Da una Botany Bay dell’VIII sec. a.e.v. allo sviluppo di un Impero (5/6)
Roma, Parte seconda
Oggi la ricerca storica e archeologica ci restituisce un quadro della nascita di Roma che conserva intatta la propria suggestione anche senza chiedere alla Leggenda di trasformarsi in cronaca.
La storiografia moderna non cerca semplicemente la verità nel mito, ma cerca di comprendere la realtà storica anche attraverso il mito. Capire come e perché i Romani costruirono il proprio racconto delle origini serve a comprendere la loro memoria e la loro identità; lo scavo archeologico, la linguistica e lo studio delle istituzioni cercano invece di ricostruirne, per quanto possibile, la realtà materiale.
Il ricorrere nelle tradizioni romane di elementi troiani, greci e più genericamente orientali non dimostra che Enea sia realmente approdato nel Lazio; mostra però quanto profondi fossero i rapporti culturali del Lazio arcaico con il Mediterraneo e quanto importante divenisse, nella costruzione della memoria romana, collegare le proprie origini a quel mondo. Il mito deforma, combina e interpreta: proprio per questo può conservare tracce del contesto nel quale nacque.
Il dualismo dei gemelli
Anche il mito di Romolo e Remo può essere letto come il riflesso simbolico di una realtà plurale. Roma non nacque da una popolazione omogenea: Latini, Sabini e, successivamente, Etruschi parteciparono in forme diverse alla formazione della città.
Sarebbe però eccessivo identificare direttamente Romolo con il Palatino latino e Remo con una comunità sabina del Quirinale. Il racconto dei due gemelli può piuttosto esprimere, sul piano mitico, il problema dell’unificazione di comunità differenti e della necessità di una leadership unica.
La morte di Remo appartiene inoltre a un tema molto più ampio: il sangue versato nel momento in cui nasce un nuovo ordine. Il confronto con altri racconti di fondazione o di sacrificio, fra archetipi narrativi arcaici di tradizioni indipendenti, dal mondo mediterraneo a quello biblico, è suggestivo.
Nel caso romano il messaggio è comunque terribile e chiarissimo: una volta tracciato il confine sacro della città, violarlo significa mettere in discussione l’ordine appena costituito; perciò, Remo muore, Romolo resta l’autorità fondativa.
Il ratto delle Sabine
La stessa cautela vale per il celebre ratto delle Sabine.
La Tradizione racconta che la nuova comunità romana fosse ricca di uomini ma priva di donne e che i popoli vicini rifiutassero i connubia, cioè matrimoni riconosciuti fra le rispettive comunità. Il rapimento avrebbe risolto con la violenza ciò che non era stato ottenuto mediante accordi.
Non possiamo trasformare questo episodio nella cronaca di un rapimento collettivo realmente avvenuto. Esso conserva però due dati significativi: la memoria romana spiegava l’integrazione fra gruppi differenti attraverso il problema dei matrimoni intercomunitari e faceva delle donne sabine il tramite attraverso il quale due comunità nemiche diventavano infine una sola e, in secondo luogo, che quella era una necessità vitale per la comunità dei colli tiberini.
Il racconto, quindi, potrebbe conservare il ricordo di processi essenziali di fusione fra gruppi latini e sabini, espressi dalla Leggenda nella forma drammatica del rapimento, della guerra e della successiva riconciliazione.
I Re etruschi
Con i Re etruschi il terreno diventa più solido, anche se la Tradizione continua a mescolarsi alla Storia.
La serie dei 7 Re di Roma è una costruzione tarda e non possiamo considerare sicure né la successione né le durate attribuite a ciascun regno. Sette perché nella cultura romana e mediterranea antica il 7 era il numero della compiutezza e della perfezione, 7 perché la durata media derivante per ciascun Re era considerata compatibile con l’arco di tempo da coprire. In tutto ciò, la presenza di un’importante componente etrusca nella Roma del VI secolo a.e.v. è difficilmente contestabile.
Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo rappresentano, nella tradizione, la fase durante la quale Roma entrò pienamente nell’orizzonte urbano dell’Italia centrale.
È in questo periodo che la città si monumentalizza, che l’area del Foro è sistemata e drenata, che sorgono grandi edifici religiosi e che Roma assume caratteristiche proprie delle maggiori città etrusche e latine.
Non sappiamo se ciò debba essere descritto come una conquista etrusca, come l’affermazione di dinastie aristocratiche provenienti dall’Etruria o come il risultato di lotte fra gruppi di potere in una città già profondamente multietnica. Sappiamo però che l’influenza politica e culturale etrusca fu determinante.
La stessa figura di Servio Tullio lo mostra in modo straordinario. La tradizione romana ne faceva un personaggio legato alla casa di Tarquinio Prisco; una tradizione etrusca, conosciuta anche dall’imperatore Claudio, lo identificava invece con Mastarna, compagno di Celio Vibenna. Gli affreschi della Tomba François di Vulci mostrano personaggi appartenenti a questo ciclo di lotte, compreso un Cneve Tarchunies Rumach (Gneo Tarquinio di Roma).
Non possediamo dunque la cronaca di una conquista militare di Roma da parte di Mastarna. Possediamo qualcosa di forse più interessante: la memoria, romana ed etrusca, di un VI secolo segnato da conflitti fra aristocrazie e condottieri che attraversavano confini assai meno rigidi di quelli che la storiografia successiva avrebbe immaginato.
Anche la fine della monarchia nel 509 a.e.v. appartiene a questo terreno incerto. La Tradizione la trasformò nella cacciata del tiranno Tarquinio il Superbo e nella nascita della Repubblica. È probabile che dietro il racconto vi sia una crisi politica molto più complessa, nella quale ebbero parte anche gli equilibri fra Roma e le potenze etrusche. La vicenda di Porsenna, immediatamente successiva alla proclamazione della Repubblica, dimostra, quanto meno, che quei rapporti non si interruppero improvvisamente.
In tutto ciò, resta una domanda: perché Latini, Sabini ed Etruschi avrebbero dovuto interessarsi tanto a insediamenti sorti accanto a un fiume soggetto a inondazioni, circondato nelle zone basse da terreni paludosi e certamente meno salubre dei colli circostanti? Perché proprio lì?
La risposta potrebbe trovarsi nella geografia economica.
Il luogo nel quale sorse Roma era uno dei punti strategici più importanti del basso Tevere. Presso l’Isola Tiberina l’attraversamento del fiume era relativamente agevole; lì convergevano itinerari che collegavano l’Etruria al Lazio e alla Campania e il litorale tirrenico all’interno sabino. Lungo quelle vie viaggiava una merce indispensabile: il sale.
L’oro bianco e il passaggio del Tevere
Alla foce del Tevere esistevano saline sfruttate fin dall’antichità. Il sale era essenziale per la conservazione degli alimenti, per l’allevamento e per numerose attività quotidiane; il suo trasporto verso l’interno dell’Appennino contribuì a dare il nome alla Via Salaria.
Il valore del sito romano, all’incontro fra il fiume, il guado e le vie commerciali, risultava quindi strategico.
Il Foro Boario, presso il Tevere, divenne molto presto un’area di scambio; il Palatino e il Campidoglio dominavano dall’alto il passaggio. In seguito, il Ponte Sublicio, il più antico ponte romano ricordato dalla tradizione, rese stabile il collegamento fra le due rive.
Non abbiamo elementi per attribuire con sicurezza la costruzione del Ponte Sublicio agli Etruschi, né per immaginare un vero «casello autostradale» dell’antichità, ma l’immagine rende intuitivo un dato fondamentale: chi controllava quel passaggio occupava una posizione privilegiata nei traffici fra Nord e Sud e fra costa e interno.
A questo punto il luogo apparentemente inospitale cambia completamente aspetto; la palude non era il motivo per stabilirsi lì, ma era il prezzo da pagare per controllare il passaggio.
Una «Botany Bay» dell’VIII secolo a.e.v.?
Ed eccoci finalmente a quel «per qualche ragione» che ci accompagna da alcune pagine.
La tradizione romana conserva un particolare sorprendente: secondo Livio e Plutarco, Romolo avrebbe aperto un asylum, un luogo di rifugio nel quale potevano trovare accoglienza persone provenienti dalle comunità circostanti. Plutarco parla esplicitamente di fuggiaschi e ricorda schiavi, debitori e uomini ricercati; la città, secondo il racconto, cresce accogliendo individui che altrove non avrebbero facilmente trovato posto. È una tradizione tarda e non dimostra che Roma sia nata come colonia penale, ma è difficile non accorgersi di quanto bene il concetto di rifugio per uomini emarginati si inserisca nel quadro che abbiamo ricostruito.
Abbiamo un luogo economicamente prezioso ma materialmente difficile; un passaggio necessario fra mondi diversi; piccoli insediamenti di popolazione eterogenea; una tradizione che insiste sulla scarsità di donne e sui connubia negati; un’altra che ricorda l’accoglienza di fuggiaschi e reietti; e questa è l’idea che ha mosso questo lavoro, non una Botany Bay in senso letterale, nessuna potenza dell’VIII secolo a.e.v. deportò nel Lazio migliaia di condannati come la Gran Bretagna avrebbe fatto in Australia più di duemila anni dopo, ma forse qualcosa di socialmente analogo: una periferia di frontiera nella quale potevano confluire fuoriusciti, individui senza terra, debitori, fuggiaschi, avventurieri, pastori e uomini che per ragioni diverse avevano lasciato — o erano stati costretti a lasciare — le comunità d’origine.
Non sappiamo se provenissero prevalentemente da Albalonga; non sappiamo se fossero davvero quasi tutti uomini; non sappiamo se l’Asylum conservi il ricordo di un’istituzione delle origini oppure sia una spiegazione costruita in seguito. Possiamo però formulare una domanda storicamente legittima: che cosa accade quando una popolazione marginale si stabilisce proprio nel luogo che altri, più potenti e organizzati, hanno interesse a mantenere aperto e funzionante?
Forse gli Etruschi non crearono Roma e certamente non possiamo dire che utilizzassero quei primi abitanti come guardiani del ponte. Ma il loro interesse per il collegamento con il Lazio e la Campania rendeva prezioso il controllo dell’area tiberina; nello stesso tempo, la posizione offriva possibilità economiche a chi vi abitava.
Un insediamento marginale poteva così diventare un emporio.
L’emporio poteva diventare città e la città, assorbendo continuamente uomini, tecniche, culti e istituzioni dalle popolazioni circostanti, poteva sviluppare proprio nella propria origine composita una capacità straordinaria di integrazione.
Questa è la nostra «Botany Bay»: non una risposta dimostrata, ma un modello interpretativo capace di collegare alcuni indizi che la Leggenda, l’Archeologia e la Geografia ci hanno lasciato.
Fine della quinta parte
Nella prossima: Riepilogo e conclusioni


