LE COLONNE D’ERCOLE
[Quanto segue è una parte (tolte le note, i riferimenti bibliografici e le figure) ancora piuttosto lunga del Cap. 4 di “La Settima Piramide” e riguarda le Colonne d’Ercole, una componente essenziale di tutta la tematica atlantidea, una componente sulla quale molti hanno cercato di speculare tirando l’acqua al proprio mulino ad onta di tutte le più antiche testimonianze e come se gli Antichi fossero dei marinai contafrottole, anziché uomini di gradissimo valore, sia nell’intelletto sia nel coraggio. NDR]
“Colonne d’Ercole”, o, più propriamente, “Colonne d’Eracle”, significa l’estremo occidente europeo. Le “Colonne d’Ercole” sono legate al mito della decima impresa di Eracle, l’eroe tebano figlio di Zeus e Alcmena: la cattura (il furto in realtà) del bestiame di Gerione di Erizia, mostruoso re tricefalo di Tartesso, per ordine di Euristeo re di Tirinto, Micene e Midea. Eracle avrebbe posto là il suo “segno cospicuo”. Il “limite delle acque navigabili in sicurezza” è il limite del Mare interno, percorribile “in sicurezza” perché lo si può girare tutto in navigazione costiera, con ridossi, ancoraggi e ormeggi sempre disponibili in caso di pericolo e con limitato ricorso a delle brevi traversate. Robert Graves espone il collegamento del mito alla realtà antica, richiamando le affinità tra Eracle e Gilgamesh, l’eroe sumerico, come emergono dalla “Undicesima Tavoletta del poema babilonese”, e le “colonizzazioni greche pre-fenicie di Ceuta e Gibilterra” nel XII secolo a.e.v.. Pare infatti che già intorno al XVIII secolo a.e.v. la civiltà cicladica (Egeo centrale), dopo aver messo a punto le tecniche marinaresche, si sia avventurata nel Mediterraneo occidentale lasciandovi propri segni. Il Mediterraneo di quel tempo si presentava già com’è ai giorni nostri, essendo da qualche millennio superati gli effetti dell’ultima glaciazione. L’esplorazione cicladica raggiunse dunque il Mediterraneo occidentale, le Baleari e l’Iberia.
Superato il tempo dei Minoici, dei Micenei e della Guerra di Troia, fu il turno delle esplorazioni e delle colonizzazioni fenicie nel Mediterraneo occidentale. Questo popolo, di razza camitica ma di lingua semitica, emigrato da Sud-Ovest verso le aree dell’attuale Palestina (Canaan), vi fondò Biblo nel III millennio a.e.v. e poi Tiro e Sidone. In seguito, fondarono Cartagine nell’attuale Tunisia (814 a.e.v., regina Elissa di Tiro, la Didone dell’Eneide), per poi espandere la loro colonizzazione a tutto il Mediterraneo occidentale fino all’Iberia e alle coste atlantiche del Marocco (e.g., Tingi, l’attuale Tangeri).
È consolidata l’informazione che il ‘merito’, se così si può dire, dei primi tentativi di rappresentazione dell’Oikumene, ossia del mondo, va o a Omero (ca. IX sec. a.e.v.), oppure ai Babilonesi, oppure a tutti e due, nel senso che sia Omero sia l’anonimo autore della tavoletta di Babilonia (VII-VI sec. a.e.v.) avrebbero attinto indipendentemente a “tradizioni sumere le cui origini ignoriamo”.
Ciò detto e in considerazione di quanto visto prima, è consequenziale l’idea che già al tempo di Esiodo e di Omero il mondo ellenico potesse condividere con i vicini asiatici sufficienti informazioni generali sulla conformazione del Mediterraneo come bacino interno e sul fatto che, ad un certo punto, seguendo le coste dell’Africa settentrionale, si incontrava un inconfondibile varco, relativamente stretto (ca. 14km tra Punta Canares e Punta Cires), dalle caratteristiche geografiche uniche, sul lato nord del quale era un promontorio della costa meridionale europea e sul lato sud un promontorio della costa settentrionale africana, o, come si diceva allora, libica.
Oltre il varco, una distesa marina a perdita d’occhio, la quale, in quei tempi, non offriva alternative diverse dal bordeggiare o verso Nord, lungo le coste iberiche, o verso Sud, lungo quelle della Mauritania.
Al contrario, nel Mare interno si potevano arrischiare traversate, poiché era già stata acquisita, grazie alla navigazione costiera sviluppata ormai per secoli, conoscenza della distribuzione delle terre emerse e di alcune distanze approssimative in giorni di navigazione.
A questo riguardo, si legge (Cfr. “I Greci d’Occidente”, V. M. Manfredi-L. Braccesi, Oscar Mondadori 1996, pagg. 18 av.): «Nell’era delle migrazioni coloniali fu di fondamentale importanza il ruolo dell’Oracolo di Delfi, che tutte le comunità elleniche conoscevano e consultavano prima di organizzare una spedizione … le rotte percorse dai coloni ellenici a partire dall’VIII secolo per fondare le loro comunità oltremare erano non molto dissimili da quelle battute in tempi più antichi dalle navi dei Micenei, dei Rodii e dei Cicladici. Dovevano quindi esistere nei grandi santuari (Delfi etc…; NdR) conoscenze abbastanza precise sulle terre da colonizzare e sui popoli che le abitavano».
Tanto per fare un esempio, Massalia (Marsiglia) fu una colonia occidentale focese fondata intorno al 600 a.e.v., l’epoca di Solone (638-560 a.e.v.).
Secondo Strabone, per parlare di ‘cartografia’ occorre tuttavia arrivare al VI secolo a.e.v. e agli Ionici, ossia ad Ecateo di Mileto (550-480 a.e.v.), il quale pare nondimeno che abbia ripreso il lavoro di Anassimandro di Mileto (611-546 a.e.v.), della scuola di Talete, uno dei famosi “7 Saggi” dell’antichità.
Ad Ecateo è attribuita l’idea di Oikumene mostrata nella Figura 56 (omissis).
In merito all’esperienza di viaggio di Ecateo esistono numerose testimonianze (omissis).
Del resto, che i Milesii dovessero avere un certo interesse per le esplorazioni e quindi per la Geografia è comprensibile se solo si pensa che la Ionia non aveva altre possibilità espansive all’infuori di quelle offerte dalla navigazione oltremare, essendo quella terra compressa tra la Lidia, la Caria e l’Egeo.
Sull’esistenza di una Geografia verso la metà del VI secolo a.e.v., ecco una curiosa testimonianza dei nostri giorni: «Il riferimento più antico a olio da quell’area (del fiume Ebro, in Spagna; NdR) è nell’Ora maritima, scritto dal poeta latino del IV secolo Rufo Festo Avieno e a sua volta basato su un testo retrodatato al 550 BC. L’Ora maritima descrive in che modo le barche potevano risalire la corrente del fiume Ebro per allacciare rapporti commerciali con le popolazioni locali e, nel corso degli scambi ottenere rifornimenti d’olio, vino e granaglie».
Erodoto stesso conferma l’esistenza di mappe della Terra nel VI secolo quando ricorda che «Aristagora, Tiranno di Mileto, giunse a Sparta mentre era al potere Cleomene. Venne a colloquio con lui, a quanto dicono gli Spartani, portando una tavola di bronzo, su cui erano incisi i contorni di tutta la Terra, con tutti i mari e tutti i fiumi».
L’episodio riferito da Erodoto era avvenuto presumibilmente intorno al 500 a.e.v., quando Aristagora andò a Sparta per chiedere aiuto nella rivolta ionica contro i Persiani (499 a.e.v.), aiuto che Cleomene I Agiade rifiutò.
Proseguendo l’excursus troviamo appunto Erodoto di Alicarnasso (490-430 a.e.v.).
Sembra che lo storico ellenico avesse una sorta di avversione per i tentativi di rappresentazione grafica della Terra, ma ciò si riferiva alla semplicistica raffigurazione come un tondo perfetto e alle proporzioni delle masse continentali, che per lui erano errate.
Nonostante fosse diffidente dei precedenti tentativi cartografici, secondo lui troppo ‘astratti’, e non si cimentasse a sua volta in imprese cartografiche, tuttavia Erodoto cercava precisione descrittiva.
Le idee di Erodoto sull’Oikumene sono rappresentate nella Figura 57 (omissis).
Erodoto visse durante il periodo delle guerre persiane (490-478 a.e.v.), che inevitabilmente distolsero gli elleni d’Asia dai loro interessi oltremare causando quella che alcuni studiosi definiscono “decadenza della Geografia”: «Lo splendido impulso delle periegesi e dell’etnografia ioniche arcaiche ebbe fine con l’avanzare del secolo, ma questa produzione non mancò di seguaci. Filea, probabilmente di Atene e databile ancora nel V secolo, era autore di un’opera periegetica che fu più tardi utilizzata da Stefano di Bisanzio nel suo lessico geografico».
Questo Filea ateniese dovette essere quasi contemporaneo di Platone (428-347 a.e.v.).
Immediatamente dopo, la continuità delle esplorazioni e delle scoperte geografiche fu garantita dai viaggi di un greco della colonia di Massalia, cioè Pitea: «L’età di Pitea, cioè la seconda metà del IV sec. A.C., rappresenta un periodo particolarmente fruttuoso per la ricerca scientifica in Grecia. Il legame con l’Accademia di Platone, attestato nel caso di Eudosso di Cnido, testimonia come l’attività scientifica del tempo traesse sostegno dalla riflessione filosofica».
La cartografia ebbe un nuovo impulso, sul piano della tecnica scientifica, con Dicearco di Messina (350 – 290 a.e.v.): «Dicearco di Messina fece il primo approccio alla cartografia scientifica … Disegnò una mappa con una linea che attraversava le Colonne d’Ercole verso Est, passando per Rodi, dove egli tracciò una linea perpendicolare .. Chiamò la linea orizzontale “Diaframma” … Lo Stretto di Gibilterra e Rodi stanno in effetti sullo stesso parallelo, cosicché in questo caso realmente un parallelo ed un meridiano potrebbero esser stati tracciati su una mappa per la prima volta».
Il passo decisivo fu compiuto da Eratostene di Cirene (280 – 195 a.e.v.), direttore per lungo tempo della Biblioteca di Alessandria e autore della prima opera che portò il titolo di “Geografia” (per l’Oikumene secondo Eratostene, cfr. Figura 59, omissis).
Questa è davvero una supersintesi sull’affascinante e vasto argomento della cartografia nel mondo antico, ma ad onta della evidente continuità del concetto di Oikumene dalla sua prima origine al periodo romano – salvo l’allargamento dei suoi confini orientali dovuto ad Alessandro prima e a Roma poi – è stata avanzata da qualche autore l’idea che l’espandersi del dominio cartaginese nel Mediterraneo occidentale dall’VIII secolo a.e.v. in avanti, in concorrenza con la colonizzazione e il commercio ellenici, possa aver fatto perdere ai Greci non solo la voglia di recarvisi, ma anche le cognizioni nautiche e la memoria del Mediterraneo occidentale, conquistate con secoli di esplorazioni e colonizzazioni, messe in moto, come già visto, dall’impossibilità di espandersi verso l’Asia Minore.
Questa tesi sarebbe sostenuta sostanzialmente dallo scontro di Cartagine con i Focesi di Alalia, in Corsica, nel 535, dai trattati romano-cartaginesi del 509 e del 348 a.e.v., volti a garantire il monopolio commerciale nel Mediterraneo occidentale a Cartagine, eventualmente dalla cooperazione navale fenicia con i Persiani contro gli Ateniesi a Salamina (480 a.e.v.) durante le guerre persiane, dall’espansione degli insediamenti cartaginesi in Sicilia e Sardegna – “Cartagine, sembra evidente, volle calare una cortina di ferro a metà del Mediterraneo per sbarrare ai Greci la via dell’Occidente” – dall’intervento militare di Cartagine nelle beghe interne dei Greci di Sicilia (409 a.e.v., distruzione di Agrigento) e da un passo di Strabone che cita il comportamento selvaggio dei Cartaginesi nei confronti degli stranieri che tentavano di attraversare le “Colonne d’Ercole”.
Insomma, contrariamente all’immagine di una colonia fenicia evoluta socialmente e commercialmente e per niente orientata al militarismo, Cartagine sarebbe un’antesignana del modello imperialista romano, dotata di una flotta da guerra quanta ne basta per controllare tutto il Mediterraneo occidentale, modello che solo la vera Roma sarebbe stata poi in grado di abbattere, imponendo sé stessa e il suo ordine, per la felicità di uno storico come Strabone.
Una delle “applicazioni pratiche” di quest’idea è mettere in discussione l’itinerario di Pitea, nel senso che l’esploratore di Massalia non avrebbe mai passato Gibilterra, interdetta per definizione ai Greci, ma avrebbe preso una rotta terrestre fino al Golfo di Guascogna e poi da lì avrebbe navigato verso Nord, cosa illogica se lo scopo era, come sembra che fosse, seguire le rotte fenicie dello stagno e dell’ambra e registrare le latitudini delle varie zone verso il Nord Europa.
Altra conseguenza è la tesi che per i Greci il “massimo occidentale”, ossia le Colonne d’Ercole, potrebbe esser stato retrocesso nel Canale di Sicilia, da dove poi Eratostene lo avrebbe ‘slittato’ a Gibilterra, spinto dall’entusiasmo espansivo messo in moto dalle imprese orientali di Alessandro.
Il limite estremo di questa linea di pensiero è sostenere che le Colonne d’Ercole sarebbero sempre state nel Canale di Sicilia, ad onta delle esplorazioni e colonizzazioni cicladiche e ioniche, essendo gli Elleni confinati al di qua di quel canale dalla talassocrazia cartaginese (da prima della fondazione di Cartagine?!), finché Eratostene fece quell’operazione di ‘slittamento’. Naturalmente, gli Elleni, atterriti dalla dominanza punica, non avrebbero neanche lontanamente pensato di usare lo Stretto di Messina (altre “Colonne d’Ercole”?!) per guadagnare la via del Tirreno e dell’Occidente.
Una conseguenza di ciò è, ovviamente, trasferire tutte le considerazioni su Atlantide, da quelle geografiche a quelle etniche, dalla loro tradizionale sede atlantica all’interno del Mare Nostrum.
Ciò detto, consideriamo quanto segue.
- Circa la battaglia del 535 a.e.v. contro i Focesi di Alalia, nei capitoli in questione (Storie, I,165-166) Erodoto riferisce che i Focesi, in fuga dalla madrepatria a causa dell’invasione persiana, non potendo rivolgersi a Argantonio, loro amico e re di Tartesso, perché egli era ormai morto, cercarono asilo anzitutto a Chio, rifiutati dagli abitanti per paura della concorrenza commerciale; quindi, andarono verso la Corsica, dove, 20 anni prima, avevano fondato Alalia (ca il 565 a.e.v.). Là giunti, vissero tranquilli per 5 anni, ma poi si diedero alla pirateria; così, «poiché essi molestavano e depredavano tutti i popoli vicini, Tirreni e Cartaginesi, di comune accordo, mossero loro guerra con 60 navi ciascuno» (Storie, I,166). Perciò, le cause della battaglia di Alalia, lungi dall’intenzione di cacciare gli Elleni dal Mediterraneo occidentale, furono difensive.
- A proposito della “cortina di ferro”, una posizione ancora difensiva dei propri traffici commerciali, proprio nel mezzo del Canale di Sicilia, non è esattamente definibile “cortina di ferro”, né lo è un santuario a Malta.
- La prima cosa che è dato notare, dopo la lettura delle citazioni su Dicearco, precursore di Eratostene, è che quest’ultimo non poteva portare a Gibilterra ciò che, per costruzione, era già lì; e che fosse già lì lo dimostra appunto la definizione del parallelo fondamentale, o ‘diaframma’, attribuita a Dicearco da Agatemero, là dove dice che il parallelo va “dalle Colonne d’Ercole alla Sardegna” (i paralleli non vanno da Sud verso Nord; quello lo fanno i meridiani). Inoltre, considerando le distanze dal Peloponneso stimate da Dicearco (cfr. pag. 397), è immediato rendersi conto che se la distanza tra lo Stretto di Messina e le Colonne d’Ercole deve essere 1243,2 km, le Colonne restano sì a 337 km da Gibilterra ma a quasi 1000 oltre Capo Lilibeo. Né stupisce l’esagerata stima della distanza tra il Peloponneso e la testa dell’Adriatico, visto che l’Adriatico più che luogo di esplorazioni era un luogo di scambi commerciali, bersaglio permanente della pirateria illirica.
- Quanto ai trattati con Roma, al presunto blocco navale cartaginese e a Strabone, nessuna politica egemonica da parte di Cartagine, ma ancora solo comportamenti protettivi, almeno finché essa non si trovò di fronte alla vera potenza egemone del Mediterraneo, cioè Roma; né, come evidenzia la bibliografia, Strabone contesta una rotta piteana Marsiglia-Gibilterra, cosa che avrebbe senza dubbio fatto, se ne fossero esistiti gli estremi, come evidentemente pensava che esistessero per l’Europa occidentale. Inoltre, qualora servisse, il periodo ‘sospetto’ (306-264) sarebbe ben dopo l’epoca di Solone, di Crizia e di Platone e quindi dopo l’epopea di Atlantide.
- Quanto all’ipotetico impulso verso Ovest, che Alessandro avrebbe dato con la sua campagna orientale, Alessandro estese i confini ad Est, ma furono i suoi storici a raccordare le sue conquiste orientali con le nozioni preesistenti sul Mediterraneo occidentale e l’Atlantico, grazie al lavoro di esplorazione di gente come Pitea di Marsiglia (ca 320 a.e.v.). Circa Eratostene, Alessandro era già morto a Babilonia (322 a.e.v.), lasciando una mole di lavoro ai suoi apologeti e un Impero che presto fu smembrato dalle lotte intestine tra i Diadochi, prima che lo scienziato vedesse la luce a Cirene (280 a.e.v.) e noi ci aspettiamo che il Direttore della Biblioteca di Alessandria, nonché studioso eclettico, facesse Geografia sulla base di dati concreti e non sull’onda delle emozioni suscitate da fatti ormai diventati Storia.
- Seguendo il metodo della dimostrazione per assurdo, ora faremo l’esercizio di porre l’idea delle Colonne d’Ercole nel Canale di Sicilia a confronto solo con tre passi del Timeo di Platone, lasciando da parte il Crizia e ad onta di 2 elementari considerazioni: 1) verosimilmente, agli esploratori e colonizzatori estimatori di Eracle mai sarebbe venuto in mente di porre un riferimento cospicuo su due sponde (la siciliana e la tunisina), distanti 150km e che nemmeno al picco dell’ultima glaciazione (20.000 anni fa) furono più vicine di una quarantina di km, considerando isole e isolotti come un ponte continuo (rilevazioni da una carta nautica della Marina britannica; cfr. Figura 55, omissis); 2) se le Colonne fossero state nel Canale di Sicilia, il resto del Mediterraneo sarebbe il “misterioso inesplorato”, mentre è facile constatare – e lo abbiamo constatato – che gli Elleni esplorarono ben oltre.
- “(l’esercito ‘atlantide’; NdR) insolentemente, invadeva, ad un tempo, tutta l’Europa e l’Asia, muovendo di fuor dell’Oceano Atlantico”; Timeo 25-26. Ora, se invadeva tutta l’Europa e l’Asia, cioè anche il Nordafrica, considerato tutt’uno con l’Oriente, doveva venire dall’esterno di Europa e Asia e non dall’esterno del Canale di Sicilia, a meno di voler mettere in dubbio anche l’antica nozione di Europa e Asia.
- “Tutto questo mare, che sta di qua dalla bocca che ho detto, sembra un porto di angusto ingresso, ma l’altro potresti rettamente chiamarlo un vero mare … tutta questa potenza, raccoltasi insieme, tentò di sottomettere la vostra regione e la nostra e quante ne giacciono di qua dalla bocca”; Timeo 25-26. Come già notato (§6 qui sopra), il canale di Sicilia non è mai stato un “angusto ingresso”, né geologicamente né geograficamente; casomai, un “largo passaggio”. Lo Stretto di Messina può essere considerato un “angusto passaggio”, ma non “un angusto ingresso”, poiché per esso non si entra in alcun luogo chiuso. Il Bosforo è invece un “angusto ingresso” ad un mare interno, ma è Asia.
- “In quest’isola (Atlantide; NdR) v’era una mirabile potenza regale, che possedeva l’intera isola e molte altre isole e parti del continente. Inoltre, di qua dallo stretto, dominavano le regioni della Libia fino all’Egitto e dell’Europa fino alla Tirrenia”; Timeo 25-26. Dire “l’Europa meridionale fino alla Tirrenia”, ossia alla penisola italica, significa necessariamente dire “dall’estremo occidentale dell’Europa” verso la penisola italica; dire “la Libia fino all’Egitto” significa necessariamente dire “dall’estremo occidentale dell’Africa settentrionale fino all’Egitto”.
Sulla questione delle Colonne d’Ercole conviene poi rammentare la parte finale del passaggio di Erodoto citato a pag. 393: «.. passati due anni, nel terzo, girate le Colonne d’Ercole, giunsero in Egitto ..»
Chi risale le coste della Mauritania entra nel Mediterraneo “girando” o, in gergo, “doppiando” lo Stretto di Gibilterra, dopodiché, seguendo la linea di costa, giunge nella Sirte e finalmente in Egitto.
Conviene altresì leggere anche un paio di brani da Meteorologica, di Aristotele (384-322 a.e.v.), studente di Platone:
I,13 «Dai Pirenei (questi sono monti ad Ovest, nella Celtica) fluiscono l’Istro (il Danubio; NdR) e il Tartesso (o Betis, il Guadalquivir, cfr. nota 433; NdR). Il secondo sfocia fuori delle Colonne, mentre l’Istro scorre attraverso tutta l’Europa fino all’Eusino (Mar Nero; NdR)»
Il Guadalquivir sfocia nella Baia di Cadice, che è subito dopo Gibilterra. Sarebbe quantomeno strano che uno scienziato, per dire dove sfocia un fiume, usasse un riferimento distante più di 1500 km dall’estuario. Sarebbe lo stesso se un altro indicasse la foce del Mississipi dicendo che il fiume sfocia dopo New York anziché dopo lo Stretto della Florida.
II,5 «Se calcoliamo queste traversate e questi tragitti, la distanza dalle Colonne d’Eracle all’India supera quella dall’Etiopia (l’estremo Sud dell’Oikumene; NdR) alla Meotide e la parte più settentrionale della Scizia (regioni del Nord-Est del Mar Nero) di più di 5 a 3 .. ma è il mare (Oceano; NdR) che divide, pare, le parti oltre l’India dalle parti oltre le Colonne d’Eracle e impedisce che la Terra sia abitata tutt’intorno»
Facendo i calcoli su una carta nautica della Marina britannica, si ha meno del 2% di errore con le Colonne d’Ercole nell’area di Gibilterra ma del 12,6% con le Colonne nel Canale di Sicilia. Inoltre, se le Colonne sono nel Canale di Sicilia, di quali terre il Mediterraneo occidentale, molto fantasiosamente concepito come “oceano circondante”, anziché ‘circondato’, comprometterebbe l’abitabilità? Una simile regressione diventa realistica cancellando un millennio di marineria ellenica e fenicia.
Per finire, ricordiamo che Plutarco testimonia la sostanza del racconto platonico e cioè il rapporto di Solone, sapiente legislatore ateniese, con i più sapienti tra i sacerdoti di Sais, nel Delta del Nilo.
Di certo, comunque, qualche incertezza sul dove, esattamente, le Colonne d’Ercole fossero dislocate dal punto di vista ellenico (al quale il sacerdote egizio Sonchi fa riferimento quando parla con Solone) esiste, nel senso che non è chiarissimo se esse erano a Cadice oppure nello Stretto di Gibilterra, dove non c’è niente che possa far pensare a due ‘Colonne’, se non manufatti, almeno guglie oppure rilievi naturali particolarmente verticali.
Quest’evidenza trova una ragionevole giustificazione nel seguente brano, che tiene comunque conto del mutare nel tempo delle condizioni dei traffici commerciali greci nel Mediterraneo occidentale: «Il dibattito sull’identificazione delle Colonne d’Ercole era vivo già all’epoca di Strabone … L’incertezza tra promontori e isolotti è probabilmente dovuta al fatto che, in origine, queste Hrakleous stelai erano in realtà le colonne monumentali dedicate al Melqart fenicio nel tempio di Gades. Stante l’associazione di remotissima data tra costui e l’Eracle greco, i primi navigatori ellenici dovettero constatare che il santuario gaditano conservava delle colonne sacre all’Eracle Tirio. Alla ripresa delle relazioni commerciali con l’Iberia atlantica nel corso del V secolo, i Greci, che ormai guardavano con ostilità all’estremo occidente, non accettarono che questo elemento architettonico potesse essere sfruttato per attestare la prorità fenicia nel raggiungimento di quelle lontane regioni. Memori della tradizione sulle Colonne con funzione cosmologica, dedicate a Briareo o ad Atlante, essi crearono la localizzazione delle Colonne nello Stretto, dove però nessun elemento fisico si adattava perfettamente a questa associazione (cfr. anche Antonelli, 1997, p. 151 ss.)».
Si tratta dunque di decidere se prendere sul serio l’impegno di ascoltare le antiche testimonianze fino al limite della ragionevolezza, oppure no.
[Una notazione dell’ultima ora dal N.1 di “Geo News” di Gruner+Jahr, distribuito il 16/12/2005 aggiunge poco a quanto detto sopra sulla cartografia ma è interessante, oltreché importante per altri versi: “Scoperta in Puglia la mappa più antica dell’Occidente”, «Un vaso di terracotta l’ha conservata per oltre 2.500 anni. È la più antica mappa del mondo occidentale, grande come un francobollo, scritta in greco antico e in messapico, la lingua della popolazione italica che abitava la penisola salentina .. ad essere raffigurata è la costa della penisola salentina, con l’indicazione di 13 toponimi, 11 in messapico 2 in greco .. La mappa dimostra che i Greci usavano la cartografia prima dei Romani .. i Messapi potrebbero essere giunti sulla penisola italica proprio dalla Grecia»]


