History and Literature in Ancient Israel”, Cross, Frank Moore, Johns Hopkins University Press, 1998
[316] “In Search of the Mountain of God: The Discovery of the Real Mt. Sinai”, Bob Cornuke, David Halbrook, 2000
[319] “Jewish Pilgrimage and Jewish Identity in the Hellenistic and Early Roman Periods”, Kerkeslager, A., 1998
[318] “La montagna di Dio: Har Karkom”, Anati, E., Milano: Jaca Book (Edizione inglese: The Mountain of God: Har Karkom, New York: Rizzoli), 1986
[310] “Mosè l’egizio. Decifrazione di una traccia di memoria”, Jan Assmann, Adelphi, prima ed. 2000
[322] “Ramesside Inscriptions: Historical and Biographical”, Kitchen, K. A., Oxford: Blackwell, Vol. IV (pp. 12-19, 1982
[321] “Six Temples at Thebes”, Petrie, W. M. Flinders, London: Bernard Quaritch, 1897
[317] “The Mount of God: The Case for Har Karkom”, Williams, P. M., 1990
Perché le imprese economico-finanziarie di Trump, in particolare il recente “Accordo Trump-Rodriguez”, potrebbero essere l’innesco di una catastrofe globale (2/4)
La posizione del Governo italiano e la spaccatura della visione eurasiatica
Il Governo italiano guidato da Giorgia Meloni si trova in una posizione di estremo pragmatismo ed equilibrismo, diviso tra la fedeltà all’alleato atlantico e la tutela di importanti interessi economici ed energetici nazionali. Roma mantiene infatti aperti i rapporti con il nuovo corso venezuelano e, attraverso ENI, dispone di interessi diretti nel rilancio dell’industria energetica del Paese. Reuters riferisce che ENI è tra le società che stanno finalizzando nuovi accordi in Venezuela (Reuters, 31 agosto 2026).
Il canale aperto con Delcy Rodríguez per i prigionieri
Il Governo italiano ha mantenuto un canale di comunicazione diretto con la nuova leader ad interim di Caracas, Delcy Rodríguez. Grazie a questa mediazione, l’Italia ha ottenuto la liberazione di 4 cittadini con passaporto italiano detenuti nelle carceri venezuelane (42 con doppio passaporto sono ancora in carcere, alcuni detenuti politici). Giorgia Meloni ha pubblicamente espresso gratitudine per la cooperazione venezuelana e ha indicato l’intenzione di rafforzare ulteriormente le relazioni diplomatiche (Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, MAECI; Reuters).
Gli interessi di ENI
Uno dei principali motivi dell’interesse italiano per la stabilizzazione dell’area è ENI. Il gruppo italiano possiede infatti asset strategici in Venezuela, sia nel petrolio della fascia dell’Orinoco sia nel gas offshore, e ha già avviato con il governo venezuelano programmi per rilanciare la produzione. Nell’aprile 2026 ENI ha sottoscritto con il Ministero degli Idrocarburi e PDVSA un accordo programmatico per rilanciare in particolare la produzione del giacimento Junin-5, nella Faja dell’Orinoco. (ENI, 28 aprile 2026; Reuters, 31 agosto 2026)
La nuova struttura giuridica ed economica dell’industria venezuelana, insieme all’allentamento delle sanzioni, può quindi aprire a ENI la possibilità di espandere le proprie attività e di aumentare la produzione e l’esportazione di energia. Non si tratta dunque soltanto di una posizione diplomatica: il Governo italiano ha interessi industriali concreti nel nuovo assetto energetico venezuelano.
La pressione interna sui carburanti
Il governo Meloni ha dovuto intervenire ripetutamente sul costo dei carburanti, anche attraverso il taglio temporaneo delle accise sul diesel [1] in risposta all’aumento dei prezzi energetici (Reuters, luglio-agosto 2026). L’eventuale aumento della produzione venezuelana potrebbe contribuire, nel medio-lungo periodo, ad ampliare l’offerta internazionale di greggio e quindi a esercitare una pressione al ribasso sui prezzi. Gli analisti sottolineano tuttavia che il recupero della produzione venezuelana richiederà anni, a causa delle condizioni delle infrastrutture e della complessità tecnica dei giacimenti (ANZ; Rystad Energy).
In sintesi, il Governo italiano si sta muovendo per occupare una posizione di prima fila nei nuovi contratti energetici attraverso ENI, mantenendo contemporaneamente il proprio ancoraggio politico all’Alleanza Atlantica (Reuters; ENI).
[1] la riduzione temporanea delle accise ha un effetto reale e immediato alla pompa per i consumatori, ma è al contempo una “partita di giro finanziaria” per lo Stato e, in parte, per la filiera petrolifera, per effetto asimmetrico rispetto all’oscillazione del mercato e tampone a brevissimo termine (Unione Nazionale Consumatori, Federconsumatori).
La rottura dell’unità eurasiatica
La posizione del Governo italiano sulla questione del petrolio venezuelano si inserisce in un più ampio riallineamento europeo. I governi dell’UE condividono alcuni obiettivi comuni, ma divergono su numerose questioni politiche, economiche e migratorie. L’Unione è inoltre impegnata nel progressivo abbandono delle importazioni energetiche russe e nella ricerca di forniture alternative.
Per decenni, l’economia europea — in particolare quella italiana e tedesca — si è fondata su una forte complementarietà eurasiatica: tecnologia e manufatti europei in cambio di energia e materie prime russe a costi relativamente competitivi.
La contrapposizione frontale a Putin, determinata dalla guerra in Ucraina e accelerata dalla riconfigurazione delle alleanze globali, ha frantumato questa integrazione geografica ed economica. Chiudendo progressivamente la porta a Est, l’Europa si è orientata verso l’Occidente, legandosi maggiormente alle forniture energetiche statunitensi, compreso il GNL, e alla protezione militare della NATO. L’UE riconosce oggi esplicitamente una crescente esposizione ai mercati globali del GNL e, in particolare, alle forniture statunitensi (ACER, 2026).
Questo “transatlantismo forzato” ha di fatto archiviato, almeno per il prossimo futuro, il progetto di una grande area di stabilità e commercio che andasse da Lisbona a Vladivostok.
La frammentazione in blocchi contrapposti
L’accordo petrolifero in Venezuela non è quindi soltanto un affare commerciale, ma può essere letto come un ulteriore tassello della competizione per il controllo delle risorse strategiche. Estromettendo o ridimensionando la presenza di Russia e Cina in una parte dei giacimenti venezuelani, gli Stati Uniti hanno tracciato una linea netta: Reuters riferisce che alcuni dei nuovi contratti assegnati a North American Blue Energy Partners riguardano giacimenti precedentemente gestiti da cinque società cinesi e da una società russa (Reuters, 31 agosto 2026).
Il mondo tende così a riorganizzarsi attorno a due grandi aree di contrapposizione:
- il blocco euro-atlantico, sempre più integrato sul piano energetico, finanziario e militare;
- l’area BRICS e gli altri centri di potere eurasiatici, sempre più spinti a rafforzare i rapporti fra Mosca, Pechino, Teheran e altri partners.
L’Italia, scegliendo di blindare i propri interessi attraverso il canale atlantico e l’intesa con il nuovo corso venezuelano, si posiziona stabilmente all’interno della prima area. Questo può garantire forniture e opportunità industriali nel medio termine, ma rischia contemporaneamente di ridurre il tradizionale ruolo italiano di interlocutore e ponte verso l’Est e di aumentare la dipendenza dalle decisioni strategiche di Washington.
Questo scenario può essere letto anche come una sorta di “trappola americana”, cioè come un processo nel quale le scelte compiute dalla Russia e dall’Europa hanno finito per produrre conseguenze strategiche favorevoli agli Stati Uniti.
La dinamica della “trappola”
Guardando i fatti da questa prospettiva, la dinamica della “trappola” e il conseguente trascinamento dell’UE diventano leggibili attraverso una precisa sequenza di eventi.
- Primo: invece di consolidare quell’integrazione eurasiatica che avrebbe reso l’Europa un partner più autonomo dagli USA, l’invasione dell’Ucraina ha prodotto la rottura dei rapporti economici fra UE e Russia. Mosca ha perso il suo principale mercato energetico occidentale e ha dovuto orientare una quota crescente delle proprie esportazioni verso l’Asia, soprattutto verso la Cina.
- Secondo: l’Unione Europea si è trovata a dover rinunciare rapidamente a una parte significativa dell’energia russa e a sostituirla con altre fonti. Il GNL statunitense ha assunto un peso crescente nel mix europeo, mentre la sicurezza energetica è rimasta strettamente collegata a quella militare garantita dalla NATO. L’UE ha così ridotto la propria dipendenza dal gas russo, ma ha contemporaneamente aumentato la propria esposizione ai mercati globali del GNL e alle forniture statunitensi (ACER).
- Terzo: oggi l’UE assiste agli Stati Uniti che assumono una posizione dominante nell’operazione venezuelana, mentre alcune società russe e cinesi sono estromesse da giacimenti nei quali erano precedentemente presenti. L’Europa ha perso progressivamente l’accesso privilegiato all’Est e deve ora confrontarsi con un nuovo assetto energetico nel quale Washington dispone di un’influenza molto maggiore anche nell’emisfero occidentale (Reuters, 31 agosto 2026).
Mentre l’Europa sostiene costi elevati per la trasformazione del proprio sistema energetico e la Russia affronta una guerra di logoramento, gli Stati Uniti ottengono contemporaneamente alcuni vantaggi strategici:
- indebolire ulteriormente il progetto di integrazione economica Lisbona-Vladivostok;
- legare maggiormente l’economia europea a quella americana sul piano energetico e militare;
- rafforzare il controllo politico ed economico del proprio “cortile di casa”, riducendo la presenza di Russia e Cina nei giacimenti venezuelani e aumentando la propria sicurezza energetica.
L’”Illegalità” internazionale
La questione venezuelana presenta un ulteriore elemento che non può essere ignorato. La cattura di Nicolás Maduro nel gennaio 2026 non è avvenuta attraverso una normale procedura di estradizione, ma attraverso un’operazione militare statunitense che portò alla sua cattura e al trasferimento forzato negli Stati Uniti.
La questione è stata giudicata in termini estremamente severi da autorevoli esperti e organismi di diritto internazionale. Marc Weller, direttore dell’International Law Programme di Chatham House, ha definito l’operazione una significativa violazione della sovranità venezuelana e della Carta delle Nazioni Unite, sottolineando l’assenza di un mandato del Consiglio di Sicurezza ONU. L’International Commission of Jurists ha parlato di uso illegittimo della forza e di sequestro illecito di Maduro (Chatham House, 4 gennaio 2026; International Commission of Jurists, 5 gennaio 2026).
La stessa sequenza temporale è difficilmente ignorabile: la cattura di Maduro ha preceduto di pochi mesi l’insediamento di Delcy Rodríguez come presidente ad interim, l’apertura del nuovo corso negoziale con Washington e infine l’accordo petrolifero sui 17 giacimenti venezuelani. Reuters riferisce inoltre che l’intesa è il risultato di mesi di negoziati fra Washington e Caracas e che la nuova struttura assegna agli Stati Uniti una partecipazione del 35% nella società operativa, diritti di acquisto a prezzo di costo sul 20% della produzione e un diritto di prelazione sul restante output (Reuters, 28–31 agosto 2026).
Non è necessario affermare che la cattura di Maduro sia stata eseguita allo scopo di ottenere il petrolio: una simile relazione causale non è dimostrabile sulla sola base delle fonti disponibili. È però un dato di fatto che l’operazione militare abbia preceduto l’instaurazione del nuovo quadro politico e che questo abbia successivamente consentito a Washington di costruire un rapporto privilegiato con il governo Rodríguez e di ridisegnare l’accesso alle risorse energetiche venezuelane.
La “trappola”, dunque, può essere letta anche in questi termini: la Russia si è isolata dall’Europa, l’Unione Europea ha ridotto la propria autonomia energetica e strategica e gli Stati Uniti hanno riaffermato il proprio controllo su una parte crescente delle rotte e delle risorse energetiche dell’Occidente.
La questione che resta da porsi è quindi se tutto questo sia soltanto il risultato di una successione “casuale” di eventi geopolitici oppure se costituisca la manifestazione di una strategia più ampia e coordinata predisposta nel tempo.
Fine della seconda parte
Nella prossima: All is well that ends well?! (“Tutto è bene ciò che finisce bene”?!, W. Shakespeare)
Perché le imprese economico-finanziarie di Trump, in particolare il recente “Accordo Trump-Rodriguez”, potrebbero essere l’innesco di una catastrofe globale (1/4)
PREMESSA
Nel mercato internazionale dei combustibili fossili gli Stati Uniti d’America sono diventati il primo produttore mondiale di greggio, grazie soprattutto alla rivoluzione dello shale oil (petrolio di scisto). Pur producendo prevalentemente greggi leggeri, gli Stati Uniti continuano a importare quantità rilevanti di greggio più pesante, anche perché una parte importante della capacità di raffinazione del Golfo del Messico dispone di impianti particolarmente adatti alla sua lavorazione. Queste importazioni provengono in larga misura da paesi geograficamente vicini e storicamente integrati nel sistema petrolifero nordamericano, soprattutto Canada e Messico (EIA, Energy Information Administration).
La Chevron rappresenta la principale — e, tra le grandi major statunitensi, sostanzialmente l’unica — eccezione: essendo l’unica major statunitense ad aver mantenuto una presenza costante in Venezuela, presenza mantenuta anche durante il periodo delle sanzioni seppure con attività fortemente limitate, ha progressivamente negoziato e sta finalizzando accordi strategici con il Ministero dell’energia di quel paese per migrare ed espandere le proprie joint venture nella fascia dell’Orinoco e Petropiar nell’Ayacucho (Reuters, 28-31 agosto).
Anche fornitori di servizi petroliferi come Halliburton valuterebbero di inviare attrezzature in Venezuela; tuttavia, per l’industria petrolifera nel suo complesso, il Venezuela resta un investimento ad altissimo rischio operativo e geopolitico rispetto ai giacimenti domestici o a quelli offshore della Guyana.
L’accordo Trump-Rodriguez
Su questo scenario si è recentemente inserito l’accordo trumpiano per oltre 65 miliardi di barili di riserve provate venezuelane, una quantità superiore alle riserve provate attualmente detenute dagli Stati Uniti e tale da più che raddoppiare le risorse petrolifere alle quali Washington avrebbe accesso se considerata sotto il profilo del controllo economico (EIA, Reuters, ABC News, Breaking News, Latest News and Videos).
Questo accordo, che con la presenza di Maduro non sarebbe mai stato possibile, perciò definito “storico” da D. Trump, si inserisce nello scenario petrolifero venezuelano modificandone radicalmente le regole del gioco, superando di fatto le storiche resistenze delle compagnie private attraverso una massiccia spinta geopolitica e legale (cfr. Corriere della Sera).
Con i recenti accordi commerciali Trump-Rodriguez il governo statunitense ha assunto una massiccia partecipazione strategica in oltre una dozzina di giacimenti venezuelani. Nonostante questa forte spinta geopolitica, permangono tuttavia le difficoltà tecniche legate alla raffinazione del petrolio acido e pesante (simile al catrame) di quei giacimenti e allo stato d’abbandono delle infrastrutture. Ciò comporta aumento dei costi industriali con diminuzione/azzeramento dei profitti e difficoltà di commercializzazione.
Gli analisti stimano che per riportare la produzione ai livelli degli anni ’90 (circa 3 milioni di barili al giorno) servirebbero tra i 53 e i 180 miliardi di dollari di investimenti privati entro il 2040; per questo e per i rischi di una futura nazionalizzazione le compagnie americane hanno preferito finora indirizzare i loro investimenti verso progetti più sicuri e immediati.
Gli Stati Uniti avrebbero un controllo economico effettivo equivalente al 55% dell’operazione, attraverso una partecipazione societaria del 35% e diritti di acquisto a prezzo di costo sul 20% dell’output. Secondo fonti statunitensi, alla nuova società sarebbero stati concessi diritti di sfruttamento sui 17 giacimenti per 100 anni. Delcy Rodríguez ha tuttavia successivamente descritto pubblicamente l’accordo come un progetto della durata di 25 anni. Il testo integrale dell’accordo non è stato reso pubblico; Reuters (31 agosto) segnala che esperti e giuristi stanno chiedendo trasparenza sui suoi termini, mentre diversi elementi essenziali della struttura dell’operazione restano ancora non chiariti (CNN, Kit Maher, 28 agosto; Washington Post, LA Times). Se la concessione secolare riferita da un funzionario della Casa Bianca alla CNN fosse effettivamente accompagnata da garanzie previste da un trattato internazionale, essa potrebbe offrire alle multinazionali americane una protezione di lungo periodo dal rischio di future nazionalizzazioni “alla Chávez”.
Tutto ciò lascia comunque aperta una questione: come può una concessione di 100 anni essere giuridicamente strutturata in un Paese nel quale il normale regime delle concessioni è molto più breve e lo Stato mantiene diritti fondamentali sulle risorse petrolifere?
L’accordo punta a convogliare verso il Venezuela circa 100 miliardi di dollari di investimenti privati.
Sebbene le infrastrutture locali siano a pezzi, l’ingresso diretto dell’amministrazione statunitense come garante e co-proprietaria abbatte il rischio finanziario per i giganti del settore (Big Oil).
Grandi compagnie con una forte impronta storica nel Paese come Chevron, già operativa come si è visto, o partners europei come ENI e la Repsol spagnola sono visti dagli analisti come i candidati naturali per operare materialmente sul campo (AP News).
Il precedente controllo maggioritario, pari almeno al 60%, della statale venezuelana PDVSA (Petróleos de Venezuela S.A.) nelle imprese miste con operatori privati sembra essere stato sostanzialmente superato dalla nuova struttura dell’accordo, nella quale il ruolo della compagnia statale non è stato esplicitato. Di conseguenza, Caracas sta valutando l’ipotesi di lasciare l’OPEC, di cui il Venezuela è membro fondatore dal 1960 (ANSA). L’eventuale ritiro consentirebbe al Paese di aumentare la produzione senza essere vincolato dalle quote stabilite dall’organizzazione, in un processo di riallineamento energetico verso gli Stati Uniti che Washington considera favorevole ai propri interessi.
In sintesi, l’accordo non cancella i problemi tecnici di estrazione e raffinazione legati al petrolio “pesante” e alle infrastrutture distrutte (Reuters, AP, BBC), ma ridisegna l’architettura legale e politica, offrendo alle compagnie petrolifere prospettive di lungo termine e un controllo operativo che prima mancavano per giustificare investimenti miliardari (BBC).
In altre parole, fornendo una copertura legale e di sicurezza destinata a neutralizzare il rischio di future nazionalizzazioni e a ridurre quello derivante da eventuali sanzioni, e creando di fatto un contesto che incentivi le aziende private (Big Oil) a investire i propri capitali, il Governo di Washington agirebbe come garante legale e geopolitico, mettendo in campo strumenti finanziari pubblici senza necessariamente ricorrere a un esborso diretto di capitale, almeno in teoria e secondo quanto dice D. Trump (CNN).
Avendo una partecipazione societaria e diritti garantiti di acquisto a prezzo di costo sul 55% dell’output effettivo, gli USA potranno (PBS):
- rimpinguare la Riserva Strategica di Petrolio degli Stati Uniti (Strategic Petroleum Reserve), attualmente al livello più basso dal 1982 (289,7 mln barili, Reuters, 30 agosto);
- ottenere copertura dei fabbisogni energetici delle forze armate statunitensi (PBS).
Il Venezuela incasserà dal flusso dei capitali privati oltre 209 miliardi di dollari di entrate per lo Stato venezuelano, pari a circa 19$ per barile in royalties (Anadolu Ajansı; Reuters).
In sintesi, le aziende private pagherebbero le spese per l’estrazione, gli Stati Uniti pagherebbero solo il costo di produzione per consumarlo e il Venezuela incasserebbero una tassa su ogni barile che esce dal sottosuolo (BBC).
Tempo occorrente perché gli Americani vedano benefici economici dall’operazione
Secondo analisti indipendenti del settore energetico, decorsa la reazione positiva dei Mercati alla notizia e l’effetto psicologico alla pompa di benzina, eventuali effetti economici positivi sui costi per i consumatori americani potrebbero richiedere da 1 a 5 anni, in funzione delle barriere tecniche e dei tempi necessari al recupero della produzione (ANZ; Rystad Energy), smentendo le promesse di D. Trump che il prezzo sarebbe crollato subito di almeno 1,99$/gallone (CNBC, maggio 2025; Gulf Coast News Now / WBBH, agosto 2026).
Per anticipare almeno in parte gli effetti dell’operazione, il Governo americano prevede di acquisire in anticipo una prima quota compresa tra i 30 e i 50 milioni di barili di greggio venezuelano già estratto ma precedentemente bloccato dalle sanzioni (CNN, Reuters).
Pausa
È impossibile non vedere che dalla questione Ucraina al feroce aggravamento della questione palestinese successivo al controverso “7 ottobre 2023” e adesso alla questione venezuelana aperta con l’estradizione di Maduro, tutto questo “bailamme”, dall’indebolimento e rottura dei rapporti tra UE e Russia all’isolamento degli USA entro i propri confini con la criminalizzazione dei fenomeni migratori e col rafforzamento della capacità energetica basata sui combustibili fossili anziché sulle energie rinnovabili, delinea una strategia di progressivo arroccamento che, per le sue caratteristiche, può essere ricondotta al concetto di “fortilizio planetario” (Global Fortress) utilizzato da alcuni analisti. In questo scenario, abbiamo visto gli USA trasferire da un lato progressivamente sull’UE una parte crescente del sostegno strategico all’Ucraina, dopo aver esercitato durante la crisi del 2013–2014 una forte influenza politica sul processo che portò alla caduta di Viktor Janukovyč e alla formazione di un nuovo governo filo-occidentale, e dall’altro a spezzare il flusso del petrolio dall’Iran, uno dei principali produttori ed esportatori petroliferi mondiali, determinando le condizioni di crisi alle quali stiamo assistendo oggi.
La qualificazione degli eventi ucraini del febbraio 2014 come “colpo di Stato” è controversa [1]: alcuni studiosi la sostengono, mentre le istituzioni occidentali li descrivono come il collasso del governo Yanukovyč seguito dalla sua destituzione parlamentare [2].
[1] “Forcible Discharge of Ukrainian President Yanukovich from Power: Complicity of the Obama Administration”, Oxford University Press; [2] Congressional Research Service, CRS.
Poiché tutto questo oltrepassa visibilmente le possibilità del profilo di D. Trump, ciò che viene da chiedersi è: qual è la “cabina di regia” che ne ha mosso i fili?
Chi c’è dietro a Trump? Le sollecitazioni e i veri architetti del piano
L’idea di prendere il controllo fisico e legale del petrolio venezuelano non è certo farina del sacco di un personaggio come D. Trump; ma allora di chi?!
L’operazione sembra rispondere alle sollecitazioni dirette dei falchi della sua amministrazione, di storici oligarchi venezuelani e dei giganti della finanza speculativa (CafoscariNEWS).
Marco Rubio e la Dottrina “Donroe”
L’architetto geopolitico principale sarebbe il Segretario di Stato Marco Rubio. Politico della Florida da sempre legatissimo alla comunità degli esuli anticastristi e antivenezuelani, Rubio spinge da anni per l’applicazione di una versione aggressiva della “Dottrina Monroe” (ribattezzata dagli analisti “Dottrina Donroe”). L’obiettivo di Rubio è “espellere” la presenza di Cina, Russia e Iran dal cortile di casa americano, usando l’apparato militare e di intelligence (coordinato dal Segretario alla Difesa Pete Hegseth, un dichiarato filosionista) per blindare le risorse (Reuters, gennaio 2026, CRS).
Alejandro Betancourt Lòpez e la North American Blue Energy Partners
Dietro la struttura societaria privata dell’accordo c’è Alejandro Betancourt López, capo della North American Blue Energy Partners (NY Times), che ha fatto da ponte tra l’amministrazione USA e la Presidente ad interim Delcy Rodríguez (Reuters). È lui l’uomo d’affari che ha materialmente strutturato il veicolo finanziario privato con il coinvolgimento del Pentagono tramite l’Office of Strategic Capital.
La lobby di Wall Street e i rimborsi storici
Aziende come ConocoPhillips ed ExxonMobil, che vantano ancora miliardi di dollari di crediti verso il Venezuela per gli espropri subiti nel 2007, erano tra le grandi compagnie convocate da Trump (PBS Frontline). Trump ha esplicitamente prospettato il ritorno di queste compagnie in Venezuela, mentre il Segretario all’Energia Chris Wright ha dichiarato che parte dei proventi delle vendite petrolifere potrebbe in futuro essere destinata a compensare le perdite subite da ExxonMobil e ConocoPhillips con le nazionalizzazioni di Chávez (PBS, Fox Business, Reuters).
Fine della prima parte
Nella prossima: La posizione del Governo italiano e la spaccatura della visione eurasiatica
UNO DEI PERCORSI STORICI PIÙ COMPLESSI DEL RECUPERO DELL’ANTICA TRADIZIONE ATLANTICA (2/7)
Dall’ospitalità ai “400 anni della schiavitù” in Egitto
In base al racconto della Torah, tra i 12 figli di Giacobbe/Israele, figlio di Isacco, figlio di Abramo, ce n’erano due di particolare importanza: Giuseppe e Beniamino.
Questi erano gli unici figli di Rachele, la cugina di primo grado e moglie più amata dal patriarca, morta proprio partorendo Beniamino (Genesi 35,16-20).
Ciò che rende Giuseppe e Beniamino speciali per Giacobbe – di conseguenza odiati dagli altri fratelli – è insieme ossessione romantica, dinamica di potere e simbolismo della successione.
Nella cultura patriarcale dell’Età del Bronzo, la loro nascita scardinò completamente le regole tradizionali della famiglia, creando una frattura insanabile. Vediamo i tre motivi fondamentali di questa dinamica.
Rachele
Il grande amore di Giacobbe fu Rachele; per avere lei, non per Lia o per le schiave Bila e Zilpa, Giacobbe lavorò duramente ben 14 anni presso Labano (Genesi 29,15-30).
Quindi, per Giacobbe, Giuseppe e Beniamino erano gli unici “figli dell’amore”. Quando Rachele morì partorendo Beniamino, Giacobbe riversò sui due orfani tutto l’amore, il senso di colpa e il dolore per la perdita della moglie. Agli occhi del patriarca, loro due rappresentavano la parte “nobile e legittima” della sua discendenza, mentre gli altri dieci fratelli erano quasi il frutto di un “dovere biologico”.
La primogenitura
Il motivo principale del rancore dei fratelli maggiori (in particolare di Ruben, Simeone e Levi) non era solo la gelosia affettiva, ma una reale minaccia economica e politica.
Giacobbe commise il grave errore di mostrare apertamente che voleva dare a Giuseppe i diritti del primogenito.
La “Ketonet Passim” (tunica dalle maniche lunghe)
La “Ketonet Passim” (Genesi 37,3; 2 Samuele 13-18; B.[401-404]) non era semplicemente un vestito colorato o costoso. Nell’antichità, quella tunica era il simbolo dell’autorità, il mantello che spettava al capo del clan. Regalando quella tunica a Giuseppe (che era l’undicesimo figlio), Giacobbe stava dicendo agli altri dieci: “Lui comanderà su di voi e lui erediterà la parte doppia dei miei beni”.
I Sogni e la Spia
Giuseppe non faceva nulla per farsi amare dai fratelli maggiori. Il testo di Genesi sottolinea due dettagli irritanti. Oltre a far la spia al padre sui cattivi comportamenti dei fratelli (Genesi 37,2) e i loro pettegolezzi sui figli delle schiave (Gad, Aser, Dan, Neftali), Giuseppe soleva raccontare con finta ingenuità che nei suoi sogni perfino i covoni e le stelle dei fratelli si inchinavano a lui (Genesi 37,5-11) e questo fece traboccare il vaso del loro odio; presero a vederlo come un ragazzino viziato, megalomane, coccolato dal padre e una minaccia per il loro futuro (Genesi 49).
Quando Giuseppe è venduto schiavo ma creduto morto dal padre perché i fratelli gli propinano la bugia che è stato sbranato da una fiera (Genesi 37,31-35), l’ossessione di Giacobbe si sposta sul piccolo Beniamino.
A questo punto i fratelli capiscono che se accadesse qualcosa anche a Beniamino, il vecchio padre morirebbe di dolore.
La trama di queste vicende continua con Giuseppe che, grazie alla sua arte oniromantica, è entrato nelle grazie del Faraone e ha fatto carriera a corte dimostrandosi abile interprete dei sogni del Faraone stesso e uomo saggio. Quando in Canaan scoppia la solita carestia, la Tribù di Giacobbe va nel ricco, potente e saggio Egitto.
In Egitto, davanti a Giuseppe, che ancora non riconoscono, i fratelli maggiori (guidati da Giuda) preferiscono rischiare la propria vita offrendosi in cambio di Beniamino indiziato di furto piuttosto che causargli del male (Genesi 44,30-31). A quel punto Giuseppe si fa riconoscere, perdona i fratelli e la frattura si ricompone.
Nei secoli successivi le rivalità familiari si rifletteranno comunque nella geografia politica d’Israele, visto che la tribù di Giuda figlio di Lia e le tribù di Efraim/Manasse figli di Giuseppe si faranno la guerra per il controllo del Regno.
Dopo questa inquadratura preliminare, ci sono alcune considerazioni da fare su quanto accadde agli Israeliti di Giacobbe in Egitto.
Già prima dell’arrivo del giovane Giuseppe, per secoli il Delta orientale aveva ospitato una colonia di popolazioni semitiche provenienti dal Levante. Gli scavi dell’archeologo Manfred Bietak nel sito di Tell el-Dab’a, generalmente identificata con l’antica Avaris e situata nel settore orientale del Delta tradizionalmente associato alla terra biblica di Goshen, lo confermano (cfr. B.[203-204]). I primi strati archeologici (Medio Regno, XII-XIII dinastia) mostrano insediamenti pacifici: i coloni vivevano in case con stili levantini, possedevano bestiame e praticavano sepolture non egizie (spesso con armi o sacrifici di asini). Molti di loro raggiunsero importanti posizioni sociali e amministrative.
Al tempo di Giuseppe i Faraoni erano Hyksos (XV dinastia; cfr. B.[205-209]), una dinastia di origine semitica, che governò l’Egitto per un breve lasso di tempo (ca un secolo, dal 1650 al 1550 a.e.v.). Il fatto che questi Faraoni potessero nutrire una maggiore affinità con le popolazioni levantine stabilite in Egitto è testimoniato tra l’altro dallo storico ebreo Giuseppe Flavio (I sec. e.v., cfr. B.[103]), oltre al fatto che gli Egiziani sembrano aver nutrito normalmente il sentimento opposto verso i “pastori” in genere (Genesi 46,34). Fu probabilmente questa maggiore affinità a consentire al popolo di Giacobbe di stabilirsi in Egitto permanentemente e lì crescere e prosperare. Su questo aspetto lo scenario archeologico coincide perfettamente con la descrizione di Genesi.
Il testo biblico afferma poi che, a un certo punto, “sorse sopra l’Egitto un nuovo Re, che non aveva conosciuto Giuseppe”, il quale impose il lavoro coatto per paura della crescita demografica di questa colonia (Esodo 1,8-11). Storicamente, questo trova un corrispettivo preciso in due fenomeni.
- Quando i faraoni tebani della XVIII dinastia scacciarono i sovrani Hyksos, la percezione dei levantini nel Delta cambiò radicalmente. Da immigrati integrati o dominanti, divennero una minoranza guardata con forte sospetto politico e potenziale quinta colonna dei nemici orientali. L’ultimo faraone della XV dinastia Hyksos fu Khamudi (noto anche come Kamudi o Khamouly). Regnò all’incirca dal 1540 a.C. al 1530 a.C. (secondo la cronologia convenzionale) e fu sconfitto dal faraone egizio Ahmosi I, il fondatore del Nuovo Regno, che conquistò la capitale Avaris e scacciò definitivamente i sovrani orientali dal Delta del Nilo.
- Gli Egizi non espulsero tutta la popolazione del Levante, ma ne ridussero gran parte in uno stato di servitù. I prigionieri di guerra o i residenti stranieri sottomessi erano classificati come proprietà dello Stato o dei templi.
L’evidenza storica mostra che gli Ebrei/Israeliti di Goshen nacquero effettivamente come una colonia commerciale e pastorale che godeva di ampi privilegi. Fu il mutamento geopolitico del Nuovo Regno a trasformarli progressivamente in una classe subordinata di lavoratori coatti, un declassamento sociale e giuridico che la memoria collettiva della Israele successiva ha codificato nel racconto della brutale schiavitù d’Egitto. Più che una schiavitù di tipo coloniale sul genere americano, l’Egitto applicava il sistema della corvée statale ossia della precettazione istituzionale (bener), a cui i residenti stranieri non potevano sottrarsi. Ciò resta provato da diversi ritrovamenti.
- Il Papyrus Brooklyn 35.1446 – Risalente alla fine del Medio Regno e conservato al Brooklyn Museum, il documento contiene, fra l’altro, l’elenco di 95 servitori appartenenti a una grande proprietà dell’Alto Egitto; circa la metà di essi è identificata come Aamu, termine con il quale gli Egizi indicavano individui provenienti dalle regioni del Levante. I loro nomi mostrano in numerosi casi una chiara origine semitico-nordoccidentale, cioè appartenente alla stessa grande famiglia linguistica dell’ebraico. Fra questi compare una donna chiamata Šp-ra, nome che presenta una notevole affinità con Sifrà, una delle due levatrici citate in Esodo 1,15. il parallelismo è significativo sul piano linguistico. Il Papiro di Brooklyn costituisce quindi una testimonianza concreta della presenza, già nel Medio Regno, di popolazioni levantine inserite in differenti rapporti di dipendenza e di lavoro all’interno della società egizia. Esso non prova l’Esodo, ma dimostra che lo scenario umano e sociale nel quale la tradizione biblica colloca la permanenza di popolazioni semitiche in Egitto non è affatto estraneo alla documentazione storica.
- Le pitture murali della Tomba di Rekhmire – Risalenti al XV secolo a.C., i dipinti nella tomba del Visir Rekhmire (cfr. B.[320]) a Tebe mostrano operai stranieri con tratti tipicamente semitici (pelle chiara e barbe) intenti a impastare fango e paglia per fabbricare mattoni sotto la supervisione di sorveglianti egizi muniti di bastone. La didascalia recita che il lavoro è imposto per i progetti edilizi del Faraone, richiamando fedelmente le fatiche descritte in Esodo 1.
Nel XIII secolo a.e.v., Ramsete II spostò la capitale proprio nel cuore di Goshen, fondando Pi-Ramesse a ridosso della vecchia Avaris. Un progetto così colossale richiese lo sfruttamento intensivo della forza lavoro locale attraverso la leva obbligatoria. I testi egizi dell’epoca menzionano gli Apiru, termine generalmente interpretato come una designazione sociale riferita a gruppi marginali, sbandati o privi di stabile collocazione e che alcuni studiosi hanno posto in relazione, sul piano linguistico, con gli ‘ibrim della tradizione biblica, impiegati nel trasporto di pietre per i grandi monumenti del Re.
Questo sarà lo scenario finale in cui emergerà la figura di Mosè e per questo le sue premesse dovevano essere qui descritte.
Fine della seconda parte
Nella terza: Mosè, Il leader religioso con un profilo da “Sindacalista”
Bibliografia
[203] “Avaris: Capital of the Hyksos – Recent Excavations at Tell el-Dab’a”, Bietak, Manfred. London, British Museum Press, 1995.
[103] “Contra Apionem”, Giuseppe Flavio, 94-100 e.v.
[401] “Genesis – Anchor Bible Commentary”, E. A. Speiser, Doubleday, 1964
[206] “Il Canone Reale di Torino” (Papiro di Torino), 1279–1213 a.e.v.
[205] “Il Papiro Matematico Rhind”, 1550 a.e.v.
[403] “Israel in Egypt: The Evidence for the Authenticity of the Exodus Tradition“, James K. Hoffmeier, Oxford University Press, 1996
[208] “L’Autobiografia di Ahmose figlio di Abana”, metà del XVI secolo a.e.v.
[209] “La Stele della Tempesta di Ahmose I”, 1550 a.C. (inizi del regno di Ahmose I)
[207] “Le Tavolette Carnarvon e la Stele di Kamose”, 1555–1550 a.e.v.
[404] “Letteratura Midraschica (Bereshit Rabbah 84:8)”, V sec. e.v.
[402] “The Book of Genesis: Chapters 18-50”, Victor P. Hamilton, Wm. B. Eerdmans, 1995
[320] “The Tomb of Rekh-mi-Rēʻ at Thebes”, Davies, N. de Garis (2 Volumi); New York: Metropolitan Museum of Art, 1943
[204] ÖAW (Österreichische Akademie der Wissenschaften), e ÖAI (Österreichisches Archäologisches Institut). 2021. Tell el-Daba (Egypt) documentation archive. ARCHE Repository. oeaw.ac.at.



