Da una Botany Bay dell’VIII sec. a.e.v. allo sviluppo di un Impero (3/6)
Un Fiume tra molti Popoli
È ragionevole supporre che il nome del Tevere abbia un’origine pre-latina, legata al complesso mondo etrusco e italico che occupava le sue sponde.
Nel De lingua Latina, Marco Terenzio Varrone (116-27 a.e.v.), massimo studioso romano della lingua e delle tradizioni del suo popolo, ricorda che alcuni Antichi facevano derivare il nome del fiume da Thebris, re di Veio, la potente città etrusca situata poco a nord. Anche Virgilio, nell’Eneide, utilizza l’antica forma Thybris.
Un altro nome tramandato dalle fonti è Rumon (o Rumen), di probabile origine pre-latina e tradizionalmente collegato all’idea dello “scorrere”. È stata anche proposta una relazione tra questo antico idronimo e il nome stesso di Roma, quasi fosse in origine semplicemente «la città sul fiume»; si tratta tuttavia di un’ipotesi etimologica, non di un’acquisizione certa.
Altre fonti antiche ricordano invece Albula, nome propriamente latino, tradizionalmente collegato ad albus, «bianco, chiaro». Potrebbe essere stato il nome usato dalle popolazioni del Latium vetus stanziate a sud del fiume e presenta una possibile parentela con il nome di Albalonga.
Anche l’origine di Tiberis rimane discussa. La radice appare comunque pre-latina e potrebbe appartenere all’ambiente etrusco o italico, forse umbro-sabino. Nomi come Tibur, l’antica Tivoli, Tifernum e Tifernus testimoniano la presenza nell’Italia centrale di forme foneticamente affini, senza che ciò consenta di ricostruire con certezza un’unica origine.
Le stesse iscrizioni dell’Etruria meridionale mostrano quanto intenso fosse lo scambio linguistico fra le popolazioni che vivevano lungo il corso del fiume. Le celebri lamine auree di Pyrgi, antico porto di Cerveteri, ci hanno tramandato per esempio il nome di Thefarie Velianas, sovrano o magistrato di Caere all’inizio del V secolo a.e.v. Anche forme onomastiche affini testimoniano un ambiente nel quale elementi etruschi, latini e italici entrarono continuamente in contatto.
L’etimologia, dunque, non ci consegna una risposta definitiva, ma forse proprio questa incertezza racconta qualcosa di più interessante: il Tevere apparteneva a molti mondi senza appartenere interamente a nessuno di essi. Nel tratto meridionale separava gli Etruschi dai Latini; più a nord, sulla stessa sponda orientale, il mondo etrusco incontrava quello sabino. Era un confine, ma nello stesso tempo una via di comunicazione e di commercio ed è proprio attorno a questo fiume, d’importanza strategica soprattutto per gli Etruschi, e sui colli che lo circondavano a oriente, che per qualche ragione piccoli gruppi di pastori iniziarono a stabilirsi.
I loro villaggi, distribuiti soprattutto sul Palatino e sull’Esquilino, crebbero e progressivamente entrarono in relazione fra loro. L’Archeologia dimostra che il Palatino era abitato almeno dal X secolo a.e.v.; verso la metà dell’VIII, tuttavia, qualcosa cambiò. Quegli insediamenti cominciarono ad assumere i caratteri di una comunità organizzata.
Il Muro di “Romolo”
Gli scavi condotti nell’area del Palatino hanno riportato alla luce resti di fortificazioni in terra e tufo databili, sulla base della stratigrafia e dei materiali ceramici associati, alla metà dell’VIII secolo a.e.v., approssimativamente tra il 750 e il 730.
Andrea Carandini, che dagli anni Ottanta ha diretto importanti campagne di scavo nell’area compresa fra il Palatino e il Foro Romano, ha interpretato questi resti come parte di una prima delimitazione della città, collegandoli al pomerium della tradizione e, quindi, al celebre solco attribuito a Romolo.
L’interpretazione è stata discussa e non tutti gli archeologi concordano nel riconoscere in quelle strutture la prova materiale della fondazione romulea. Resta però un dato difficilmente trascurabile: proprio intorno alla metà dell’VIII secolo a.e.v., cioè nel periodo indicato dalla Tradizione, l’organizzazione degli insediamenti del Palatino subì una trasformazione profonda.
La data tradizionale del 21 aprile 753 a.e.v., fissata da Varrone molti secoli più tardi, non può quindi essere considerata una data archeologicamente dimostrata; sorprende tuttavia la sua vicinanza cronologica con i cambiamenti che gli scavi collocano nello stesso periodo.
Le capanne dell’Età del Ferro
Sulla cima del Palatino, nella zona del Cermalus (la cima minore, che scendeva verso la valle del Velabro e il Foro Boario), sono stati individuati i fori di alloggiamento dei pali appartenenti ad antichissime capanne, costruite con pareti di fango e canne e tetti di paglia. Il colle era dunque abitato ben prima della data tradizionale della fondazione di Roma.
Una di quelle abitazioni fu identificata già nell’antichità con la cosiddetta «Capanna di Romolo», conservata e restaurata dai Romani per secoli come una reliquia delle proprie origini. L’interesse archeologico delle capanne, tuttavia, va oltre la leggenda: documentano l’esistenza di piccoli insediamenti precedenti alla città e consentono di seguire il passaggio dal villaggio alla comunità organizzata che si manifesta con particolare evidenza nel corso dell’VIII secolo a.e.v.
La Régia e il potere del rex
Nel Foro Romano gli scavi hanno individuato anche le fasi più antiche della Régia — «Casa del Re», non «Règgia», che ne costituisce l’evoluzione linguistica —, l’edificio che la tradizione collegava a Numa Pompilio e che successivamente sarebbe rimasto uno dei centri religiosi della città.
Le strutture più antiche testimoniano la progressiva comparsa, fra VIII e VII secolo a.e.v., di edifici pubblici e religiosi diversi dalle normali abitazioni private. È il segno di una società che stava acquistando un’organizzazione politica e sacrale più complessa.
Possiamo leggervi la formazione di un’autorità centrale e della figura del rex; più difficile sarebbe trasformare questo dato nella prova che un singolo capo abbia fondato Roma in un preciso momento. Anche qui l’Archeologia incontra la tradizione senza necessariamente coincidere con essa.
Il Lupercale e la grotta della Lupa
Nel 2007, durante alcuni sondaggi sotto il complesso palatino di Augusto, fu individuata una cavità monumentale decorata con mosaici e conchiglie.
La scoperta suscitò immediatamente grande interesse perché la posizione sembrava compatibile con quella attribuita dalle fonti al Lupercale, la grotta sacra nella quale, secondo la leggenda, la lupa avrebbe allattato Romolo e Remo.
L’identificazione fu proposta con convinzione da alcuni archeologi, fra i quali Carandini, ma non è unanimemente accettata: altri studiosi ritengono che la cavità possa appartenere alle strutture monumentali di epoca imperiale e avere avuto una funzione diversa. Non possiamo quindi affermare che l’Archeologia abbia ritrovato la grotta della Lupa. Possiamo però constatare qualcosa di altrettanto interessante: in quell’area del Palatino la memoria religiosa e politica di Roma concentrò per secoli alcuni dei luoghi e dei simboli più importanti del racconto delle proprie origini.
Sintesi
Sul Palatino esistevano villaggi prima di Roma. Intorno alla metà dell’VIII secolo a.e.v. quegli insediamenti cambiarono natura; comparvero delimitazioni, spazi comuni, edifici pubblici e forme più complesse di organizzazione politica e religiosa.
Contemporaneamente, intorno a quegli stessi luoghi, la tradizione costruì il racconto di una fondazione, di un re, di un confine sacro, di due fratelli e di una lupa.
Se non possiamo avere certezza di quanto appartiene alla Storia e quanto alla Leggenda, ciò che sappiamo è tuttavia sufficiente per constatare che, proprio sulle rive di quel fiume dai molti nomi, Storia e Leggenda cominciano sorprendentemente ad avvicinarsi.
Fine della terza parte
Nella prossima: Roma, Parte prima


