Il Cratere di Burckle, il Diluvio Universale e “La Settima Piramide” (1/4)
Nel 2006 il gruppo multidisciplinare Holocene Impact Working Group avanzò un’ipotesi destinata a suscitare grande interesse: alcune particolari dune costiere a forma di “V” (chevron), osservate sulle coste del Madagascar e dell’Australia, potrebbero essere state generate da un gigantesco tsunami prodotto da un impatto cometario nel sud dell’Oceano indiano, nel punto di coordinate 30°51’54” latitudine S e 61°21’54” longitudine Est, dove la profondità reale è di 4.144 metri, un fondale che qui non è una pianura liscia, ma è caratterizzato da enormi fratture, creste vulcaniche e scarpate sottomarine, una linea di frattura tettonica.

Il cratere di Burckle; problemi della cronologia e fisici
Il luogo dell’ipotetico impatto fu identificato in una vasta depressione sottomarina successivamente denominata Cratere di Burckle.
Secondo le ricostruzioni proposte dal gruppo, la struttura sarebbe stata prodotta dall’impatto di un grande corpo celeste avvenuto tra il 3000 e il 2800 a.C., una data sorprendentemente vicina all’epoca in cui compaiono le prime redazioni dei racconti mesopotamici del Diluvio.
Le simulazioni indicano che il responsabile avrebbe potuto essere una grande cometa, o il frammento principale di una cometa frammentata, con un diametro complessivo di alcuni chilometri. L’energia liberata dall’impatto sarebbe stata enorme, sufficiente a scavare sul fondale oceanico una depressione larga circa 29 chilometri e a generare tsunami di proporzioni eccezionali.
Per verificare l’età dell’evento, i ricercatori utilizzarono diversi indicatori indiretti:
- carotaggi dei sedimenti marini nelle vicinanze della struttura;
- datazioni al Carbonio-14 di materiali organici rinvenuti nei depositi costieri del Madagascar;
- analisi geologiche delle dune considerate possibili tracce di megatsunami.
I risultati collocarono l’evento entro gli ultimi 5-6 mila anni, in una finestra temporale compatibile con il 2800 a.C.
Tuttavia esistono importanti problemi fisici.e interpretativi.
- Burckle non è mai stato perforato né campionato direttamente. Mancano quindi le prove definitive normalmente richieste per classificare una struttura come cratere da impatto.
- La posizione geologica della depressione: essa si trova in prossimità della Dorsale Medio Indiana, una regione caratterizzata da intensa attività tettonica. Molti geologi ritengono che la struttura possa essere il risultato di processi geologici naturali piuttosto che di una collisione cosmica.
- Nei carotaggi sono stati inoltre identificati minerali profondi tipici della crosta oceanica e del mantello terrestre, un elemento che gli studiosi scettici considerano compatibile con fenomeni tettonici.
- Lo scudo di oltre 4.000 metri di profondità dell’Oceano Indiano avrebbe smorzato l’energia a tal punto da rendere impossibile la generazione di un’onda capace di mantenere un’altezza di 180 metri fino all’Oman, situato a oltre 5.000 chilometri di distanza.
Un’obiezione ancora più significativa è legata non alla geologia bensì alla cronologia dei testi antichi.
Nell’Epopea di Gilgamesh il Diluvio è già presentato come un evento appartenente a un passato remoto e quasi mitico. Quando Gilgamesh intraprende il suo viaggio alla ricerca di Utnapishtim, il sopravvissuto al Diluvio, quest’ultimo è descritto come una figura appartenente a un’epoca lontanissima, separata dal presente da generazioni e generazioni.
Se Gilgamesh visse realmente intorno al 2700-2600 a.C., un cataclisma avvenuto nel 2800 a.C. sarebbe stato troppo recente per trasformarsi in una leggenda collocata in un passato indistinto. Sarebbe equivalso, per lui, a un avvenimento vissuto dai propri nonni.
Le obiezioni scientifiche e questa discrepanza temporale rendono estremamente difficile identificare il Diluvio sumero con l’ipotetico impatto di Burckle.
L’evento di Burckle potrebbe rappresentare un evento catastrofico reale ma niente a che fare col Diluvio primordiale conservato nella memoria delle grandi Tradizioni antiche.
Nel mio libro La Settima Piramide proposi un’ipotesi differente, basata sui Testi e sulle evidenze scientifiche: secondo la mia ricostruzione, la storia umana dal 10° millennio a.C. avrebbe conosciuto almeno due grandi eventi cosmici:
- un primo impatto in Oceano Atlantico intorno al 9650 a.C., associato alla crisi climatica dello Younger Dryas e alla distruzione di una precedente civiltà atlantica oggi presente solo nel Mito ma in modo errato;
- un secondo impatto, quasi 2 millenni più tardi e di intensità minore, localizzato stavolta nell’Oceano Indiano, o meglio nel Mare Arabico, capace di generare un’immensa inondazione della pianura mesopotamica e di lasciare il ricordo di quello che molte culture avrebbero tramandato come il Diluvio Universale.
Di questa ipotesi parlai anche in due precedenti articoli di questo Blog: il 5 ottobre del 2019, quando pochi giorni prima fu pubblicata una ricerca di un team dell’Evolutionary Studies Institute dell’Università del Witwatersrand a Johannesburg su dei reperti in Sud-Africa; il 24 agosto del 2017 in occasione di una ricerca pubblicata il 7 novembre del 2016 su Göbekli Tepe.
Se la mia ipotesi è corretta il Diluvio non sarebbe dunque il ricordo di un evento avvenuto nel III millennio a.C., bensì la memoria deformata di una catastrofe molto più antica, risalente agli inizi della rivoluzione neolitica.
Nella prossima parte analizzeremo come le tradizioni mesopotamiche, indiane e iraniche descrivano il Diluvio e perché, nonostante le differenze religiose e culturali, sembrino conservare sorprendenti elementi comuni.


