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Sulle “Pietre dell’Incavallicata”, ovvero i “Giganti di Campana”

giugno 19, 2026

Essendo un tentativo di ricostruzione antropologica, “La Settima Piramide” ha molto a che fare con gli Antichi: da quelli genericamente antidiluviani fino alle civiltà delle Piramidi e del mondo greco, senza trascurare le interazioni culturali tra il Mediterraneo e ciò che oggi definiamo Vicino e Lontano Oriente. In ogni fase dell’analisi, la mia bussola è stata un principio che la ricerca scientifica tende ormai sempre più a confermare: gli Antichi non erano dei bruti privi di introspezione o di capacità di osservazione. Al contrario, possedevano spesso una conoscenza profonda dell’ambiente naturale, dei cicli astronomici e delle dinamiche che regolano il rapporto tra Uomo e Cosmo. Da questa prospettiva, la Rivoluzione Neolitica, la metallurgia, l’urbanizzazione e la progressiva complessità delle strutture sociali non rappresentano necessariamente un progresso lineare dello spirito umano. Possono essere lette anche come un progressivo allontanamento da quell’equilibrio originario che caratterizzava molte culture arcaiche.

Ogni tentativo di recuperare tale prospettiva è quindi legittimo e persino auspicabile. Tuttavia, quando la ricerca storica lascia il posto alla ricerca dello stupore, il rischio è quello di sconfinare nell’eccesso: vedere tecnologie impossibili dove non esistono evidenze, trasformare Atlantide in qualunque regione abbia bisogno di un mito fondativo, spostare l’Antartide in fascia tropicale per adattarla a una teoria, collocare il Diluvio universale in epoche incompatibili con le evidenze disponibili, trasferire le Colonne d’Ercole dove risultano più funzionali a una narrazione, oppure attribuire agli extraterrestri opere che potrebbero essere state realizzate dall’ingegno umano.

Paradossalmente, questa tendenza finisce per produrre l’effetto opposto rispetto a quello dichiarato: invece di valorizzare l’uomo antico, ne riduce le capacità e la statura culturale e insieme umilia anche noi stessi, trasformando la storia in una forma di intrattenimento spettacolare.

Questa premessa era necessaria per comprendere quel che segue.Senza alcuna intenzione ipercritica, esiste una differenza sostanziale tra la tutela di un geosito e la costruzione di una narrazione sensazionalistica attorno alle cosiddette “Pietre dell’Incavallicata”, o “Giganti di Campana” nella Sila.

Il contrasto tra l’evidenza geomorfologica e il mito mediatico costruito negli ultimi anni offre uno spunto interessante per riflettere su come il marketing territoriale possa talvolta superare il rigore metodologico.

I principali elementi di criticità sono i seguenti.

• Natura delle rocce. I blocchi sono costituiti da arenarie modellate dall’erosione, un contesto geologico nel quale forme insolite e suggestive sono tutt’altro che rare. Le interpretazioni antropomorfe o zoomorfe possono essere favorite dal fenomeno della pareidolia, cioè dalla naturale tendenza della mente umana a riconoscere forme familiari in configurazioni casuali.

• Anacronismi archeologici. Le interpretazioni proposte oscillano tra cronologie incompatibili tra loro: popolazioni neolitiche, Pelasgi, eserciti di Pirro, soldati cartaginesi di Annibale e persino comunità paleolitiche. La varietà stessa delle attribuzioni evidenzia l’assenza di un consenso fondato su prove archeologiche condivise.

• Il cortocircuito del Cecita. Il ritrovamento di resti di Palaeoloxodon antiquus nel Lago Cecita costituisce un dato paleontologico reale e importante. Tuttavia il passaggio dalla presenza documentata dell’animale alla conclusione che la figura di Campana rappresenti necessariamente una scultura intenzionale dello stesso animale non è dimostrato dai dati oggi disponibili.

• Costruzione mediatica. Definizioni come “Stonehenge calabrese” o formule analoghe risultano efficaci dal punto di vista promozionale, ma rischiano di oscurare il reale valore storico, paesaggistico e geologico del territorio, che non necessita di paragoni forzati per risultare interessante, laddove giganti esistono davvero in Calabria e nella zona silana e sono alberi maestosi siti nel nel “Parco Nazionale della Sila” sull’Appennino calabrese.

Le rocce di Campana, qualora si volesse attribuire loro un’origine antropica, apparterrebbero comunque alla categoria delle raffigurazioni o delle sculture rupestri, non a quella dei monumenti megalitici propriamente detti. Dolmen, Menhir, Cromlech e allineamenti megalitici sono infatti strutture costituite da grandi blocchi intenzionalmente trasportati, eretti e organizzati nello spazio dall’uomo. Stonehenge rappresenta una delle massime espressioni di questa tradizione monumentale. Il parallelismo tra i due siti risulta pertanto improprio già sul piano tipologico, prima ancora che su quello cronologico o culturale.

Resta poi la questione delle proporzioni, un argomento raramente discusso: da una parte abbiamo una figura interpretata come un elefante sostanzialmente compatibile con le dimensioni dell’animale rappresentato, mentre dall’altra una figura più o meno antropomorfa che, secondo alcune ricostruzioni, dovrebbe aver raggiunto dimensioni colossali (> 8m).

L’asimmetria non costituisce una prova contro l’origine artificiale del complesso, ma rappresenta certamente un elemento problematico per chi sostiene l’esistenza di un unico programma monumentale. Se infatti le due figure fossero parte di un medesimo progetto, sarebbe ragionevole attendersi una maggiore coerenza nelle proporzioni e nelle finalità rappresentative. L’incoerenza dimensionale non invalida automaticamente alcuna ipotesi, ma rende più difficile sostenere l’esistenza di una concezione artistica unitaria.

Anche l’ipotesi che collega il sito alle campagne di Pirro o Annibale incontra evidenti difficoltà. Risulta infatti poco plausibile immaginare la realizzazione di monumenti colossali in arenaria friabile nel contesto logistico di operazioni militari caratterizzate da esigenze ben diverse.

Rimane inoltre il problema fondamentale della cronologia.

Il Carbonio-14 non può essere applicato direttamente alla roccia in assenza di materiale organico associato. Altre tecniche potenzialmente utilizzabili non risultano essere state applicate e pubblicate in modo sistematico in sedi scientifiche riconosciute. Il risultato è che il sito rimane sostanzialmente privo di una datazione condivisa.

In definitiva, il problema non consiste nell’esistenza di ipotesi differenti, ma nella tendenza a trasformare alcune di esse in certezze.

Le Pietre dell’Incavallicata rappresentano un luogo affascinante, ma in realtà non abbiamo bisogno di inventare “Stonehenge calabresi”, come non abbiamo bisogno di inventare “Svizzere abruzzesi”. La penisola italiana possiede già una straordinaria varietà di paesaggi, tradizioni e testimonianze storiche che non necessitano di paragoni forzati per risultare interessanti: dalla leggenda del vino “Est! Est!! Est!!!” di Montefiascone, che ancora oggi conserva la memoria del viaggio del Vescovo tedesco Johannes Defuk e del servo Martino, fino agli eremi rupestri della Valle dell’Orta alla Maiella, esistono innumerevoli esempi di identità culturali nate e sviluppatesi sul territorio senza bisogno di fare eco a miti celebri.

Dall’inizio dell’Olocene la penisola italiana è stata un crocevia di popoli, commerci e influenze culturali provenienti da tutto il Mediterraneo e oltre, fino a contribuire alla formazione di una delle più originali sintesi culturali della storia: Roma e il suo Impero.

La tutela del patrimonio passa anzitutto attraverso il rispetto dei fatti. Le ipotesi sono il motore della ricerca; il sensazionalismo raramente lo è

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