Da una Botany Bay dell’VIII sec. a.e.v. allo sviluppo di un Impero (4/6)
Roma, Parte prima
È cosa ben nota che la Leggenda della Fondazione di Roma fa risalire le origini dei Romani alla stirpe di Enea, l’eroe troiano fuggito dalla città dopo la sua distruzione da parte degli Achei. Tra l’altro, è curioso osservare qui come il prestigio di una discendenza troiana abbia esercitato una lunga attrazione anche molto lontano da Roma: ancora nel XII secolo e.v. Goffredo di Monmouth, nella sua Historia Regum Britanniae, farà discendere i Re di Britannia da Bruto, pronipote di Enea … ma torniamo a Roma.
Secondo il racconto, Enea avrebbe lasciato Troia portando con sé il padre Anchise e il figlio Ascanio guidando un consistente gruppo di profughi distribuito su numerose navi, una fuga già sorprendentemente organizzata per chi aveva appena assistito alla distruzione totale della propria città. Dopo diverse peripezie, paragonabili per struttura narrativa a quelle vissute da Ulisse nell’Odissea, sarebbe infine approdato sulle coste del Lazio.
Questo è il racconto reso immortale dall’Eneide di Virgilio (70-19 a.e.v.), composta nell’età di Augusto, quando Roma usciva da quasi un secolo di lacerazioni politiche e guerre civili, da Mario e Silla fino ai conflitti seguiti all’assassinio di Cesare e allo scontro conclusivo tra Ottaviano e Marco Antonio. La nuova età augustea aveva bisogno di ricostruire un’identità comune e di conferire alle origini di Roma una dimensione degna della potenza ormai raggiunta.
Virgilio però non inventò la tradizione troiana, assai più antica dell’Eneide, ma la trasformò nel grande racconto poetico delle origini e del destino di Roma, legandola anche alla gens Iulia attraverso Ascanio-Iulo.
Non fu tuttavia Virgilio a colmare narrativamente i circa quattro secoli che separavano la tradizionale caduta di Troia, collocata nel 1184 a.e.v., dalla fondazione di Roma. Questo collegamento apparteneva già alla tradizione annalistica e fu sviluppato, tra gli altri, da Tito Livio (59 a.e.v.-17 e.v.) nell’Ab Urbe Condita e da Dionigi di Alicarnasso nelle Antichità romane, che abbiamo già incontrato parlando dei Rasenna.
Tra Enea e Romolo si inserisce così Alba Longa.
Secondo la tradizione, Ascanio fondò la città e da lui ebbe origine una dinastia di Re Albani che giunse fino a Numitore e alla figlia Rea Silvia. La successione consentiva al racconto di collegare senza interruzioni la stirpe troiana alla futura fondazione di Roma.
In molti nomi della dinastia ricorre l’appellativo Silvius, che richiama silva, il bosco, e conserva nel racconto il ricordo di un Lazio ancora profondamente legato ai culti silvestri e pastorali.
Uno di questi sovrani è particolarmente significativo per ciò che abbiamo visto nella parte precedente: Tiberino Silvio. Secondo la leggenda egli sarebbe annegato nel fiume Albula, che da quel momento avrebbe assunto in suo onore il nome di Tiberis. La tradizione offriva così una propria spiegazione mitologica del cambiamento di nome del fiume, alternativa alle diverse ipotesi linguistiche che abbiamo già incontrato.
Rea Silvia e la nascita dei gemelli
Il racconto della Fondazione prende avvio dalla lotta per il potere tra Numitore e suo fratello Amulio.
Amulio usurpa il trono e, per impedire una futura discendenza del fratello, costringe Rea Silvia a diventare Vestale: il voto di castità avrebbe dovuto escludere la nascita di possibili eredi, ma Rea Silvia resta incinta e il padre dei gemelli, secondo la tradizione, è il Dio Marte.
L’unione fra una divinità e un/una mortale appartiene a un modello mitologico diffusissimo nel mondo antico: da essa nasce l’eroe e, nello stesso tempo, la sua natura eccezionale riceve una legittimazione divina.
Già Tito Livio affrontava però la paternità di Marte con evidente prudenza: Rea Silvia attribuisce al Dio la gravidanza, forse perché lo crede realmente, forse perché una paternità divina rende più dignitosa una colpa. Il racconto lascia dunque aperta, già nell’antichità, la possibilità che dietro il mito esistesse una vicenda interamente umana.
Che si trattasse di un rapporto consensuale, di una violenza o semplicemente di una storia della quale non sapremo mai nulla, il risultato politico del racconto rimane lo stesso: i futuri fondatori di Roma non sono figli di un uomo qualunque, ma del Dio della guerra e di una donna appartenente alla stirpe reale che discende da Enea.
Roma acquista così contemporaneamente un’ascendenza regale, una troiana e una divina.
Amulio, scoperta la nascita dei gemelli, ordina che siano uccisi e fa imprigionare Rea Silvia, ma i bambini non muoiono: abbandonati in una cesta sul Tevere — altro motivo ricorrente nelle narrazioni mitiche dell’antichità — sopravvivono e, raggiunta l’età adulta, scoprono le proprie origini, uccidono l’usurpatore e restituiscono il trono al nonno Numitore.
Anche sulla sorte di Rea Silvia le tradizioni divergono. Secondo alcune versioni morì in prigione; secondo altre fu gettata nell’Aniene o nel Tevere e salvata dalle divinità dei relativi fiumi, che la resero immortale. La Storia, ancora una volta, scompare dietro molteplici versioni della Leggenda.
Una leggenda più antica di Virgilio e Livio
La vicenda di Rea Silvia e dei gemelli non nacque nell’età augustea.
Quinto Ennio (239-169 a.e.v.), nei suoi Annales, conosceva già la madre dei gemelli, chiamandola Ilia, nome che sottolineava il collegamento con Ilio, cioè Troia.
Fabio Pittore, attivo nel III secolo a.e.v. e considerato il primo annalista romano, aveva già fissato per iscritto elementi fondamentali del racconto della Fondazione; nello stesso secolo Gneo Nevio, nel suo Bellum Punicum, inseriva Enea e il passato troiano nel racconto nazionale romano molto prima di Virgilio. La connessione mitica fra Troiani e origini romane era quindi già presente nella prima letteratura latina.
Virgilio e Livio non crearono dunque dal nulla il mito delle origini: ricevettero una tradizione già antica, stratificata e probabilmente composta da racconti inizialmente diversi, che nel corso dei secoli furono collegati fra loro fino a formare una genealogia coerente ed è proprio questa stratificazione a renderla interessante.
Rea Silvia: il nome e il bosco
Anche il nome di Rea Silvia ha suscitato numerose interpretazioni.
Il significato di Rea non è certo e sarebbe imprudente ricavarne direttamente una condizione giuridica o religiosa partendo dal latino rea/reus. È stata proposta anche un’associazione con la Rhea della mitologia greca, madre degli dèi olimpici, ma pure questa appartiene al campo delle interpretazioni, non delle etimologie dimostrate.
Più trasparente è invece Silvia, collegato a silva, il bosco, e soprattutto alla dinastia albana dei Silvii. Secondo una delle genealogie tradizionali, Silvio, figlio di Enea e Lavinia, sarebbe nato nei boschi e avrebbe poi ereditato il potere dopo Ascanio; altre versioni lo consideravano invece figlio dello stesso Ascanio.
Il nome conserva così, almeno sul piano simbolico, il profondo legame della più antica tradizione laziale con un paesaggio ancora dominato da boschi, pascoli e luoghi sacri naturali. Proprio un animale selvaggio occupa il centro dell’episodio successivo.
La “Lupa” e Acca Larentia
La tradizione più celebre racconta che Romolo e Remo, abbandonati presso il Tevere, furono allattati da una lupa e successivamente raccolti dal pastore Faustolo e allevati da sua moglie Acca Larentia; ma anche qui, sotto una storia apparentemente semplice, esistono strati diversi.
Acca Larentia apparteneva alla religione romana arcaica ed era celebrata nei Larentalia. Tradizioni differenti ne fecero la madre dei Fratelli Arvali, la compagna o moglie di Faustolo, oppure una cortigiana. Già gli autori antichi tentarono di conciliare queste versioni con il racconto della lupa osservando che lupa poteva indicare anche una prostituta. È quindi possibile che la nutrice animale e Acca Larentia appartengano originariamente a tradizioni differenti, riunite successivamente nel grande racconto della Fondazione. Stabilire quale versione precedesse l’altra, tuttavia, significa entrare in un terreno nel quale la documentazione non consente certezze.
Resta però un fatto culturalmente significativo: la lupa ha resistito a tutte le razionalizzazioni.
La donna, la prostituta, la divinità ctonia, la madre degli Arvali e la nutrice dei gemelli si sono sovrapposte nel corso dei secoli; ma nell’immaginario romano e poi occidentale la figura che è sopravvissuta è quella dell’animale selvaggio che offre il proprio latte ai due bambini e ancora oggi la Lupa Capitolina è uno dei simboli universalmente riconoscibili di Roma.
Dietro la Leggenda
Abbiamo attraversato Enea, la dinastia di Alba Longa, Marte, Rea Silvia, i gemelli e la Lupa. Secoli di tradizione hanno costruito intorno alle origini di Roma un racconto capace di collegare la città a Troia, agli Dèi, alla regalità albana e infine al Fato che avrebbe guidato la sua futura grandezza. Proviamo ora a togliere, per un momento, questa grandiosa scenografia. Che cosa rimane?
Rimangono quei nuclei pastorali e seminomadi, di diversa provenienza, che abbiamo già incontrato sui colli intorno a un fiume chiamato, secondo epoche, tradizioni e popoli diversi, Albula, Rumon, Thybris o Tiberis. Per qualche ragione quei seminomadi si trovavano lì?!
L’archeologia ci mostra insediamenti precedenti alla città e, intorno alla metà dell’VIII secolo a.e.v., una loro profonda trasformazione. Ci mostra la progressiva delimitazione degli spazi, la comparsa di strutture comuni e l’emergere di un’organizzazione politica e religiosa sempre più complessa, ma soprattutto possiamo osservare dove tutto questo stava accadendo.
Sintesi
A sud del Tevere esisteva il mondo latino gravitante intorno ai Colli Albani. Alba Longa appartiene in parte alla tradizione e la sua stessa localizzazione rimane discussa, ma le fonti ricordano una lega religiosa dei populi Albenses, tradizionalmente trenta comunità, riunite nel culto comune di Iuppiter Latiaris sul Monte Cavo. Il territorio albano rappresentava dunque uno dei principali poli religiosi e politici del Latium vetus.
A nord del fiume si estendeva invece il mondo etrusco, allora in piena espansione economica e culturale e strettamente collegato, attraverso i commerci, alle grandi reti del Mediterraneo.
Fra i due mondi scorreva il Tevere.
E sui colli prossimi al fiume, per qualche ragione, quei piccoli nuclei stavano cessando di essere soltanto villaggi.
La Leggenda ci dice che tutto cominciò con due gemelli.
L’Archeologia racconta una storia più complessa ed è precisamente quella complessità che ora dobbiamo seguire.
Fine della quarta parte
Nella prossima: Roma, Parte seconda



Trackbacks