Storia e Memorie ‘storiche’
La Storia sembra aver perso ogni rilevanza nella società contemporanea, quasi che il suo studio e la sua approfondita conoscenza fossero una pura perdita di tempo. La percezione comunemente diffusa della Storia è che essa consista di un rapido sommario di fatti ufficiali, su un periodo di 3.000-4.000 anni. Ciò, su scala reale, è semplicemente ridicolo. Gli stessi Egiziani, che pure vantano una Storia tra le più importanti ed antiche del mondo, nonché tra le più particolari, si aggirano tra i loro ruderi come fantasmi di un passato che non pesa più sulle sorti del mondo; eppure, l‘Egitto ha pesato moltissimo su tali sorti. In ogni modo, la Storia non comincia neanche dal più antico dei loro Faraoni. La Storia, quella vera, comincia con l’Universo, a meno che qualcuno possa dimostrare che l’Uomo e l’Universo non facciano parte della stessa Storia. Questo punto di vista che nel remotissimo passato era piuttosto comune, spontaneo, nativo, in seguito è stato occultato, perfino negato, e riprende vita appena oggi, grazie al crescere del ruolo di Astrofisici, Geologi, Archeologi, Antropologi, e grazie al frequente confronto che chiunque può fare tra le loro scoperte.
Accingendomi ad affrontare un discorso che sostanzialmente riguarda la Storia, devo rispettare questo antico punto di vista, anche se si tratta di un lasso di tempo che non oltrepassa i 25.000 anni, in ossequio a ciò che a me sembra una verità da non trascurare mai ed agli Antichi che ne erano consapevoli. Come si presentala Storia se teniamo conto dei contributi della superspecializzata Scienza moderna?
Fino a pochi decenni fa, l’Universo, su larga scala, era considerato dagli studiosi del tutto privo di mutamenti e le stime circa l’anzianità e le regole evolutive dell’Universo in grande e delle Stelle erano ad un livello veramente primitivo e in contrasto con i dati sull’Evoluzione terrestre. Oggi, il panorama è consistentemente variato: circa l’Universo prevale l’opinione che esso stia evolvendo secondo un modello denominato “Big Bang” (letteralmente “grande scoppio”, fisicamente del tutto improprio), detto anche “Modello cosmologico standard”. Secondo tale modello e le più recenti stime, l’Universo sarebbe in espansione da “almeno” 15-20 miliardi d’anni. Non tutti però sono d’accordo sull’interpretazione dei dati sperimentali invocati a sostegno di tale teoria. Quindi, salvo il fatto che l’Universo deve essere necessariamente più vecchio del Sistema solare e della Terra, la sua “fisiologia” e più ancora le sue origini sembrano destinati a costituire un enigma per molto tempo ancora.
Per ciò che riguarda il Sistema solare, è ancora valido il modello classico della sua formazione a partire da una “Nebulosa primordiale”. Tale formazione, in base alle più recenti stime, risalirebbe a circa 5 miliardi d’anni fa. All’interno del Sistema solare, c’è la Terra, dove la vita, nella sua primordiale manifestazione cellulare, sembra esistere da almeno 4 miliardi d’anni.
Come si vede, dopo gli approfondimenti e le scoperte degli ultimi decenni, Universo, Sistema solare, Terra e vita organica cominciano a formare un quadro evolutivo complessivamente coerente. Di fronte a questi numeri enormi l’evoluzione dell’Uomo pesa pochissimo: pare, infatti, che l’Homo Sapiens Sapiens, cioè, ma senza prendere troppo alla lettera gli attributi, l’uomo moderno, sia apparso sulla scena solo 40-35.000 anni fa e che solo intorno a 10.000 anni fa il suo cammino “industrioso” abbia subito determinanti mutazioni.
Certamente le date dell’Evoluzione saranno meglio precisate in futuro, con l’aumentare delle informazioni sulle varie epoche, così da chiarire meglio i grossi tratti dell’Evoluzione stessa; tuttavia, per quanto riguarda il Sistema solare, la Terra e la Specie umana, le convergenze interdisciplinari non lasciano intravedere variazioni consistenti.
In conclusione, a parte Origine e Fisiologia del Cosmo, tutto sembrerebbe chiaro e, nonostante le evidenze contrarie, esiste un diffuso convincimento che niente impedirà a Scienza e Tecnica moderne di assegnare prima o poi una “data di nascita” all’Universo o fotografare il più piccolo dei suoi ipotetici “mattoni”. Qualcosa di poco chiaro, tuttavia, c’è anche a valle dell’origine del Cosmo: infatti, una Scienza e una Tecnica così rassicuranti non sembrano ancora in grado di descrivere compiutamente l’origine della presente civiltà. Esse parlano del primo miliardesimo di secondo di vita dell’Universo, ma non sembrano ancora in grado di dire esattamente in che modo l’uomo è giunto dal Paleolitico all’età presente, se non evitando una serie piuttosto lunga d’interrogativi, concernenti proprio l’emersione delle società del Neolitico, pressappoco verso l’ottavo millennio a.e.v..
I processi evolutivi hanno in genere un andamento quale quello indicato dalla linea 1 nel diagramma qui sotto: lenti al principio, essi accelerano sempre di più fino a diventare sviluppo molto rapido là dove la curva diventa una ripida salita, premessa della successiva mutazione. Intorno a 11-10.000 anni fa si verificò però un’Anomalia: quella che oggi è definita “Rivoluzione industriale neolitica” (linea 2), in corrispondenza della quale, stranamente, la produzione artistica nell’area europea sembra aver subito una fase recessiva, per poi riprendere in seguito (linea 3), ma con un altro indirizzo. Che si sia trattato di un’Anomalia e non di un passaggio continuo, è dimostrato dal confronto tra le attitudini generali dell’Uomo prima e dopo il passaggio. A proposito dell’arte dell’Uomo paleolitico, gli studiosi affermano infatti che in essa dominavano religiosità, simbolismi astratti ed elementi naturali, testimonianza di notevole Evoluzione intellettuale e di simbiosi naturale: «L’uomo del Paleolitico superiore si rivela creatore di simboli e non soltanto di strumenti, dimostrandosi capace di trasformare la materia, di farla assurgere a espressioni di carattere astrattivo e spirituale, in cui è presente una componente ritualistica di carattere religioso». Al contrario, le società del Neolitico furono caratterizzate dall’urbanizzazione e da un rapporto totalmente diverso con la Natura, testimoniato anche dalla produzione artistica successiva, tanto da far fare ad alcuni studiosi la seguente affermazione: «L’uomo (del Neolitico; NdR) cessa d’intervenire unicamente in un senso distruttivo e diventa un produttore, modificando con il suo intervento il gioco della selezione naturale delle specie animali e vegetali, e favorendo la riproduzione di quelle cui porta un interesse alimentare» (N.B.: nella citazione c’è una contraddizione: essa è nel fatto chela Scienza attuale definisce l’uomo come “distruttore” quando è inserito nella Natura come animale superiore, ma non lo definisce tale quando altera l’Ecosistema per convenienza personale! Questione di punti di vista). La frase descrive la sostanza della mutazione. Oltre all’Inversione radicale da “Uomo naturale” a “Uomo artificiale”, per così dire, quello che stupisce è la rapidità con cui essa è avvenuta. Per cercare di inquadrare meglio il fenomeno e gli interrogativi che esso muove, guardiamo anzitutto chi e cosa era l’Uomo del Paleolitico.
Considerando quell’uomo con un po’ d’umiltà, si scopre che egli, ancorché industrialmente “arretrato” nella lavorazione della pietra, per il resto non era poi tanto sprovveduto; infatti, egli era già stato capace di un’esplorazione totale del pianeta, avvenuta nel corso di più di 2 milioni d’anni, partendo dal suo antenato Homo Abilis e dal cuore dell’Africa. Dopo di lui, ma più di 140.000 anni fa, l’Homo Erectus attraversò la “Barriera di Wallace”, verso l’Australia, cosa mai stata possibile ad alcun’altra specie animale, a causa della mancanza di ponti terrestri. Tra altri, l’Antropologo brasiliano Walter Neves ha proposto che alcuni antichi colonizzatori del Sudamerica vennero dalla stessa “riserva” da cui provennero gli Aborigeni australiani. L’analisi di 30 teschi, trovati in Brasile e databili a più di 9.000 anni fa, lo ha portato ad affermare che gli antichi Brasiliani erano più simili agli Aborigeni ed ai Melanesiani che alla gente dell’Asia nordorientale, tradizionalmente considerata la terra d’origine degli Americani. Gli Antropologi, infine, concordano sul fatto che un gruppo d’Africani raggiunse la Melanesia e poi navigò verso l’Australia circa 50.000 anni fa. Più di 140.000 anni fa, l’uomo era dunque già in grado di trovare una strada negli Oceani, superare ampie distese d’acqua, sopravvivendo e portando la sua arte rupestre in Oceania, mentre in seguito, quale Homo Sapiens arcaico e ben prima di 50.000 anni fa, si diffuse nelle Americhe, attraverso il ponte di ghiaccio sullo Stretto di Bering. Potremmo farci un’idea di chi fosse l’uomo del Paleolitico anche solo considerando chi oggi potrebbe fare una cosa del genere, senza ricorrere alla tecnologia della vetroresina e dei satelliti artificiali.
Homo Erectus e Homo Sapiens arcaico da un lato si accontentavano di una pietra scheggiata, mentre dall’altro erano conoscitori degli oceani ed erano in grado di costruire imbarcazioni atte ad attraversarli, quasi certamente con l’ausilio dell’unico sistema d’orientamento naturale disponibile: le Stelle. Dato che l’uomo era già a quel punto più di 140.000 anni fa, cosa può aver fatto nei 130-120.000 anni d’evoluzione, che ancora lo separavano dalla “Rivoluzione neolitica”?! Se l’Evoluzione non ha avuto un significato industriale, evidente nella lavorazione della pietra o nella produzione d’altri manufatti, più o meno importanti, ma sempre tangibili, che significato le si potrebbe assegnare, che sia una valida alternativa rispetto ad un illogico ed impossibile ristagno, se non il senso di una crescita sul piano intellettuale e conoscitivo?
Quindi, l’uomo del Paleolitico, ancorché ancorato ad un modello di sviluppo differente, evidentemente doveva possedere già le qualità intellettuali necessarie per “finanziare” il salto compiuto dall’ottavo millennio a.e.v. in poi, qualità costruite in centinaia di migliaia d’anni d’evoluzione; e in quell’Uomo, come illustrato dalla figura sopra, dovevano essere già presenti i germi della futura mutazione. La questione sostanziale è: cosa scatenò la mutazione in tempi così in contrasto con la durata dei processi evolutivi naturali?! Noi guardiamo indietro, verso la notte dei tempi, ma quello che siamo in grado di conoscere razionalmente sembra fermarsi senza rimedio a quella “Discontinuità” che troppo superficialmente è definita “Progresso”, in luogo del più calzante “Progresso tecnologico”, e oltre la quale pare esistere solo il Mito. Ma davvero c’è soltanto il Regno del Mito?! Non esattamente! Per questo genere di Ricerca, infatti, noi possiamo disporre, oltre che di Scienza e Mito, anche e soprattutto della memoria contenuta nei “Sistemi metafisici”. Con tutte queste cose a disposizione, più la volontà di trovare le risposte, animata da un po’ di rispetto per gli Antichi, l’impresa dovrebbe avere una probabilità di essere portata a termine con successo ben superiore a quella della risoluzione del problema cosmogonico, che rischia di essere un’impresa fallimentare in partenza a causa della dimensione del problema e del metodo di ricerca. Eppure, le decine di secoli trascorsi non hanno contribuito ad alzare il velo del mistero neanche di poco.
Quando si parla dei Sistemi metafisici ci si deve riferire alle cosiddette “Sacre Scritture”, ai Testi classici d’ogni Etnia, che rappresentano l’eredità più significativa del Passato remoto. Tra tutte quelle fonti, una particolare importanza ha la Torah ebraica, cioè i 5 libri che raccolgono le basi della religione d’Israele, altrimenti denominati “Pentateuco”, un testo unico nel suo genere, ora vedremo perché. La “Genesi”, il primo dei 5 libri, è la radice della Torah. Essa descrive le origini del Cosmo, della Terra e dell’Uomo e parla del suo sviluppo in termini sia generali sia specifici. In seguito, essa diventa storia particolare del popolo di Abramo, cioè degli Ebrei. La “Genesi” copre in modo sistematico un periodo che, esclusa la parte squisitamente cosmogonica e quella più specificatamente riservata al popolo d’Israele, pare riguardare proprio lo sviluppo dell’Homo Sapiens Sapiens fino, più o meno, al 2° millennio a.e.v.. I fatti posteriori a questa data sono esposti con ricchezza di particolari; per quelli anteriori, l’esposizione è sempre più frammentaria e vaga, fino a perdere in apparenza la connotazione storica ed acquistarne una puramente metafisica al principio del libro. Nonostante questo, alla Torah non è riconosciuto il valore di cronistoria se non in misura davvero minima e solo per la sua parte più recente, così come avviene per molti degli altri testi che compongono il patrimonio classico della cultura mondiale. Essi sono sovente considerati patrimonio esclusivo della Religione, cioè di quella forma espressiva che troppo spesso sprofonda nell’ignoranza, nella superstizione, nell’artificio. A quest’attitudine a prestare solo un’attenzione superficiale alle memorie dell’Umanità, s’oppongono solo sporadici tentativi di analizzarle, integrando, ipotizzando, cercando di dimostrare e poi mettere alla prova il risultato, senza pregiudizi o, peggio ancora, dogmi, in coerenza con un corretto atteggiamento scientifico. Nel caso della Torah e, più in generale, dei testi classici, tale sforzo consisterebbe nel tentare d’oltrepassare il loro simbolismo o l’ermetismo, talora apparentemente puerile, considerandoli forme espressive interpretabili, esattamente come lo furono i Geroglifici per i primi scopritori dell’Egitto, poiché, alla pari con i geroglifici, esse possono rappresentare una possibilità di ricostruzione storica enorme. Certamente, come i Geroglifici egiziani furono decifrati a partire da una chiave interpretativa, fornita dalla “Stele di Rosetta”, così anche in questo caso occorrerebbero delle “chiavi di lettura”. Questo lavoro, oltre a una lettura dei Classici, è proprio un tentativo di dimostrare che la Torah, specificatamente la “Genesi”, più che un testo di Religione, potrebbe essere considerata a tutti gli effetti la migliore cronistoria, se non proprio l’unica, ufficialmente disponibile sulle origini reali del mondo attuale. Non è complicato arrivare a questa e altre conclusioni se si confrontano tra loro gli orientamenti del pensiero antico, particolarmente quelli del pensiero greco delle origini e dei filosofi cinesi taoisti e del pensiero di questi con il messaggio contenuto nelle parti fondanti della Torah. Le affinità che emergono giustificano l’uso del Taoismo, la principale delle scuole filosofiche cinesi, come “chiave di volta” scientifica della Torah, talché alla fine del processo diventa non solo plausibile ma altamente probabile che la Torah sia in effetti l’unico antico resoconto che riunisce le testimonianze del popolo d’Israele, delle antichissime tradizioni egiziana e cinese e di quella greca e che essa potrebbe aver addirittura integrato in sé stessa la vicenda di Atlantide, che assume così un significato ben più vasto e reale di quello apparentemente fantasioso che emerge dai dialoghi di Platone.
Per capire la rilevanza del perseguire e eventualmente ottenere questo genere di risultato basta guardarsi attorno, rendersi conto che il carattere autodistruttivo degli eventi umani non ha soluzione di continuità dal Neolitico in avanti, capire che le cause di tale carattere devono stare oltre quel Buco nero di 10.000 anni fa e ricordarsi che senza la comprensione delle cause non c’è vera guarigione da alcuna malattia.



